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Trump esulta, ma nel memo sull'Fbi c'è soprattutto fumo

Omissioni e contraddizioni del documento che prometteva di dimostrare la politicizzazione del Bureau. La guerra al “deep state”

2 Febbraio 2018 alle 21:41

Trump esulta, ma nel memo sull'Fbi c'è soprattutto fumo

New York. Il contestatissimo memo della commissione Intelligence della Camera che Donald Trump attendeva come la prova inconfutabile dell’altra collusione, quella tra l’Fbi, il dipartimento di Giustizia e il Partito democratico, è un documento con poca sostanza che lascia molte domande senza risposta. Più o meno un “nothingburger”, come dicono gli americani. Il breve testo, redatto dal capo della commissione, Devin Nunes, e desecretato dal presidente, si concentra sulla richiesta di sorveglianza su Carter Page, uomo d’affari e consigliere informale di Trump che è in mezzo a tutte le teorie sulla collusione con il Cremlino. La tesi che il memo cerca di documentare è che gli inquirenti abbiano preso a sorvegliarlo esclusivamente sulla base delle informazioni contenute nel famoso dossier compilato dall’ex spia inglese Christopher Steele, al soldo della compagnia Fusion Gps e su commissione del Partito democratico e della campagna di Hillary Clinton. Le indagini della commissione dicono che nella richiesta presentata da Fbi e dipartimento di Giustizia il 21 ottobre 2016 al tribunale preposto (Fisc) – e poi rinnovato quattro volte, secondo la legge – non si dice che il dossier di Steele era una “parte essenziale” della richiesta. In altre parole, gli inquirenti avrebbero volutamente omesso la provenienza di informazioni contro Page – e quindi contro Trump – perché venivano da un operatore pagato dai democratici e che fra l’altro aveva espresso animosità personale nei confronti del candidato repubblicano.

 

Non solo. Il memo dice che Steele è diventato una fonte dell’Fbi e contemporaneamente lo accusa di avere diffuso informazioni accuratamente selezionate ai giornalisti. Sono nel mirino in particolare un articolo di Yahoo News sul ruolo di Page e uno sulla rivista Mother Jones che dettaglia la relazione fra Steele e l’Fbi. Dopo queste fughe di informazioni, il bureau ha interrotto i rapporti con l’ex agente del Mi6, ma lui ha mantenuto un canale di comunicazione con un funzionario del dipartimento di Giustizia di nome Bruce Ohr, che lavorava a stretto contatto con il procuratore generale Sally Yates e poi con Rod Rosenstein, il numero due del dipartimento. La moglie di Ohr era una dipendente di Fusion Gps. Il memo dice che Ohr ha preso nota e registrato dichiarazioni che qualificavano Steele come fonte inattendibile e politicizzata, ma il dipartimento si è poi ben guardato da includerle nella richiesta di sorveglianza presentata per Page. La tesi, insomma, è che gli attivisti democratici travestiti da investigatori imparziali abbiano basato l’intera accusa di collusione con la Russia sulle informazioni di una spia corriva ingaggiata da Hillary e poi abbiano coperto le tracce.

 

Il colpo di scena arriva però nell’ultimo punto del documento di poco più di tre pagine, dove si dice che la richiesta di sorveglianza cita anche il caso di George Papadopoulos, altro consigliere trumpiano implicato con la Russia. Si lascia intendere così che sia stato quel caso, e non solo il dossier di Steele, a far scattare i sospetti su Page – come peraltro riportato in uno scoop del New York Times – cosa che danneggia l’intera impalcatura accusatoria costruita nelle tre pagine precedenti. Trump dice che è una “disgrazia” e che “molte persone dovranno vergognarsi”, ma si guarda bene dal considerare ciò che il memo non dice, e proprio le omissioni erano il motivo della “grave preoccupazione” espressa dall’Fbi – guidato ora da Chris Wray, nominato da Trump – in modo irrituale. Fra le omissioni note c’è, ad esempio, il fatto che Page era già stato messo sotto sorveglianza nel 2013, quando aveva avuto alcuni contatti con agenti dei servizi segreti russi che tentavano di reclutarlo: Page era oggetto dell’attenzione delle forze dell’ordine anche senza Trump, la campagna elettorale, il dossier. Poi ci sono tutte le omissioni ignote e il potenziale “cherry picking” dei fatti che servono una certe tesi: in definitiva non si sa, perché coperto da segreto, con quali motivazioni abbiano chiesto e ottenuto un mandato che ha scatenato l’inchiesta che poi è passata nelle mani dello special counsel, Robert Mueller. C’è stata una gran tempesta di reazioni a Washington, ma il dato politico rilevante lo aveva scritto il Weekly Standard, prima di vedere il documento: “Il memo non farà riesaminare a nessuna delle due parti i propri pregiudizi”.

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