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Nelle catacombe di Mosul

Con le squadre irachene che riportano alla luce il centro della città sepolto dai bombardamenti contro l’Isis e trovano migliaia di cadaveri, esplosivo e lingotti d’oro

31 Maggio 2018 alle 06:14

Qui una cintura esplosiva, lì una decina di corpi. Siamo andati nella capitale dell’Isis in Iraq dieci mesi dopo l’ultima battaglia

Le squadre della polizia irachena frugano fra le rovine dieci mesi dopo la liberazione di Mosul (foto: Daniele Raineri)

Mosul, dal nostro inviato. Una fonte irachena del Foglio che preferisce restare anonima dice che sotto le macerie sulla riva del fiume Tigri a Mosul ovest ci sono ancora “undicimila corpi che devono essere recuperati, secondo stime che non circolano in pubblico”. Siamo in quello che resta della Città vecchia, l’accrocchio di palazzi e viuzze che dieci mesi fa divenne l’ultima sacca di resistenza dello Stato islamico durante la battaglia per liberare la seconda città più grande dell’Iraq. Oggi il governo di Baghdad non vuole che si parli delle cifre dei morti raggiunte durante la battaglia più violenta “dalla fine della Seconda guerra mondiale”, come la definirono gli ufficiali americani che guidavano le operazioni di bombardamento, e ha dato ordine ai drappelli di lavoratori che ogni giorno si aprono la strada tra le colline di macerie di non fornire informazioni a proposito di quello che trovano. Le stime ufficiali parlano di un numero di morti sotto le bombe che sta da qualche parte tra i mille e i tremila, ma sono al ribasso, poco chiare e non fanno distinzione tra i civili intrappolati e i combattenti dello Stato islamico che li usavano come scudi umani.

 

L’ordine era di recuperare soltanto i corpi dei civili, non quelli dei terroristi, ma il fetore che sale dalla terra è ancora troppo forte

Scendiamo con i lavoratori fino alla sponda del fiume, dove le rovine della Città vecchia entrano in acqua. Il turno di lavoro comincia alle sette e mezza del mattino e finisce all’una, perché da poco è cominciato il mese sacro di Ramadan, il sole è già alto alle sei di mattina, fanno trentacinque gradi e stare tutto il giorno a scavare tra le ruspe non si può. C’è la Protezione civile in tuta scura e le unità specializzate della polizia in divisa rossa, un paio di loro montano la guardia con i kalashnikov sulla spalla perché a Mosul una concentrazione di dipendenti del governo è pur sempre un obiettivo per i terroristi dello Stato islamico. Uno dei nostri accompagnatori è rimasto ferito di recente durante la prima fase dei lavori perché una benna ha toccato una trappola esplosiva nascosta in un cumulo di rottami, due suoi colleghi sono morti. Apre il telefonino per ripescare il video, era una mattina di sole come questa e stava registrando un videomessaggio, dietro di lui la pala tocca un mucchio di detriti, arriva lo scoppio. Chissà per quanto tempo si troverà roba che scoppia da queste parti. E infatti poco dopo dalla polvere viene alla luce una cintura esplosiva, di quelle che i combattenti dello Stato islamico portavano ai fianchi per non essere catturati vivi, piena di plastico e di pallini di piombo. Ha un meccanismo di detonazione già visto in altre migliaia di casi, con una sicura ad anello che dev’essere strappata prima di premere il bottone e anche questo è un segnale rivelatore di quanto era organizzato bene lo Stato islamico a Mosul: la produzione di queste cinture era diventata seriale. Un artificiere taglia il circuito di detonazione e la getta in un angolo.

