La Hollywood di sinistra rappresenta sempre gli agenti dell’Fbi come bianchissimi figli di puttana che senza dire una parola soffiano la scena del delitto agli agenti della polizia locale (foto LaPres

Trump affonda l'Fbi

Mattia Ferraresi

La maggioranza degli americani crede che i “federali” siano attivisti di sinistra. E’ l’ultimo magheggio della Casa Bianca

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Donald Trump è riuscito nell’impresa storica di trasformare, agli occhi dei suoi ultrà, l’Fbi in una conventicola di attivisti di sinistra. Alcuni numeri rappresentano sinteticamente la rivoluzione percepita. Il 73 per cento dei repubblicani è convinto che “membri dell’Fbi e del dipartimento di Giustizia stiano lavorando per delegittimare Trump tramite indagini motivate politicamente” (Reuters/Ipsos) e soltanto il 38 per cento di chi vota a destra ha un’opinione favorevole del bureau (SurveyMonkey), dati che sono in netto contrasto con i rilievi di qualche anno fa. Nel 2015 l’84 per cento dei repubblicani guardava con favore l’agenzia che si occupa di controspionaggio, mentre uno studio di Huffington Post e YouGov testimonia che soltanto negli ultimi due anni il livello di fiducia verso gli agenti federali è calato presso gli americani in generale, toccando il minimo storico del 51 per cento. Della repentina variazione sono responsabili soprattutto i repubblicani e gli indipendenti, che da entusiasti ammiratori del bureau si sono convertiti in scettici e in aperti antagonisti. Non serve un dottorato in scienze politiche per capire le motivazioni del presidente: l’Fbi è il luogo da cui viene un pericolo esistenziale per l’amministrazione, la collusione con la Russia, indagine speciale portata avanti da quel Robert Mueller che a sua volta è stato a capo dell’agenzia e ha cresciuto una generazione di leader del settore. Nel luglio dell’anno scorso aveva preso la nixoniana decisione di sbarazzarsi dello special counsel, giustificabile a suo avviso con qualche vecchia scaramuccia, una storia di quote non pagate a un golf club trumpiano, che avrebbe pregiudicato l’imparzialità dell’inquisitore. Per sua fortuna si è messo in mezzo Donald McGahn, il consigliere legale della Casa Bianca, il quale ha giurato che si sarebbe dimesso seduta stante. La risolutezza ha evitato uno spettacolare suicidio politico, ma il colpo a vuoto non ha depotenziato la guerra di Trump contro l’Fbi e tutti gli apparati che lo circondano. L’inimicizia s’annida all’origine della discesa in campo di Trump, e nel conflitto sono saltate già molte teste.

 

Negli ultimi due anni il livello di fiducia verso l’Fbi è calato presso gli americani in generale, toccando il minimo storico del 51 per cento

Con un solenne pasticcio di motivazioni dichiarate e autoevidenti ragioni taciute, il presidente ha cacciato il direttore James Comey, reo di non avergli giurato fedeltà, e in un attimo ha cancellato dalla memoria del suo elettorato il fatto che era stato lo stesso Comey a dare una spallata alla campagna di Hillary Clinton diffondendo, poco prima delle elezioni, notizia dell’indagine sulle email, poi conclusa con un nulla di fatto. Hillary gli ha attribuito la maggior parte della colpa del suo fallimento, e pochi mesi più tardi anche il presidente ha iniziato a tormentarlo. Lo ha chiamato “nut job”, un pazzo, lo ha definito “leakin’ Comey”, lo ha descritto come un malato di protagonismo, un uomo che agisce con un mandato politico, anche se lui è notoriamente un conservatore. Il suo secondo, Andrew McCabe, è stato messo sotto pressione dalla Casa Bianca fino al punto di decidere di andare in pensione con qualche mese d’anticipo rispetto alla data stabilita. Trump non si è limitato a presentarlo come un pretoriano di Comey. La colpa più grave di McCabe è che sua moglie, Jill, qualche anno fa si è candidata con il Partito democratico per un posto nel Senato della Virginia. Ha perso la contesa e ha abbandonato le ambizioni politiche, ma durante la campagna ha ricevuto un finanziamento di quasi 500 mila dollari dal comitato politico dell’allora governatore Terry McAuliffe, amico di vecchia data dei Clinton. Trump ha dedotto dalla vicenda una morale semplice: il numero due dell’Fbi, discepolo dello sleale Comey, era nel giro delle amicizie dei Clinton, che tirano i fili della “più grande caccia alle streghe della storia americana”. Il presidente non ha perso occasione per divulgare questa versione dei fatti, con il suo popolo che lanciava fiaccole contro questo apparato del “deep state” declassato a macchina della propaganda della sinistra. Da ultimo ha lasciato l’Fbi anche il capo della comunicazione, Michael Kortan, uomo molto vicino a Comey, assieme al quale ha concepito il briefing quotidiano con i giornalisti che seguono le vicende del bureau, un’idea che evidentemente non può essere partorita da una mentalità in linea con quella del presidente. Dopo lo strappo con Comey, la Casa Bianca ha selezionato con cura un candidato che restaurasse una presunta dignità del corpo, e gli uomini del presidente hanno scelto Chris Wray, considerato dalla sinistra poco più che un fantoccio nelle piccole mani presidenziali con un curriculum inadeguato al ruolo. Anche con lui, però, il presidente ha avuto un’inaspettata frizione a proposito del famoso “memo” della commissione intelligence della Camera, altro tassello fondamentale nel processo di distruzione della reputazione dell’Fbi. Con un comunicato irrituale nella forma e pungente nei toni, Wray ha espresso “grave preoccupazione” per la pubblicazione di un documento impreciso e fitto di omissioni, e ovviamente Trump ha deciso di lì a poco di desecretarlo e di renderlo noto, assecondando la tambureggiante campagna che andava sotto l’hashtag #releasethememo. Qualcuno dice che anche Wray, imbufalito, abbia minacciato di dimettersi; altri parlano di scambi molto accesi ma non fino al punto di arrivare a un ultimatum così drastico. Nella Casa Bianca dove ogni cosa filtra, in un modo o nell’altro, nella cisterna dell’opinione pubblica, tutto è verosimile.

