Donald Trump assieme a Kim Jong Un dopo avere attraversato il confine che separa la Corea del Sud dalla Corea del Nord (Foto LaPresse)

Trump e il compagno di show

Giulia Pompili

Il presidente americano si presta alla propaganda di Kim Jong Un, ma sulla Bomba non si va avanti

Roma. “Would you like me to step across?”, vuoi che oltrepassi il confine? è una frase da operetta, fin troppo didascalica per fingere che non sia stata sul copione sin dall’inizio. È la domanda che il presidente americano Donald Trump ha rivolto al leader nordcoreano Kim Jong Un subito prima di mettere un piede oltre alla Linea di demarcazione militare, sul trentottesimo parallelo, diventando il primo presidente in carica della storia a entrare in Corea del nord. Ed è proprio qui, nel prefabbricato blu attraversato dalla linea di confine, che sessantasei anni fa America – o meglio, le Nazioni Unite guidate dall’America – Cina e Corea del nord hanno firmato l’armistizio che ha fermato le ostilità, ma non la guerra. All’epoca la Corea del sud decise di non partecipare alla firma, e invece domenica scorsa il presidente sudcoreano Moon Jae-in, il vero artefice della nuova “Sunshine policy” di riavvicinamento tra il Nord e il Sud, ha aspettato nell’edificio che si chiama Freedom House che i due ospiti facessero il loro balletto storico, per poi raggiungerlo e dare vita al primo colloquio trilaterale tra Washington, Seul e Pyongyang, durato cinquantatré minuti.

 

Ieri Trump, di nuovo su Twitter, ha ringraziato sia Moon sia Kim, e ha detto che “grandi cose possono accadere”. Ma la verità è che non è successo niente, e come un gioco dell’oca si è tornati al punto di partenza. Anzi, forse qualche casella dietro: Trump ha annunciato che tra poco ripartiranno i negoziati con Pyongyang al “working level”, cioè al livello più basso, quello in cui si decidono davvero i dettagli che fanno la differenza – negoziati che erano stati in precedenza completamente saltati per volere di Trump, che aveva preferito costruire e decidere direttamente ai massimi livelli, tra leader, massimizzando anche il rischio di fallimento.

 

E sempre ieri il New York Times, in un articolo firmato da Michael Crowley e David E. Sanger, ha scritto che sarebbe in discussione un nuovo passo indietro da parte dell’America: sul tavolo delle negoziazioni non ci sarebbe più lo smantellamento delle testate atomiche e degli arsenali nordcoreani, ma sul loro “congelamento”. Questo potrebbe portare di nuovo la Corea del nord al tavolo delle trattative, ma con una vittoria notevole per Kim: “L’Amministrazione insiste sia in pubblico sia in privato che il suo obiettivo resta la completa denuclearizzazione”, scrive il New York Times, “Ma riconosce che la sua richiesta di una rinuncia in breve tempo del programma nucleare di Kim è a un vicolo cieco, e sta riflettendo su un nuovo approccio che potrebbe iniziare con un significativo, ma limitato, primo passo”. Donald Trump è stato il primo presidente americano in carica a riconoscere di fatto uno stato con il quale è ancora tecnicamente in guerra, a ospitare i suoi leader alla Casa Bianca anche se colpiti da sanzioni internazionali, a stringere la mano al leader di un regime soltanto pochi mesi dopo aver promesso “il fuoco e la furia”. Domenica è diventato il presidente che ha messo piede in Corea del nord, ma tutto questo, probabilmente, non è servito a niente se non a legittimare il regime di Pyongyang. Secondo Sanger il prossimo passo potrebbe essere quello di un riconoscimento informale della Corea del nord come potenza nucleare.

  

   

In alto, la prima pagina di ieri del New York Times. In basso, quella del Rodong Sinmun, organo del Partito dei Lavoratori della Corea del nord


  

Ma davvero è bastato un tweet di Trump per far tornare America e Corea del nord al dialogo? Venerdì scorso, dopo essere atterrato in Giappone, a Osaka, per partecipare al G20, il presidente americano ha usato il suo social network preferito per anticipare una richiesta: “Dopo alcuni incontri molto importanti, tra cui quello con il presidente cinese Xi, lascerò il Giappone per la Corea del sud (con il Presidente Moon). Mentre sarò lì, se il presidente nordcoreano Kim dovesse vedere questo messaggio, mi piacerebbe incontrarlo al confine della Zona demilitarizzata, solo per stringergli la mano e salutarci (?)!”. Il linguaggio informale e il tono leggero sembra quello di un ex fidanzato che ha voglia di rivedere qualcuno di cui è ancora innamorato, come a dire “senza impegno”, ma rivela molto di più, anche per le sue conseguenze. E’ la personalizzazione – e semplificazione – della politica estera che abbiamo imparato a conoscere da quando Trump è arrivato alla Casa Bianca, uno stile che da allora in molti hanno copiato con più scarsi risultati. La complessità della questione nordcoreana, però, merita una riflessione in più, oltre ai cinguettii e alla “distensione”. E’ vero, la Corea del nord non effettua più test minacciosi, e l’ultimo lancio di un missile balistico intercontinentale risale al 28 novembre del 2017. Ma da un anno, cioè dal summit di Singapore in poi, di progressi sul piano della denuclearizzazione, o per meglio dire, della normalizzazione dei rapporti tra la Corea del nord e il resto del mondo se ne sono visti ben pochi. Tutto quel che è successo finora è il frutto di una strategia guidata da Pyongyang, con l’aiuto di Pechino.