 


 Manifestini che mettono in guardia dalle trappole esplosive, nascoste anche dentro i giocattoli (foto: Daniele Raineri)


 

Gli uomini favoleggiano di un tunnel sotterraneo da qualche parte dove ancora oggi i combattenti dello Stato islamico sono rintanati dalla fine della guerra per uscire a compiere assalti. E’ un racconto a metà tra il giapponese che resta a presidiare l’isola deserta e l’uomo nero, da non prendere alla lettera, ma due giorni dopo averlo considerato poco più di una leggenda metropolitana un bombardamento di precisione americano distrugge un pezzo di tunnel in cui si nascondevano alcuni uomini dello Stato islamico (non ci vivevano, ma lo usavano come base) appena fuori Mosul. 

 


 Quel che resta della Città vecchia, dove lo Stato islamico si trincerò per opporre l’ultima resistenza durante la liberazione di Mosul (foto: Daniele Raineri) 


 

I soldati iracheni sono arrivati sul posto, hanno ucciso due combattenti, hanno trovato altri tre cadaveri, dicono che il tunnel ha molte ramificazioni ma per ora “non ci sono le condizioni di sicurezza per verificare”. Si sa che il gruppo di Abu Bakr al Baghdadi per anni a Mosul e in giro per il paese ha costruito rifugi sotterranei e gallerie dove nascondere tonnellate di armi e di esplosivo in attesa di tempi migliori. Se ne parlerà per anni di questi tunnel, di quelli veri e di quelli immaginari, ormai hanno un posto nella psiche nazionale.

 

Fino a poche settimane fa l’ordine sulla riva destra del Tigri era di recuperare soltanto i corpi che appartenevano a civili poi il governo iracheno ha cambiato idea e ha imposto di recuperare tutti i cadaveri, anche quelli di Daesh, nel tentativo di smorzare il fetore che sale ancora oggi dai detriti dieci mesi dopo la fine dei combattimenti. Qui sotto ci dev’essere un carnaio. Le bombe hanno trasformato centinaia di edifici della Città vecchia in colline di macerie che hanno creato uno strato di qualche metro sopra le case e le stanze che per miracolo non sono state centrate. Considerato che durante un bombardamento tutti cercano per istinto di rifugiarsi nei punti più bassi degli edifici, vuol dire che nel luglio 2017 centinaia di persone sono morte non perché sono state colpite dalle bombe ma perché sopra di loro si è chiusa ogni via di uscita. Il numero non si saprà mai. Decine di piccole bolle senza suoni, dove civili, combattenti e capi dello Stato islamico si sono spenti nel buio mentre sopra di loro altri riuscivano a fuggire oppure erano uccisi sul posto dai soldati e intanto si preparava l’annuncio della vittoria finale e l’arrivo delle troupe delle tv internazionali.

 

A Mosul c’è la versione araba della storia eterna dell’oro di Dongo. Tutti cercano le armi e forse i milioni di dollari rimasti sepolti

Il lavoro è lineare. Le benne rimestano le macerie, gli uomini frugano alla ricerca di resti umani, quando trovano qualcosa tirano fino a svellere il corpo dal resto e lo portano a uno spiazzo dove hanno aperto al suolo grandi sacchi di plastica. Quando ne hanno raccolti abbastanza arrivano altri uomini – però questi in tuta bianca – che non vogliono farsi fotografare, tastano in fretta alla ricerca di documenti o di altri indizi e poi chiudono i sacchi. Non si tratta quasi mai di cadaveri interi, ma soltanto di parti. Una gamba, un teschio, una spina dorsale. Come fate a contarli, chiedo, perché per mesi in Italia ho letto notizie come “Dieci corpi recuperati a Mosul” oppure “Trenta corpi recuperati a Mosul”. “Quando abbiamo materiale che all’incirca corrisponde a mezzo corpo, allora lo contiamo come uno”. La probabilità che i resti nei sacchi corrispondano a una stessa persona è molto bassa, più o meno come quella di entrare in un ristorante dopo un bombardamento e rimettere assieme i piatti. Nessuno pensa di farlo, nemmeno per un minuto. A seconda della profondità a cui giacevano i resti sono più o meno ripuliti dal tempo: alcuni sono già alle ossa, altri sono ancora molto indietro nel processo – ma le serie horror in tv dimenticano di dire che i corpi dopo la morte rimpiccioliscono. Altri cadaveri sono ancora in superficie, soprattutto sul fondo di vicoli scoscesi e tappati dai crolli, che si possono raggiungere camminando sui tetti. Tra questi alcuni hanno le mani legate e buchi nella schiena. Potrebbero essere prigionieri dello Stato islamico uccisi prima della capitolazione finale, oppure uomini dello Stato islamico catturati e uccisi sul posto dai soldati durante la resa dei conti. In questa zona è molto più probabile la seconda opzione.

