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La fine di John Bolton

Dall’Iran al Venezuela alla Corea del nord, Trump fa l’opposto di quello che dice il suo consigliere

25 Giugno 2019 alle 06:06

La fine di John Bolton

Il consigliere alla sicurezza nazionale americana, John Bolton (Foto LaPresse)

Il consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton, ha posizioni così diverse dal suo presidente, Donald Trump, che dopo il raid aereo contro l’Iran bloccato all’ultimo momento giovedì scorso non si vede come potrà continuare a fare il suo lavoro con un minimo di credibilità. O va verso le dimissioni oppure resterà come una figura in declino dentro l’Amministrazione. È diventato uno strano tipo di consigliere i cui consigli sono ignorati – anzi il consigliato fa spesso l’opposto.

 

Una settimana fa il Washington Post ha pubblicato un resoconto interessante che spiegava come Trump abbia perso ogni interesse alla questione venezuelana. Credeva che buttare giù il regime di Maduro sarebbe stato più facile, credeva che sarebbe bastato appoggiare l’opposizione per qualche settimana e che al momento del crollo del regime l’Amministrazione Trump si sarebbe trovata dal lato giusto della storia: la fine di un sistema di potere socialista che aveva ridotto un paese alla fame. L’uomo che lo aveva convinto che tutto questo fosse possibile in tempi rapidi è Bolton, ma poi nella realtà le cose sono andate in modo diverso. L’opposizione, sebbene raccolga molti consensi, non ha la forza necessaria a scalzare Maduro. Il Venezuela è alla fame, ma il cambiamento se avverrà seguirà fasi più lente – e questa lentezza non interessa più a Trump, lui voleva vedere eventi storici durante il suo mandato, anzi: voleva essere il fattore determinante. Oggi il suo disinteresse per il Venezuela è per transfert anche un disinteresse ostile contro Bolton.

 

Giovedì scorso questa perdita di interesse si è svelata in un modo sensazionale. Gli iraniani hanno abbattuto con un missile terra-aria un velivolo da 130 milioni di dollari americano che – secondo il Pentagono – volava in alta quota sopra acque internazionali. Era lo scenario credibile per un bombardamento punitivo contro alcune basi militari dell’Iran, ma Trump ha bloccato l’operazione mentre era in corso. Per tutto il giorno aveva discusso l’azione con il suo staff alla Casa Bianca. 

 

Bolton, il segretario di Stato Mike Pompeo e la direttrice della Cia Gina Haspel erano a favore dell’azione. Poi, quando i bombardieri erano già in volo verso i bersagli, ha fermato il raid. “Se fosse per lui, faremmo la guerra a tutto il mondo contemporaneamente”, ha detto ieri Trump parlando di Bolton e non sembra un granché come endorsement. Secondo il Wall Street Journal, venerdì scorso il presidente ha detto a un suo confidente che i membri dell’Amministrazione che lo spingono verso la guerra contro l’Iran “sono disgustosi”. L’articolo non fa nomi, ma il pensiero di tutti va subito a Bolton.

 

Durante la crisi con l’Iran (che non è ancora finita), Trump si è comportato all’opposto di come suggeriva il consigliere. Ha minimizzato gli attacchi del 13 giugno alle quattro petroliere nel mare dell’Oman e li ha definiti “very very minor” – quindi un episodio che non basta a giustificare un’operazione militare americana. Ha argomentato che il 91 per cento del petrolio destinato alla Cina passa dallo Stretto di Hormuz e quindi non vede perché dovrebbe essere l’America a garantire la sicurezza delle navi. Il 20 giugno ha detto che l’abbattimento del drone americano da 130 milioni di dollari è da attribuire a qualche iraniano “loose and stupid”, come se per lui si fosse quasi trattato di un errore militare. Inoltre ha avvertito in anticipo gli iraniani che stavano per essere bombardati e nello stesso messaggio ha detto che lui vuole i “talks”, i negoziati. Infine ha ringraziato gli iraniani per non avere abbattuto un aereo con 35 militari americani a bordo che era in volo vicino al drone colpito. Ha detto anche di avere amici iraniani a New York. La Fox, il canale tv dei conservatori che è il megafono della posizione trumpiana, lo appoggia in tutto e per tutto e osteggia Bolton – ed è un fatto curioso, perché dopotutto il consigliere per la Sicurezza nazionale non è arrivato per caso dentro l’Amministrazione americana: è stato scelto da Trump e la sua linea politica era già molto nota.

 

La carriera di Bolton come consigliere destinato a essere smentito in modo plateale dal presidente era cominciata un anno fa a proposito del dossier Corea del nord. A fine febbraio aveva pubblicato un editoriale sul Wall Street Journal per sostenere la possibilità di uno strike preventivo contro Kim Jong Un. Ad aprile era stato chiamato da Trump alla Casa Bianca per fare il consigliere per la Sicurezza nazionale e aveva dovuto assistere alle aperture spettacolari del presidente americano verso Kim, culminate nell’incontro di Hanoi – che poi si è concluso in un nulla di fatto. Forse Bolton siede alla Casa Bianca con il compito di ricordare a tutti che l’America, se volesse, potrebbe sempre ricorrere all’efficacia brutale della forza militare.

Daniele Raineri

Daniele Raineri

Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione.

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    25 Giugno 2019 - 08:08

    Uno dei commenti più azzeccati su "baffone" (che scherzo) Bolton dice che bombarderebbe sua madre. La sua eventuale uscita di scena (sulla quale neppure doveva entrare) sarebbe una buona notizia per il mondo. Peraltro si sa che ai tempi in cui era ambasciatore all'Onu litigava con tutti, davvero un gran diplomatico!

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