 

Mintaro Oba, ex coreanista al Dipartimento di stato americano e ora commentatore e analista tra i più accreditati, ha descritto con efficacia la situazione tra America e Corea del nord parlando di “diplomazia da defibrillatore”. Ogni volta che si entra in una fase di stallo, per non esacerbare la tensione c’è bisogno di una scarica elettrica che riaccenda i negoziati. I negoziati erano falliti ad Hanoi. Il 27 e 28 febbraio scorso, durante il secondo incontro tra Trump e Kim in Vietnam, il presidente americano aveva chiuso la discussione con la famosa frase: “Sometimes you have to walk”, bisogna riconoscere il momento in cui andare via, lasciare i negoziati. Secondo varie analisi successive, l’America aveva domandato alla Corea del nord un inventario completo delle testate e degli armamenti, che il leader nordcoreano aveva negato. E in effetti Pyongyang non si è mai mossa dalla stessa, medesima richiesta: l’allentamento delle sanzioni economiche. Lo stallo nelle negoziazioni ha portato, negli ultimi quattro mesi, a due test missilistici da parte della Corea del nord. Due lanci di missili a corto raggio che Trump domenica ha detto domenica scorsa di “non considerare” test missilistici, affinché l’interpretazione del successo della sua politica non venisse macchiata dalla realtà. E la realtà è che non è stato Trump a cambiare la Corea del nord, ma è la Corea del nord di Kim Jong Un, nei suoi ormai periodici incontri con il presidente cinese Xi Jinping, a cambiare di volta in volta la strategia di Trump.

 

Già un anno fa si parlava di un possibile incontro tra i due leader sul confine, all’interno della Zona demilitarizzata. Una possibilità che era stata esclusa dalla Casa Bianca per tre ragioni. La prima: la sicurezza, molto difficile da gestire in una zona di confine ad alto rischio come quella. La seconda: il coinvolgimento della Corea del sud. Nonostante la United Nations Command Security Battalion– Joint Security Area, cioè il comando del lato sud della Zona demilitarizzata, sia americano, il territorio è sudcoreano e in un colloquio tra America e Corea del nord Seul sarebbe stata troppo protagonista. Terza ragione, la possibilità di una richiesta – da parte di Trump o di Kim – di una passeggiata in Corea del nord. A distanza di un anno, tutte le conseguenze che avevano fatto evitare la Zona demilitarizzata in favore di un campo neutro come Singapore sono venute meno.

 

Le immagini del presidente americano e del leader nordcoreano che si stringono la mano sui gradini del Panmungak Hall – il palazzo nel lato Nord del confine, che è posto davanti alla Freedom House, uno dei luoghi più iconici della storia moderna – entreranno nei libri di storia proprio come era già successo alle bandiere americane e quelle nordcoreane una accanto all’altra al primo incontro tra Trump e Kim a Singapore. Ma oltre al simbolismo e alla propaganda c’è la politica, e l’azzardo di un presidente americano che “ha già dato alla Corea del nord tutto quello che aveva sognato”, ha scritto ieri su Foreign Policy Michael Hirsh, ricevendo ben poco in cambio. Bastava guardare ieri le prime pagine dei giornali nordcoreani: Kim Jong Un è parso estremamente a suo agio, domenica, mentre incontrava Trump, e le fotografie nella prima pagina del Rodong Sinmun, il quotidiano del Partito dei Lavoratori di Corea, cioè il principale organo di propaganda di Pyongyang, mostravano l’altro lato della storia (vedi l'immagine sopra). Il fatto che sia stato il presidente americano, per primo, ad “andare” in Corea del nord nel simbolismo diplomatico asiatico ha un significato molto importante: è lui che si è mosso, è lui che ha “pagato” la prima visita. E l’immagine centrale, da protagonista di Kim, ci mostra il credito che il dittatore si attribuisce in questa negoziazione. Ieri il presidente americano ha detto di essere grato a Kim per l’“ottima copertura” che ha avuto l’incontro, e sembra quasi una provocazione. Non solo a pensare all’uso strumentale che la propaganda nordcoreana fa di quella passeggiata al Nord, ma anche per quello che è successo ai giornalisti americani che seguivano l’evento nella Zona demilitarizzata. “Un pandemonio”, l’ha definito il New York Times riferendosi a quei pochi minuti sulla linea di confine – con la sicurezza che impallava le riprese, e gli agenti nordcoreani che si assicuravano la migliore prospettiva (vedi l'immagine sopra). E poi la nuova portavoce della Casa Bianca, Stephanie Grisham, alla sua prima uscita pubblica, che si è trovata strattonata e maltrattata dagli agenti di sicurezza di Kim, durante quei difficili cinquanta minuti di convivenza tra tre delegazioni – americana, nordcoreana, sudcoreana – dentro alla Freedom House. Se questo pandemonio porterà in qualche modo a un progresso nei rapporti tra Pyongyang e il resto del mondo andrà verificato nei prossimi trent’anni, non nei prossimi tre mesi. E soprattutto, la personalizzazione della politica estera, in dossier così delicati, porta con sé enormi rischi. Joseph Yun, ex inviato speciale della Casa Bianca per la questione nordcoreana, ha detto ieri a Vox: “Se l’Amministrazione Trump si chiudesse adesso, la situazione non sarebbe migliorata perché la prossima potrebbe scegliere una politica diversa. Ecco perché è necessario partire con una vera normalizzazione e qualche progresso sulla denuclearizzazione”.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.