 


 Il lento lavoro di recupero dei corpi (foto Daniele Raineri)  


 

Proprio davanti alla sacca di resistenza della Città vecchia dall’altra parte del fiume c’è la grande moschea che domina Mosul est, costruita per ordine di Saddam Hussein, con i minareti a forma di missili Scud come nella moschea gemella a Baghdad. E’ come se nelle due parti della città, est e ovest, si fossero combattute due battaglie diverse. Su quella riva del Tigri nell’estate 2017 ormai da sei mesi erano tornate la tranquillità e la vita normale. Sull’altra si trascinava uno scontro finale che per lo Stato islamico è diventato l’equivalente di Fort Alamo. L’ordine di Abu Bakr al Baghdadi era di restare fino alla morte per dimostrare la capacità di resistenza del gruppo. Gli uomini dello Stato islamico obbligarono i civili a restare come scudi umani, ordinarono ai cecchini di sparare contro chiunque tentasse la fuga, piazzarono mine nelle case e in qualche caso mescolarono attentatori suicidi alle file di abitanti che a dispetto di tutto riuscivano a correre verso i soldati. Oggi se ne vantano in chat. “La resistenza a Mosul è durata più di quella a Stalingrado. L’esercito di Saddam non era riuscito a tenere la città per più di un mese nel 2003 durante l’invasione americana, noi abbiamo tenuto duro per nove”.

 

Sarebbe durata ancora più a lungo se i comandanti dell’esercito iracheno non avessero deciso di adottare per la Città vecchia di Mosul un’opzione che potremmo chiamare in mancanza di meglio “opzione Nagasaki”, dal nome della seconda città giapponese distrutta dagli americani con la bomba atomica per arrivare prima alla fine della Seconda guerra mondiale. L’esercito iracheno aveva già perso ventiquattromila soldati, i reparti scelti dell’antiterrorismo erano stati quasi eliminati per attrito, non era più possibile procedere palazzo per palazzo, strada per strada. Le bombe spazzarono via l’ultima bolla di resistenza, con tutto quello che conteneva.

 

Uomini, camion e pale meccaniche spostano il materiale. Migliaia di tonnellate di briciole di cemento e di matasse di tondini di ferro, milioni di mattoni e tappeti e suppellettili e plastica sono diventati un impasto color polvere. I guidatori delle ruspe più o meno hanno indovinato il tracciato delle vie e lo hanno ricreato, capire la posizione delle case è più difficile, nel suolo si spalancano buchi neri qui e là, sono i soffitti delle stanze, si può guardare dentro dall’alto. Alcuni abitanti del posto fanno da consiglieri, ricordano più o meno com’era prima, guidano le squadre. Se girano così in libertà nella Città vecchia e non sono sospettati di avere collegamenti con lo Stato islamico si può stare certi che hanno dimostrato in qualche modo di stare dalla parte del governo. Forse erano di quelli che mandavano messaggi via Facebook all’esercito per dare informazioni e indicare come si muovevano i capi dello Stato islamico quando la città era ancora sotto il loro controllo (ma il capo dello Stato islamico, Abu Bakr al Baghdadi, “si teneva nascosto anche quando il loro potere era al massimo, non si mostrava mai in pubblico, nessuno poteva sapere dov’era in tempo reale”, dice uno di loro al Foglio). Oppure alcuni abitanti sono importanti perché sono gli ultimi ad avere visto questo posto com’era prima di questa catastrofe causata dall’uomo e quindi possono dare indicazioni preziose. Molto preziose.

