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La storia riscritta da Viktor Orbán

Il risveglio di Budapest senza la statua di Imre Nagy e i nostri occhi distratti

28 Dicembre 2018 alle 19:00

La storia riscritta da Viktor Orbán

La statua di Imre Nagy a Budapest, prima che fosse rimossa. Foto di Dimitris Kamaras via Flickr

Milano. Il 17 giugno del 1989 a Budapest si celebravano i funerali solenni di Imre Nagy, trent’anni dopo che il leader della rivolta ungherese contro i sovietici fosse impiccato e il suo corpo trascinato verso una tomba anonima – nel lotto 301 – nel cimitero vicino alla principale prigione della capitale. C’erano centomila persone nella piazza principale di Budapest, per quella celebrazione postuma organizzata dalle opposizioni: arrivarono anche quattro membri del Partito comunista, annunciati con il loro ruolo nell’esecutivo e non come esponenti del partito. Se ne andarono prima che iniziassero le eulogie con la loro condanna del Partito comunista e del suo alleato, l’Unione sovietica. Su quel palco, in quel momento storico in cui l’Ungheria cercava di fare i conti con il proprio passato e ancora non sapeva che di lì a poco sarebbe cambiato tutto e l’Unione sovietica si sarebbe dissolta, su quel palco per commemorare Imre Nagy salì un giovane di 26 anni: era il portavoce dei Giovani democratici e si chiamava Viktor Orbán. Imre Nagy, disse solenne e sicuro Orbán, “si identificava con l’ambizione della nazione ungherese di mettere fine ai tabù comunisti, all’obbedienza cieca all’impero russo e alla dittatura di un partito unico. Non riusciamo a comprendere come coloro che volevano mortificare la rivoluzione e il suo primo ministro abbiano improvvisamente cambiato idea e siano ora dei grandi sostenitori e seguaci di Imre Nagy. Né riusciamo a comprendere come i leader di un partito che ci ha fatto studiare su libri che mistificano la rivoluzione oggi sfilino per toccare questa bara come se fosse un atto di buon auspicio”. La sepoltura di Nagy, martire della rivoluzione del 1956, diede inizio simbolico alla storia post comunista dell’Ungheria e rese famoso il futuro premier Viktor Orbán. Che, con un pizzetto appena accennato e il foglio del discorso tra le mani, disse: “Oggi, 33 anni dopo la rivoluzione ungherese e 31 anni dopo l’esecuzione dell’ultimo premier responsabile di questo paese, possiamo ottenere in modo pacifico le cose per cui i rivoluzionari del ’56 combatterono in battaglie sanguinose”.

   

Stamattina all’alba, 62 anni dopo l’esecuzione di Imre Nagy e 29 anni dopo la prima uscita pubblica di Orbán, la statua di Nagy nella piazza che dà sul Parlamento di Budapest è stata rimossa. L’operatore ecologico che stava ripulendo il sito è stato interrogato dai passanti: quando è successo? Attorno alle 4 di stanotte, ha risposto, come ha riportato un testimone al sito Hungarian Free Press Ma è stata usata una gru? No no, l’hanno tagliata, ha detto il signore con la scopa di saggina in mano: la statua è stata sollevata e poi fatta a pezzi. Ci è voluta soltanto un’oretta, e il martire del 1956 è stato eliminato, un pezzo di storia riscritto secondo i canoni in voga oggi, con quel revisionismo offensivo per cui Nagy è “un comunista dei peggiori” e non più il simbolo potente di un futuro diverso per gli ungheresi. La rimozione della statua è soltanto l’ultimo atto di un processo iniziato tempo fa, come un po’ tutto quel che riguarda la trasformazione dell’Ungheria da parte di Orbán. Non c’è nulla di brusco, è soltanto il nostro occhio distratto che ci fa sorprendere di volta in volta, che sia un’università costretta a trasferirsi, una legge contro gli immigrati o una fondazione che mette insieme tutti i media ungheresi alle dipendenze degli amici del premier. Nell’ottobre del 2016, quando si celebravano i 60 anni dalla rivoluzione del ’56, Orbán disse: “E’ nostra responsabilità evitare che Bruxelles si sovietizzi”, tracciando un parallelo tra l’oppressione sovietica e quella europea che sarebbe diventata mainstream tra i sostenitori della Brexit. L’Ungheria battagliava con l’Europa mentre scivolava verso l’illiberalismo che oggi vediamo più chiaramente: da nessuna parte, a nessun evento, c’era l’immagine di Imre Nagy, che già era stato tolto nel 2011 dal Pantheon ungherese. Il governo aveva già iniziato a monopolizzare la rivoluzione, a riscriverne la storia per crearne una perfetta per l’orbanismo: c’era chi protestava, come c’è chi protesta oggi, ma la piazzetta di Nagy è vuota.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica inglese, francese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, Cosmopolitics, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante.

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