 

La paranoia conservatrice del “deep state” sinistrorso è antica, ma il Bureau è sempre stato un bastione inespugnabile del conservatorismo

La pubblicazione del documento redatto da Devin Nunes, capo repubblicano della commissione intelligence, è un perfetto esempio di quello che lo storico e critico culturale Daniel Boorstin nel 1961 ha chiamato lo “pseudo-evento”: un evento artificiale, organizzato, che non ha alcun valore al di là del puro fatto di accadere. Lo pseudo-evento non aggiunge nuove informazioni intorno a qualcosa, ma vive e prolifera soltanto nel reame dell’immagine, della percezione, della produzione di sentimenti. Così il memo di Nunes – una non proprio inconfutabile serie di fatti tesi a dimostrare che le fondamenta su cui si regge l’inchiesta sulla Russia hanno un terribile vizio politico – non ha cambiato nulla nei fatti, ma ha rinforzato la percezione che il bureau sia il braccio investigativo del partito democratico. Ci sono tutti gli elementi del thriller politico: la spia straniera assoldata dall’avversario politico e che contemporaneamente scambia informazioni con l’Fbi, il consigliere incauto usato come esca, un dossier zeppo di esagerazioni e fandonie, gli agenti che si scambiano un fiume di messaggi antitrumpiani. Era inevitabile che qualche giorno dopo uscisse anche un nuovo, decisivo dettaglio: in quei messaggi oscurati spunta anche una frase che si riferisce a Obama: “Il presidente vuole sapere tutto quello che facciamo”. L’aria da congiura non serpeggia solo fra i ranghi, è diretta dall’alto. Per concludere il quadro della guerra di Trump contro l’Fbi, non si può non citare la furibonda offensiva contro Rod Rosenstein, numero due del dipartimento di Giustizia che però quando si tratta dell’inchiesta russa diventa il numero uno, dato che il procuratore generale, Jeff Sessions, si è ricusato. Anche Rosenstein, come gli altri protagonisti della vicenda, è repubblicano, ma quando si tratta di scegliere i nemici Trump non si fa condizionare dall’appartenenza politica. Per lo stesso principio, ha maltrattato e isolato dalla mappa del potere anche Sessions, ovvero l’uomo che originariamente gli ha fornito un minimo di credibilità presso il mondo di Washington. Aleggiano in uno spazio leggendario le urla di Trump quando gli ha comunicato di essersi chiamato fuori dall’inchiesta russa: “Dov’è il mio Roy Cohn?!” urlava disperato il presidente, preso dalla nostalgia del mitico avvocato cresciuto sotto l’ala del senatore McCarthy, non esattamente un maestro di reprensibilità.

