La repressione della protesta ungherese porta il nome di Sándor Pintér

Micol Flammini

I manifestanti hanno accusato la polizia di cattiva condotta e l’opposizione ha chiesto le dimissioni del ministro dell'Interno di Orbán

Roma. Non si poteva pretendere che le proteste a Budapest proseguissero con le fiaccolate, con qualche provocazione urlata davanti al Parlamento o davanti al quartier generale della televisione ungherese, senza nessuna risposta da parte del governo. I manifestanti gridano “Viktator”, nuovo appellativo del primo ministro Viktor Orbán ormai da una settimana, domenica scorsa si sono azzardati a farsi fotografare mentre mostravano il dito medio alle grandi immagini del premier sparse per le strade di Budapest, una è un grande murales, ma nulla di più da parte di chi protesta. Provocazioni veniali per richieste legittime come il rispetto dello stato di diritto o l’abolizione della “legge schiavitù”, che legittima i datori di lavoro ad aumentare le ore di straordinari, una risposta poco lungimirante alla mancanza di manodopera nel paese. Da Budapest la protesta ha iniziato a espandersi anche nelle altre città, nonostante la mancanza della copertura mediatica – giornali e televisioni sono nelle mani di uomini legati a Orbán che non hanno alcun interesse a diffondere le immagini o a raccontare la rabbia degli ungheresi. Esistono però i social e l’opposizione, variegata e compatta, ha deciso di usarli per far sapere che la nazione si sta spazientendo. Le proteste si sono gonfiate, giorno dopo giorno, nevicata dopo nevicata. Ogni corteo che viene organizzato, incluso quello di venerdì, si porta dentro una rivendicazione in più perché guardando a ritroso, osservando questi otto anni di orbanizzazione, l’Ungheria ne ha motivi per arrabbiarsi.

 

Viktor Orbán ha sempre subìto il potere della folla, sa che il suo consenso viene dalla massa e ogni qualvolta i cittadini sono scesi in piazza, non per questioni ritenute ideologiche come l’espulsione dell’Università finanziata da Soros o la legge sui media, il primo ministro ha sempre cercato di trovare compromessi. Non questa volta. Anzi, Fidesz, il partito del premier, populista e nazionalista, sembra aver perso interesse nei confronti del popolo e ha deciso di affrontare le proteste come mai aveva fatto prima d’ora. Sin dall’inizio la polizia aveva lanciato lacrimogeni e spruzzato spray urticanti contro i manifestanti, questa settimana sono state arrestate cinquanta persone, cinque politici dell’opposizione che domenica si erano presentati assieme ai manifestanti davanti alla sede dei maggiori media ungheresi per chiedere che le proteste ricevessero una copertura adeguata, sono ora in ospedale dopo uno scontro con la polizia.

 

Queste proteste hanno una forza diversa, non ci sono cori, momenti gioviali. Contrariamente agli altri cortei la polizia non ha il ruolo di sorvegliare – in altre manifestazioni le Forze dell’ordine si erano limitate a circondare e seguire i manifestanti che in alcune occasioni avevano anche deciso di porgere loro dei fiori – ma deve agire. Le manifestazioni sono fatte sempre più tese, i manifestanti hanno accusato la polizia di cattiva condotta e l’opposizione ha chiesto le dimissioni di Sándor Pintér, il ministro dell’Interno che ha seguito Orbán durante tutti e quattro i mandati. Pintér è un ex membro del Partito comunista ungherese e negli anni Settanta ha iniziato a lavorare per la Sicurezza. Ex capo della polizia, nato e cresciuto a Budapest, è stato ribattezzato il “Fouché dell’Ungheria”, dal nome del temutissimo capo della polizia di Napoleone. Da lui sono partiti gli ordini di trattare queste proteste in modo diverso rispetto a quelle precedenti, di usare gli urticanti, di arrestare e di fermare questi cortei “assoldati da Soros” – chi altri? –, ha detto il ministro. L’esecutivo ha risposto alle accuse dicendo che il compito di Pintér è quello di garantire la sicurezza, di controllare la folla e di dare alla polizia tutti i mezzi per farlo. Intanto il popolo ungherese si sente sempre meno rappresentato dal suo governo populista, aumenta la rabbia e in questi giorni la fiducia nei confronti di Orbán traballa.

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