Kim Jong Un (foto LaPresse)

Trump ha bruciato le chance con Kim e si vede: riecco missili e sanzioni

Giulia Pompili

La Corea del nord ha ricominciato con i test missilistici. L'America gli sequestra un cargo per il contrabbando. Lo stallo nei negoziati dopo il fallimento del summit di Hanoi: davvero si torna alla massima pressione delle sanzioni?

Roma. Giovedì la Corea del nord ha lanciato due missili balistici a corto raggio che sono caduti nelle acque internazionali tra la Corea del nord e il Giappone dopo aver percorso rispettivamente 420 e 270 chilometri. Soltanto sei giorni fa Pyongyang aveva autorizzato il test di una serie di ordigni a corto raggio, e il 16 aprile scorso l’agenzia nordcoreana aveva celebrato il lancio con successo di una nuova arma tattica, probabilmente non un missile balistico ma un’arma da artiglieria di precisione – il primo test nordcoreano da quando è stata inaugurata la nuova stagione dell’appeasement.

 

Per anni a ogni test abbiamo parlato di quelle che venivano definite le “provocazioni nordcoreane”, che servivano di volta in volta al leader Kim Jong Un a ottenere l’attenzione internazionale. Il test di giovedì è arrivato nello stesso giorno in cui il rappresentante speciale della Casa Bianca per la questione nordcoreana, Stephen Biegun, arrivava a Seul per discutere con la controparte sudcoreana degli aiuti alimentari da concedere al Nord, finora fortemente ridotti dall’intera comunità internazionale per via delle sanzioni. Quello degli aiuti è un tema molto complicato, perché vari studi indipendenti, in passato, hanno dimostrato l’uso alternativo che Pyongyang faceva di ciò che riceveva (per esempio la vendita del riso sul mercato nero), ma secondo un recente report delle Nazioni Unite le carestie conseguenti ai recenti disastri ambientali colpiscono dieci milioni di nordcoreani. Se la gente ha fame, è colpa delle sanzioni economiche che strozzano la nostra economia, è la versione di Pyongyang.

 

Nel caso del Venezuela, “il dittatore che affama il suo popolo” è una delle argomentazioni più convincenti della posizione americana anti Maduro, che però con Kim Jong Un non funzionerebbe. Il 28 febbraio scorso il summit di Hanoi tra il presidente americano Donald Trump e il leader nordcoreano, il vertice che avrebbe dovuto essere quello più operativo, è finito con il famoso “you have to walk” di Trump. La Casa Bianca voleva lo smantellamento della controversa base di Yongbyon e la lista delle altre basi nucleari segrete, la Corea del nord ha offerto lo smantellamento di una parte di Yongbyon in cambio dell’eliminazione di una parte delle sanzioni economiche imposte nel 2016 dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Nessuno dei due leader ha voluto fare un passo indietro, e nessuno dei due lo farà adesso per non mostrare debolezza.

 

Da febbraio, i colloqui tra Washington e Pyongyang sono sostanzialmente in stallo. Secondo NkNews, molti colloqui tra diplomatici sono stati sospesi, le comunicazioni ufficiali, anche quelle intercoreane, rallentate: la Corea del nord non ha nemmeno risposto quando Seul ha proposto di organizzare un evento celebrativo in occasione dell’anniversario del primo vertice tra il presidente Moon Jae-in e Kim, il 27 aprile scorso. Da febbraio a oggi, al riparo dalla fanfara mediatica, sono successe molte cose: Pyongyang ha inviato un conto da due milioni di dollari per le spese sostenute per curare il detenuto americano Otto Warmbier, mercoledì scorso il dipartimento della Difesa americano ha annunciato di non essere riuscito a comunicare con le autorità nordcoreane per il recupero degli ultimi resti dei soldati americani durante la Guerra di Corea – un accordo che era stato preso durante il primo summit di Singapore tra Trump e Kim. Giovedì il dipartimento di Giustizia di Washington ha detto di aver sequestrato (per la prima volta) un cargo nordcoreano che stava entrando nelle acque territoriali statunitensi e che stava contrabbandando carbone e macchinari “in violazione delle sanzioni”.

 

Considerati il tipo di test effettuati questa settimana, è facile presumere che le provocazioni di Pyongyang siano ufficialmente ricominciate. Il loro scopo è costringere l’America a tornare al tavolo dei negoziati, molto probabilmente accettando una deal a favore della Corea del nord. Il problema adesso, però, è tutto di Trump: è stato lui ad accettare l’invito di Kim a negoziare tra esclusivamente tra leader, e qualunque colloquio a un livello inferiore sarà pressoché inutile. Ma tornare alla strategia della “massima pressione” vuol dire dar ragione a Obama.

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.