 

Prima lo strappo con Comey e il suo secondo, poi l’inaspettata frizione con Wray sul “memo” della commissione intelligence

Ad ogni modo: le ragioni della campagna trumpiana contro i cacciatori di streghe si capiscono, quel che è sorprendente è che nel giro di poco più di un anno Trump sia riuscito a convincere una parte consistente dell’elettorato repubblicano che l’Fbi è un covo di liberal. La paranoia conservatrice del “deep state” sinistrorso è antica, ma il bureau è sempre stato un bastione inespugnabile del conservatorismo, ricettacolo di gente del sud e di soggetti non abbastanza liberal per finire nelle università dell’Ivy League, e dunque nell’orbita della Cia. J. Edgar Hoover ha plasmato in modo forse irreversibile un corpo che sotto le sue direttiva ha iniziato a reclutare gli agenti in certe università e a plasmare l’immagine di un corpo che come missione primaria ha quella del controspionaggio, pratica che evoca i tempi della commissione per le attività antiamericane e altre istituzioni che s’attagliano naturalmente a una mentalità conservatrice. Per decenni l’Fbi si è mosso a braccetto con la leadership del Partito repubblicano. Quando Jimmy Carter, nel 1978, ha avuto la possibilità di nominare il primo direttore che sarebbe rimasto in carica dieci anni si è guardato bene dallo scegliere un democratico come lui, e ha nominato il giudice William Webster. Sapeva bene che un liberal sarebbe stato fatto a pezzi nei ranghi stradominati dai conservatori. Altri presidenti hanno fatto la stessa cosa, compreso Obama, che ha nominato il conservatore Comey nel 2013. La Hollywood di sinistra rappresenta sempre gli agenti dell’Fbi come bianchissimi figli di puttana con la mascella squadrata e la camicia bianca – questa era la regola di Hoover – che senza dire una parola soffiano la scena del delitto agli agenti della polizia locale, che invece conoscono il contesto e saprebbero indagare meglio degli smargiassi paracadutati dal governo federale.

 

Il memo di Devin Nunes ha rinforzato la percezione che il Bureau sia il braccio investigativo del Partito democratico

I federali raccontati dalla sinistra emergono come caricature di conservatori, dotati di abbondante arroganza e senso di superiorità, con accenni di razzismo – se serve – per non farsi mancare proprio nulla. L’Fbi era l’eccezione nella grande battaglia repubblicana contro le burocrazie statali di qualunque genere, e il sodalizio si era formato anche per tutto il carico patriottico e anticomunista che il corpo si portava dietro dagli anni della Guerra fredda. La fibra politica dell’Fbi non è cambiata da allora, ma Trump è riuscito a rovesciare la versione tradizionale del racconto. Il sottobosco della rete trumpiana pullula di commentatori e troll che goccia dopo goccia scavano la mentalità di una base già predisposta ad accogliere una teoria del complotto qualsiasi. Trump lancia la carica in maiuscolo – “i nuovi messaggi dell’Fbi sono una bomba! – e là fuori qualcuno inizia a rumoreggiare che gli agenti federali sono pagati da Soros per incastrare il presidente. In un editoriale pieno di nostalgia per i bei tempi in cui l’Fbi era la casa degli eroi arciamericani, l’opinionista trumpiano Kurt Schlichter ha scritto: “Aggiungiamo anche questa infamia all’establishment di sinistra: la sua influenza velenosa ha convertito anche il Federal Bureau of Investigation, agli occhi del popolo americano, da una degna istituzione dedita al rispetto della legge in un’altra purulenta pustola burocratica”. E’ l’opinione condivisa da una fetta crescente del popolo repubblicano che fino a pochissimi anni fa avrebbe difeso l’Fbi dagli attacchi della sinistra e avrebbe fatto chiare distinzioni fra le odiate agenzie federali e i devoti angeli bianchi del bureau che proteggono la nazione dai nemici esterni e interni. L’Fbi era il terrore dei movimenti studenteschi radicali e dei simpatizzanti marxisti, non dei “law abiding citizen” con la pistola al cinturone anche al sermone della domenica. Geoffrey Kabaservice, storico dei conservatori americani, ha tracciato la spiegazione politologica di un fenomeno che, per Trump, è un puro esercizio di autodifesa: “A prima vista può sembrare strano questo cambiamento, ma per me si tratta della conferma che il Partito repubblicano è stato completamente preso dal movimento conservatore. Non c’è più una profonda fedeltà all’Fbi o a qualunque altra istituzione. A lungo il movimento conservatore ha lavorato sull’idea che ogni ramo del governo è una minaccia, e secondo questa lettura l’Fbi potrebbe essere visto addirittura come la minaccia più grave di tutte, perché è una specie di polizia interna”.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.