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Le donne che si trasformano in piante per sfuggire alla sofferenza

Il nuovo libro "Convalescenza" della sudcoreana Han Kang ci sconvolge con la sua compostezza

8 Giugno 2019 alle 06:00

Le donne che si trasformano in piante per sfuggire alla sofferenza

Nelle foto Han Kang ha l’espressione rilassata, il sorriso delicato e occhi che sembrano vedere lontano. Ogni volta che teniamo tra le mani un libro di Han Kang – vincitrice nel 2016 del Man Booker International Prize per “La Vegetariana” – abbiamo l’impressione che stia parlando di qualcosa che ci appartiene, qualcosa che è inscritto nei nostri cuori. Ci tornano in mente i suoi occhi acuti, che capiscono, che sanno tutto. Quando leggiamo le storie di questa scrittrice sudcoreana, leggiamo della solitudine delle donne.

 

“Sembrava che fosse in un posto lontano, in qualche luogo segreto. Su quel volto, che a prima vista mi era sembrato solo luminoso e bello, avevo letto una solitudine non cercata, in apparenza quella di una persona totalmente diversa, ed era stato questo a darmi la momentanea convinzione che lei mi capisse”. Dopo “Atti umani”, il romanzo che ricostruiva la storia del massacro di Gwangju, Han Kang torna con i due racconti di “Convalescenza” (uscito per Adelphi nella traduzione di Milena Zemira Ciccimarra): il primo dà il titolo al dittico; il secondo – “Il frutto della mia donna” – scritto nel 1997, è la radice da cui è nato il suo libro più famoso. Due racconti distanti quindici anni l’uno dall’altro, ma entrambi immersi in quei temi e in quelle atmosfere che da “La Vegetariana” si sono conficcati nel nostro petto. Racconti sospesi, pieni di silenzio che contrasta il tumulto interiore. Racconti di donne che si interrogano, che cercano di capire. “Posso fidarmi solo del mio seno, adesso” si leggeva ne “La Vegetariana”, “Mi piace il mio seno, non può uccidere niente. La mano, il piede, la lingua, lo sguardo: tutte armi da cui nulla è al sicuro. Ma non il mio seno. Con i miei seni rotondi, sono tranquilla. Ancora al sicuro. Allora perché continuano a rimpicciolirsi? Non sono nemmeno più rotondi. Perché? Perché sto cambiando così? Perché tutto in me diventa appuntito? Che cosa intendo trafiggere?”.

 

In “Convalescenza”, Jeong ha perso la sorella in seguito a una malattia: non si parlavano più da anni, ma lei non ha mai compreso il perché di quell’allontanamento. Si strugge nel ricordo di una conversazione che non c’è mai stata. Sua sorella così bella, così amata, conduceva un’esistenza piena di agi, ma “sembrava tenere la sua vita a distanza, come se scansasse del cibo dall’odore nauseante”. Cercare di capire, provare a cogliere lo scintillio di una verità senza mai afferrarla. Capita di continuo. È la costatazione terribile e vertiginosa che l’altro – chiunque sia – rimane sempre inconoscibile. Non comprendere l’infelicità di chi abbiamo davanti e la nostra: non capirlo perché mancano le parole, perché la comunicazione è afasica. “Ti chiedesti chi delle due fosse più fredda: tu o tua sorella?”.

 

Le donne di Han Kang sono personaggi implosi, separati dagli altri, asserragliati dentro la propria carne in un dolore muto. Non possiamo che amarle, perché a queste donne è rimasto solo il proprio corpo. Corpi che d’un tratto si dimenticano di essere femminili, si ribellano e si scordano consapevolmente di quello che ci si aspetta da loro. Sì, è l’inizio di una rivoluzione: “Hai già dimenticato quanto ti piacessero le battute spiritose e quanto tenessi al tuo aspetto. Hai già dimenticato che mettevi sempre le scarpe col tacco perché sei bassa, che amavi indossare vestiti anticonformisti dai colori vivaci, che portavi sciarpe per lo più bianche e gialle e che nei tuoi occhi all’ingiù c’era sempre un pizzico di giocosità. Adesso, con il maglione a collo alto nero, la giacca di lana nera, i pantaloni di cotone neri e le scarpe nere, sembri una scolaretta all’ultimo anno delle elementari”.

 

Corpi malati, feriti; corpi che si piegano e si accartocciano come foglie. Corpi parlanti, che dicono – almeno loro – di una sofferenza e, attraverso il dolore, aspirano alla purezza. Nel “Frutto della mia donna”, la protagonista ha il corpo ricoperto di lividi. Sembra aver accolto su di sé tutta la violenza, tutta la brutalità: il fatto di aver rinunciato ai suoi sogni giovanili per sposarsi, per non deludere le aspettative sociali. Il suo corpo però non guarisce, radicalizza la sofferenza, la trasforma in bellezza: si trasforma in una pianta. È solo così che può iniziare una metamorfosi: solo da un atto di libertà e dal rifiuto del mondo. Ecco la Dafne contemporanea di Han Kang: “Era inginocchiata, il viso rivolto verso l’alto, le braccia sollevate come se stesse plaudendo a qualcuno. Tutto il suo corpo era verde scuro. Il viso un tempo opaco adesso brillava come la foglia lucida di un sempreverde. I capelli, che prima sembravano foglie di ravanello risecchite, erano lucenti come steli di erbe selvatiche”. Anche Kafka, con le sue pagine di digiuni e metamorfosi, divenne vegetariano. Le donne-pianta di Han Kang si sottraggono alla violenza degli uomini con uno strappo netto, trasformandosi – come in una fiaba – in qualcosa di così diverso da sovvertire il mondo. Non hanno un rapporto naturale con il corpo: per loro è solo una metafora. Unico modo per mettere in scena il rifiuto di sé, unico e ultimo atto possibile di libertà.

 

Han Kang ha la capacità di sconvolgerci con la sua compostezza, la sua lingua asciutta e precisa. Abbiamo voglia di abbracciare le sue donne siderali. Davanti a Yeong-hye (ne “La Vegetariana”) che prima rifiuta la carne, poi qualsiasi forma di cibo e in ospedale si mette a testa in giù nel tentativo – anche lei – di diventare un vegetale, preghiamo perché ci riesca. Davanti a Jeong (in “Convalescenza”), alla sua distanza dal mondo e dalle proprie emozioni, davanti alla sua consustanziale solitudine, quando la vediamo scintillare per una bicicletta e recuperare tutto d’un tratto l’incanto per la vita, ci siederemmo sul suo portapacchi e ci faremmo portare in giro abbracciandola da dietro. Sperando con tutto il cuore che non smetta mai di pedalare. “Stai guardando la tua bicicletta perché ti ha resa felice – perché probabilmente non c’è niente che tu abbia davvero amato, a parte andare in bici. Solo allora avevi l’impressione che la tua vita non fosse un irrevocabile fallimento, e riuscivi serenamente a liberarti della sensazione di essere forse esclusa da tutta la sfolgorante felicità di questo mondo”.

Gaia Manzini

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