Soros e i piccioni

Paola Peduzzi

La protesta ungherese ha un hashtag che è un insulto a Orbán. Lui risponde con due tattiche ben note ai populisti

Milano. “Preparatevi a questo nuovo tipo di democrazia”, ha scritto Zoltán Kovács, il ciarliero, ineffabile e irrinunciabile portavoce del governo ungherese, una democrazia “che nasce da una rivoluzione attentamente gestita da remoto”: se è questo che volete, godetevi lo spettacolo delle proteste sottozero, ma sappiate che questa “rivoluzione è animata da leader che vengono dalla banda dei soliti sospetti, molti si sono formati all’estero e hanno contatti con la rete di Soros”. Non può che essere sempre colpa di Soros nell’Ungheria di Viktor Orbán, che non spreca nessun rivale e anzi costruisce personaggi da mostrificare con una certa caparbietà, anche se naturalmente come lui, come George Soros, non c’è nessuno.

 

Né in Ungheria né nella bolla dell’antisorosismo – che quando esce dalla propaganda e da internet diventa violenta – che ingloba tutto quel che definiamo, ormai con manica larga, populismo: antiliberali, estremisti di destra, anticapitalisti, antisionisti, tutti uniti contro Soros. Ancor più ora che la piazza di Budapest è piena da una settimana e non demorde – e fan paura quelli che a temperature glaciali non si fermano – e che il Financial Times nomina Soros come uomo dell’anno, e lo fa contravvenendo alla propria politica: il quotidiano della City di solito si occupa dei “risultati ottenuti” per identificare il nome dell’anno, ma questa volta dice che Soros è stato scelto per i “valori che rappresenta”, contrari a quelli populisti. Per i nemici di Soros la nomina è soltanto una conferma di quel che vanno dicendo da tempo: tutto si tiene, Financial Times, Soros, poteri forti ostili, mercati ostili, liberali ostili. Non c’è nulla di sorprendente, dicono, siamo noi contro di loro, ma quelli forti siamo noi e li sovvertiremo, anche se nel frattempo i media ungheresi per la quasi totalità legati al governo pensano che non sia il caso di mostrare le immagini di piazza, mostrano documentari sui piccioni piuttosto, misura preventiva che dice molto del timore che incute una piazza tanto variegata.

    

 

Forse qualcuno nell’entourage di Orbán teme queste proteste, ne vede il potenziale, ora che le varie fazioni dicono di essere in contatto e di voler creare una strategia comune, in modo opportunistico certo, ma non importa, l’importante è stare uniti (e scaldarsi): è successo così anche con i gilet gialli di Francia. Il governo si chiude nei suoi soliti, collaudati meccanismi: oltre al solito Soros tra i nemici c’è anche il leader dell’Alde europea, Guy Verhofstadt, che ha fatto un tweet a sostegno delle proteste utilizzando un hashtag che è un pugno in faccia per il governo Orbán. #OG1, come ha spiegato il solito portavoce ciarliero, sta per “Orban g*ci”, che vuol dire più o meno “Orban sei un coglione”. Come si permette un leader europeo di usarlo? Con tutta probabilità Verhofstadt non era a conoscenza dell’esatto significato dell’hashtag, ma le sfumature non contano, questa è una lotta noi contro di loro e il leader dell’Alde compare nella propaganda orbaniana con gli occhi rossi da diavolo riservati a Soros.

  

C’è un complotto liberale contro l’Ungheria, lo stesso che Orbán invoca come alibi da molti anni, ogni volta che vuole far passare qualche legge controversa o quando dice di no alle politiche di solidarietà – continuando però a prendersi i fondi europei, copiosi, perché per il sovranismo la solidarietà funziona soltanto in entrata. I nemici sono i soliti e i media contribuiscono a creare la bolla: il New York Times ha raccontato in un articolo dettagliato l’affaire dei piccioni – mentre alcuni manifestanti venivano trascinati fuori dalla sede dei media di stato, in onda si parlava di quanto sia utile allevare i piccioni – e delle conseguenze pratiche dell’assenza di pluralismo nel sistema mediatico governato da Orbán. Poiché gli ungheresi guardano principalmente la tv di stato (pure la stragrande maggioranza delle aziende private è legata al governo) o non hanno idea di quanto sono grandi e durature le proteste o comunque credono che siano orchestrate a tavolino da Soros e dai sorosiani in giro per il mondo.

 

In compenso gli ungheresi pensano che i gilet gialli stiano quasi per tirare giù Emmanuel Macron, tanto è intensa la copertura della protesta francese: del resto anche Donald Trump tuitta spesso su “Parigi che brucia” e ancora non dice nulla sull’Ungheria. Anche gli europei sono cauti, in particolare il Partito popolare che ospita tra i suoi membri proprio Orbán: dove piazzate le vostre linee rosse, cari popolari europei?, dicono i membri del partito di opposizione ungherese Momentum.

    

L’imbarazzo è alto, ma ne va della visione europea, e per un attimo vorremmo tutti essere come Soros, che s’innervosisce quando si dimentica le cose, con i suoi quasi novant’anni, ma subito compensa: “Mi ricordo soltanto il futuro”.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi