La scommessa sovranista persa dall'Ungheria

Micol Flammini

Budapest non ha più manodopera ma la “legge schiavitù” non è lungimirante, ci dice un economista

Roma. La misura approvata la scorsa settimana dal Parlamento di Budapest, la “legge schiavitù” che dà ai datori di lavoro il potere di imporre fino a 400 ore di straordinari all’anno, non è il risultato di un accordo tra le grandi case automobilistiche e il governo ungherese, come sospettano alcuni partiti di opposizione. È la soluzione di Orbán, strampalata e poco efficace, per risolvere un grave problema creato dal suo governo: l’Ungheria sta rimanendo senza manodopera. “Il tasso di disoccupazione è tra i più bassi in Europa – spiega al Foglio Charles Robertson, capo economista della banca di investimenti Renaissance capital – È al 3,7 per cento”.

 

In Italia verrebbe da sospirare e i populisti nostrani saranno già pronti a proporre un altrettanto strampalato “facciamo come l’Ungheria”, se non fosse che oggi, nel tentativo di trovare un rimedio a otto anni di riforme poco lungimiranti, la piazza si sta rivoltando contro il governo. “Ogni cinque anni la popolazione in età lavorativa si riduce del 5 per cento, l’Ungheria nel terzo trimestre del 2018 aveva un tasso di occupazione pari al 69,5 per cento”, dice Robertson. Il governo ha cercato di incoraggiare gli ungheresi al lavoro, spingendoli spesso anche a prediligere l’impiego allo studio. L’età pensionabile rimane bassa, sia gli uomini sia le donne vanno in pensione a 62 anni ed entro il 2022 dovrebbe raggiungere i 65, e le politiche contro l’immigrazione sono il cuore delle politiche orbaniane.

 

Questi fattori, uniti a un indice di natalità molto basso (9,1), rendono ancora più difficile il ricambio della forza lavoro. Per anni, l’Ungheria ha agevolato l’ingresso soltanto di manodopera ucraina, ma anche Kiev ha problemi demografici e i lavoratori che si spostano verso l’Ungheria sono in diminuzione. Le scelte ungheresi in fatto di economia e di immigrazione, che sono alla base del consenso dell’esecutivo di Orbán, hanno oggi come risultato le proteste che in Ungheria vanno avanti da una settimana. “Con la piena occupazione e il rifiuto di accettare migranti, i salari dei lavoratori ungheresi sono aumentati”, spiega Robertson. Ma l’Ungheria è ormai rimasta senza manodopera.

 

Tuttavia è fermamente convinta di non volere migranti, e la riforma degli straordinari è l’unica soluzione che il governo è riuscito a prospettare. “Se non c’è più personale, l’unico rimedio è far lavorare di più quello a disposizione. La legge funzionerà soltanto per pochi anni ma non risolverà il problema. I lavoratori diminuiranno e invecchieranno. Questo è il risultato del nazionalismo economico di Orbán”, dice l’economista. Il premier ungherese vuole che la nazione continui a essere competitiva, vuole continuare ad attrarre le grandi compagnie, ma una norma che impone ai cittadini di lavorare di più non è la soluzione. “Sono due i principi su cui ragionare se si vuole aumentare la forza lavoro: alzare l’età pensionabile e attirare lavoratori”, quindi pensioni e immigrazione, due temi sui quali il partito Fidesz non intende cambiare le sue politiche. “E’ folle d’altra parte sperare che gli ungheresi accetteranno di aumentare le ore che trascorrono lavorando”, spiega Robertson. Ora Orbán è a un bivio e come commenta l’economista “è un periodo interessate per il governo ungherese”. Il premier dovrà decidere se iniziare a prendere in considerazione di cambiare due pilastri portanti del suo sostegno, pensioni e immigrazione, o andare avanti con la “legge schiavitù”.

 

In entrambi i casi i suoi elettori saranno insoddisfatti, ma se la prima opzione potrebbe permettere all’Ungheria di affrontare e risolvere il problema della mancanza di manodopera, la seconda provocherà soltanto rabbia senza dare soluzioni. “Se davvero questa legge verrà applicata, l’Ungheria sarà costretta a investire nell’automazione del lavoro (e al momento non è in grado di farlo), dovrà continuare ad aumentare i salari dei lavoratori e questo spingerà le aziende a trasferirsi, a scegliere aree come il nord Africa, in cui il costo della manodopera è più basso”, conclude Charles Robertson. Di fronte alla piazza che continua a protestare, oltre a Budapest anche altre città stanno iniziando ad agitarsi, Viktor Orbán ha davanti due soluzioni, la “legge schiavitù” o le riforme, nessuna delle due piacerà agli ungheresi. E una morale: il nazionalismo economico non può rendere un paese competitivo.

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