 

Ogni volta che cade un regime si porta dietro tesori accumulati in anni di oppressione e di segretezza e lo Stato islamico a Mosul non fa eccezione. La fonte del Foglio dice che quattro giorni fa i lavoratori hanno trovato un milione di dollari in una stanza che era rimasta sepolta fino ad allora e che c’è una legge non scritta che impone la divisione fra tutti. Sterratori, poliziotti, artificieri, soldati se ci sono. “A volte si trovano armi, certe sono in pessime condizioni e certe sono invece come nuove, mai usate. A volte si trovano lingotti d’oro”. E’ una versione araba della storia eterna dell’oro di Dongo. Per almeno tre anni la città è stata la capitale dello Stato islamico in Iraq. E’ probabile che tutti i proventi delle razzie nel nord e nel centro del paese siano passati da queste parti. Migliaia di edifici governativi. Migliaia di casseforti. Inoltre gli uomini di Baghdadi avevano creato un sistema statale funzionante, con tasse e stipendi, quindi maneggiavano un flusso enorme di denaro che a un certo punto, quando è cominciato l’assedio nell’ottobre 2016, si è fermato. Il gruppo terroristico aveva capito da tempo che il suo funzionamento dipendeva dalla capacità di raccogliere soldi e di finanziarsi e si era specializzato in una vasta gamma di attività redditizie. Per esempio, negli anni prima di prendere il controllo di Mosul faceva circa otto milioni di dollari al mese semplicemente grazie alle estorsioni regolari ai danni di tutte le imprese della zona. Dopo la conquista la quantità di soldi a loro disposizione di sicuro è aumentata. In pochi durante i giorni terribili della liberazione, tra i civili in fuga e il caos, si sono chiesti dov’è finito il tesoro accumulato dal gruppo terroristico più rapace del pianeta. Molti abitanti di Mosul invece se lo chiedono.

 

Una benna tocca il soffitto di una casa. Dev’essere un luogo tenuto d’occhio da un po’ di tempo, perché riscuote interesse tra i lavoratori, si formano capannelli. Dieci colpi di braccio meccanico per tirare su materiale e si arriva in fretta alla facciata, appena la cascata di polvere si dirada si vede che c’è abbastanza spazio per entrare da tutte e due le finestre del primo piano. Arrivano soldati, arrivano anche un paio di agenti dell’intelligence che a Mosul compaiono subito e ovunque succeda qualcosa di rilevante: è una città sotto sorveglianza speciale. A giudicare dallo stop ai lavori dentro la casa ci dev’essere qualcosa di interessante. Forse c’è un raggruppamento di cadaveri più numeroso del normale, forse armi. Cominciamo a sentirci come se la nostra presenza di osservatori stranieri non fosse graditissima, forse se non ci fossimo le cose andrebbero più spedite. Qui fra gli scavi di Mosul funziona quel principio della meccanica quantistica che dice che l’osservatore modifica l’esperimento. A un certo punto corre il passaparola: gli artificieri dell’esercito faranno brillare una mina per sgombrare il passaggio. Ci si allontana tutti sotto un sole di mezzogiorno che ormai rende tutto il paesaggio piatto, le rovine, gli uomini in tuta, le carcasse delle auto ammonticchiate, il fiume Tigri, l’altra sponda di Mosul. Contrordine: non ci sarà nessuna esplosione. Forse era un diversivo, per far passare un altro po’ di tempo e allungare l’attesa. Tutti gli uomini riprendono posizione sulla scarpata di macerie, guardano l’ingresso che porta dentro la casa inesplorata. Un ufficiale della polizia si avvicina con un velo di sudore sulla faccia, dice: “Ma con questo caldo che fa, perché ostinarsi a restare qui?”.

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    31 Maggio 2018 - 11:11

    Sembra il quadro dell'Italia spolpata dai parassiti grillini.

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