Persone assistono ai preparativi per la parata del 4 luglio (foto LaPresse)

Il cheeseburger e il carrarmato

Mattia Ferraresi

Con l’incongrua parata del 4 luglio, Trump ha smarrito il senso del pop

Roma. Molti lamentano, imbracciando ragioni legittime, che la parata ad alto coefficiente militarista apparecchiata da Donald Trump per il giorno dell’indipendenza non è che un costoso capriccio per solleticare il suo insaziabile ego a spese del contribuente. Il presidente americano ha abbandonato a malincuore l’idea originaria di una sfilata da 92 milioni di dollari, ma quella che va in scena oggi è stata pagata una quindicina di milioni – poco meno di metà dell’inchiesta di Mueller, che il presidente ha sempre denunciato come uno spreco di risorse pubbliche, oltre che una caccia alle streghe – e ha bloccato una città che per giorni ha guardato sbigottita la coda di mezzi che attraversavano il Potomac portando carri armati e altri elementi bellici da mostrare per affermare il primato dell’America al popolo festante.

 

Alle ragioni del portafogli, i critici aggiungono quelle della coerenza ideologica, questa sconosciuta. Trump non doveva presiedere al disimpegno americano, non era il profeta dell’isolamento e del ritiro, correttore della vocazione internazionalista e imperialista di un’America finalmente ripiegata su se stessa? Non è lui che è andato a stringere la mano a Kim Jong Un a casa sua? L’esibizione di pezzi dell’armamentario più potente del mondo s’accorda a fatica con la visione proclamata. Ma questa non è che politica. La contraddizione più cocente è quella culturale. Il 4 luglio è una festa tradizionalmente popolare, una liturgia civile che si consuma a suon di barbecue, coccarde, ettolitri di birra, canti patriottici intonati quando si è già alticci; quando cala la sera, il paese arrovescia il capo per ammirare i fuochi artificiali. E’ una solennità che si onora girando cheeseburger nel backyard circondati da famiglia e amici, non è il giorno del pellegrinaggio, della compunzione, della riflessione severa intorno al potere e alle responsabilità della nazione più forte del mondo. Del resto, si commemora l’indipendenza di una colonia da un impero, quello sì abituato all’esibizione di muscoli per segnalare al mondo la sua superiore potenza di fuoco.

 

Scegliendo una parata culturalmente incongrua, Trump è caduto in uno dei pochi equivoci che finora aveva evitato. Anzi, è crollato nell’unica specialità in cui eccelle, quella di sintonizzarsi con la cultura popolare americana. Ha passato tutta la carriera ad inseguire il rango di pop star, si è buttato in qualunque impresa potesse farlo entrare a forza nell’immaginario degli americani, ha passato decenni a studiare e assecondare gli umori e le inclinazioni viscerali del suo popolo, mettendo a punto format di reality show che poi ha portato alla Casa Bianca. Tutto si può dire di Trump ma non che non abbia saputo intercettare alcuni elementi che innervano l’esperienza popolare americana. E’ diventato presidente grazie a questa qualità innata. Ma si è tradito con la parata del 4 luglio, un rassemblement spurio concepito, com’è noto, quando lo scorso anno ha fatto visita a Emmanuel Macron per l’anniversario della presa della Bastiglia e lì, ammirando la grandeur imperiale che sfilava sui Campi Elisi, gli è venuta una gran voglia di fare a gara a chi ha la parata più lunga. A testimonianza che l’arroganza può cedere, talvolta, alle pressioni dell’invidia.

 

Sarebbe stato arciamericano organizzare una gigantesca grigliata a Washington, sulla falsariga di quella volta in cui ha accolto alla Casa Bianca i giocatori di football del college con migliaia di hamburger, un’orgia di junk food accuratamente pensata per creare il clima giusto con gli interlocutori. Oggi invece perfino i militari sono di malumore, ché tocca loro il doppio lavoro proprio nel giorno del relax e del godimento senza impegno, il giorno in cui si festeggia la liberazione da un impero iniquo, non la costruzione di un nuovo impero che replica gli stessi difetti, non ultimo quello della vanità esibizionista.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.