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Israele e l’Ue tirano Trump in direzioni opposte sul dossier Iran

Nei prossimi 15 giorni il presidente americano dovrà dare risposte che lasceranno molti alleati scontenti

2 Marzo 2018 alle 06:00

Israele e l’Ue tirano Trump in direzioni opposte sul dossier Iran

Donald Trump (foto LaPresse)

Roma. Da una parte ci sono i diplomatici dell’Unione europea che corrono per salvare il salvabile e impedire che il presidente americano, Donald Trump, stracci l’accordo con l’Iran del luglio 2015 che riguarda il congelamento del programma di ricerca nucleare. Dall’altra ci sono i diplomatici israeliani che fanno pressioni sull’Amministrazione Trump perché abbia un ruolo più deciso nell’impedire che l’Iran trasformi la Siria in una piattaforma militare per aggredire Israele. Sono due richieste in diretta contrapposizione, l’una rende impossibile l’altra. E in mezzo c’è il presidente più disorientato e imprevedibile della storia americana, che dovrà fornire risposte chiare a entrambe le parti nel giro di quindici giorni.

 

Si comincia lunedì con la visita del premier israeliano, Benjamin Netanyahu, che si è fatto anticipare dal discorso del suo ministro per la Sicurezza interna, Gilad Erdan. Il malumore che si respirava nel Consiglio di sicurezza di Israele è diventato pubblico quando di recente Erdan ha parlato dal podio della conferenza delle organizzazioni ebraiche più grandi d’America: “Amici, lasciate che io vi parli con franchezza. C’è bisogno di un coinvolgimento più grande dell’America per essere sicuri che l’Iran non trasformi la Siria in uno stato pupazzo. Ogni giorno in cui l’Iran scava una trincea più profonda in Siria ci porta più vicini alla guerra. Non ci sarà un vuoto: se l’America sceglie di non essere un attore importante nel dare forma al futuro della Siria, allora altri lo faranno – e credetemi non saranno i rappresentanti del popolo siriano eletti democraticamente”. Netanyahu tornerà molto probabilmente deluso dal viaggio, come spiega il giornalista israeliano Barak Ravid di Channel 10. Due giorni fa il generale Joseph Votel, comandante del CentCom, la divisione del Pentagono che si occupa di quello che succede in medio oriente, ha detto in audizione davanti al Congresso che per ora fronteggiare l’Iran in Siria non è tra le priorità dell’America. Il compito più urgente di cui occuparsi resta quello degli anni passati: la guerra contro lo Stato islamico. Due giorni fa, tuttavia, sono circolate le immagini satellitari di una nuova base iraniana vicino alla capitale siriana Damasco abbastanza grande per contenere missili in grado di colpire Israele. A partire dal gennaio 2013 il governo di Gerusalemme ha messo in atto un piano di contenimento fatto di raid aerei frequenti – circa uno ogni due settimane – contro gli iraniani e i loro alleati in Siria, ma c’è un’escalation come dimostra l’abbattimento di un jet israeliano il 10 febbraio (il primo abbattimento dal 1982).

 

Il secondo appuntamento difficile sarà il 15 marzo a Berlino per i colloqui transatlantici. Lo staff che circonda Trump alla casa Bianca – il segretario di stato Rex Tillerson, il segretario alla Difesa Jim Mattis e il consigliere per la Sicurezza nazionale Herbert McMaster – hanno finora impedito per tre volte che il presidente rompesse l’accordo con l’Iran del luglio 2015 – che per Barack Obama fu il culmine di una lunga e cautissima strategia di pace e che per il suo successore è “il peggior accordo mai firmato”. Trump ha imposto un ultimatum che scade a maggio per ottenere un accordo più severo e ora i diplomatici europei, italiani inclusi, stanno affannosamente tentando di elaborare un capitolo aggiuntivo dell’accordo che – parole raccolte dal New York Times – “faccia sembrare a Trump che c’è stato un cambiamento anche se non c’è stato un cambiamento”. L’Amministrazione americana ha risposto facendo circolare un documento che chiarisce i punti che devono essere risolti se non si vuole che l’accordo salti: imporre nuovi limiti ai test missilistici dell’Iran; garantire l’accesso illimitato degli ispettori alle basi iraniane; un allungamento della scadenza dell’accordo, che oggi permette all’Iran di ricominciare a produrre combustibile nucleare dopo il 2030. Gli europei sono perfettamente consci che se accontentassero Washington gli iraniani si sentirebbero liberi di uscire dall’accordo del 2015 – che richiese più di due anni per essere definito e firmato. Per scrivere il capitolo aggiuntivo e più severo oggi restano meno di tre mesi di negoziati.

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