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L'Iraq dopo il voto

Per avere un primo ministro ci vorrà tempo: nessun partito ha la maggioranza necessaria per indicare un nome. Ma i risultati elettorali svelano quattro importanti tendenze

14 Maggio 2018 alle 19:31

L'Iraq dopo il voto

Foto LaPresse

Roma. Ora che si sanno i risultati delle elezioni parlamentari dell’Iraq di sabato scorso, è chiaro che le trattative fra i primi cinque grandi partiti per formare un governo a Baghdad faranno sembrare la danza Di Maio-Salvini qui da noi una faccenda lineare e diretta. Nessuna fazione ha la maggioranza necessaria per indicare subito il nome del prossimo primo ministro iracheno, anzi: nemmeno i primi due arrivati, se si mettessero assieme, ci riuscirebbero. Ci saranno quindi molti negoziati. Vediamo intanto le tendenze più chiare. Numero uno: ondata populista, se così si può dire. E’ arrivata al primo posto una strana coalizione chiamata Sa’irun e formata da Moqtada al Sadr, figura religiosa sciita con un largo seguito, e il partito comunista iracheno, formazione centenaria che era sempre stata ai margini e che in questa coalizione inedita fa il partner di minoranza. Sadr e i comunisti hanno vinto con slogan contro la corruzione, che gli elettori iracheni considerano una piaga peggiore dello Stato islamico e in qualche modo a esso legata. Difficile dimenticare il caso delle cosiddette divisioni fantasma, cioè quelle divisioni dell’esercito che avrebbero dovuto impedire ai terroristi di occupare Mosul e che invece fuggirono di fronte a poche centinaia di guerriglieri. Si scoprì in seguito che molti generali tenevano a libro paga soldati che da tempo non facevano più parte delle forze di sicurezza, per incassare le paghe, fino a quando l’offensiva dello Stato islamico non aveva smascherato il bluff. L’Iraq in teoria ha risorse naturali enormi, superiori all’Arabia Saudita, ma la maggior parte della popolazione vive in povertà, segno che c’è più di un problema nel meccanismo di distribuzione. Mentre l’attenzione del mondo era concentrata a nord, sulla battaglie contro i fanatici, nessuno guardava a sud, alla zona placida dei grandi campi petroliferi di Bassora, dove le risorse del paese finiscono ingoiate in grandi intrallazzi tra politici e privati.

   

La coalizione Sa’irun è sovra rappresentata perché i suoi elettori erano molto motivati e sono andati a votare mentre il resto dell’Iraq – e questa è la seconda tendenza importante – ha quasi disertato. Non è un caso: c’era un movimento popolare che ha chiesto di boicottare le elezioni, perché ritiene che le regole del sistema politico finiscono per ostacolare il cambiamento (l’Iraq, un paese affamato di democrazia reale). L’affluenza è stata inferiore al 45 per cento, deludente se si ricorda che nel 2005 era stata il 70 per cento, in faccia al gruppo terrorista guidato dal fondatore dello Stato islamico Abu Mussab al Zarqawi che attaccava le file ai seggi con attentati suicidi. L’affluenza bassa ha creato sorprese. Una parlamentare donna e comunista è stata eletta a Najaf, città sacra degli sciiti. Il primo ministro Haider al Abadi invece è stato punito dalla svogliatezza nelle urne ed è arrivato soltanto terzo a livello nazionale e quinto a Baghdad – e questa è la terza tendenza significativa del voto iracheno. Al Abadi ha guidato la campagna immane contro lo Stato islamico, ha chiuso senza troppi danni la questione del secessionismo curdo, ha riportato la sicurezza nella capitale, e ha fatto tutto questo tenendosi in equilibrio tra America e Iran. Per lui è quasi un destino da Winston Churchill, che vinse la battaglia contro il nazismo e fu poi scaricato dagli elettori inglesi senza troppe cerimonie. Potrebbe però ancora riguadagnare posizioni nei negoziati post-voto.

   

Infine, la quarta tendenza di questo voto iracheno, molto importante. Il voto non segue le linee di frattura religiose. Il voto sciita non è compatto, si è spezzato tra Moqtada al Sadr, arrivato primo ma si è visto con un messaggio poco o nulla confessionale, Hadi al Ameri, capo di Fatih, il partito arrivato secondo che raccoglie i voti delle milizie sciite, e il partito di Nuri al Maliki, l’ex primo ministro arrivato quarto. Chi credeva che le elezioni in Iraq fossero inutili o scontate perché comunque avrebbero seguito le divisioni confessionali tra sunniti e sciiti, e quelle etniche tra curdi e arabi, si deve ricredere. Moqtada al Sadr, che negli scorsi guidava una milizia sciita molto religiosa che si chiamava Jaysh al Mahdi e uccideva soldati americani, ha fatto almeno un paio di mosse che infrangono tutti i luoghi comuni sull’Iraq. La prima è che ha tagliato i rapporti con l’Iran e quindi non si può più dire che i partiti sciiti iracheni sono pupazzi di Teheran. La seconda è che mesi fa ha accettato un incontro con il principe erede al trono saudita, Mohamed bin Salman, che guida il fronte anti Iran e si è fatto fotografare con lui. Sadr ha comunque molti detrattori e non soltanto fan. C’è chi lo chiama mr Atari, per la sua mania giovanile per i videogiochi, e c’è chi ricorda che quando i sardisti amministrarono alcuni ministeri tra il 2004 e il 2010, specie quello della sanità fu un disastro.

  

C’è un dato da notare. Entrambi i partiti arrivati nelle prime posizioni vogliono che le truppe straniere lascino il paese il prima possibile. Questo vuol dire che le migliaia di soldati americani e le centinaia di inglesi potrebbero dover abbandonare presto l’Iraq, dopo avere di fatto dato un contributo essenziale a sconfiggere sul piano territoriale lo Stato islamico – e soltanto sul piano territoriale, è bene sottolineare – il problema terrorismo invece resterà per anni. Ma così hanno deciso gli iracheni.

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