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Comey-Trump: fango contro fango

Solo vanità e piccinerie sul presidente americano. Nel libro dell’ex direttore dell’Fbi non ci sono le deflagranti verità promesse

Mattia Ferraresi

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ferraresi@ilfoglio.it

21 Aprile 2018 alle 06:20

Comey-Trump: fango contro fango

James Comey, l’ex direttore dell’Fbi licenziato da Trump, a un’audizione al Senato. Il suo libro s’intitola “A Higher Loyalty” (foto LaPresse)

In principio era il verbo, e il verbo era presso Dio, e il verbo era Dio; e poi, il 14 dicembre 1960, sono nato io, James Comey. Le iniziali, come direbbe Reinhold Niebuhr, non sono una coincidenza”. Grazie a Dio – appunto – non è questo l’incipit del libro dell’ex direttore dell’Fbi, James Comey, intitolato A Higher Loyalty, ma è soltanto l’inizio di un editoriale di Alexandra Petri sul Washington Post che con bruciante sarcasmo propone una sintesi in prima persona dell’opera, una specie di trascrizione di ciò che Comey avrebbe voluto scrivere ma ha lasciato soltanto intendere. Il risultato è esilarante e deprimente, ché la parodia coglie perfettamente la santimonia che permea il libro più atteso e temuto di Washington, un volume che prometteva deflagranti verità da parte dell’uomo che in nome dell’integrità, dell’indipendenza dalla politica e dalle affiliazioni tribali ha sfidato a muso duro Donald Trump, è stato licenziato e ha promesso di sistemare i torti con i poteri taumaturgici della verità, non con la vendetta. Ma il libro non dà ciò che promette, e in un certo senso finisce per realizzare il contrario di ciò che si propone. Per elevarsi al di sopra della politica fangosa e triviale, volando in quelle altezze dove la loyalty è una virtù teologale, non una promessa mafiosa, non è sufficiente dire che l’avversario è un pagliaccio “moralmente inadeguato” per la presidenza, non basta usare una versione appena meno sboccata del suo stesso linguaggio, non si può salire su un piedistallo e far credere a tutti di essere in volo, anche quando si è alti due metri abbondanti, come Comey. L’aspetto notevole delle 304 pagine di A Higher Loyalty è l’assenza pressoché totale di novità fattuali nelle vicende calde, quelle che riguardano il suo rapporto con Trump, le circostanze della sua cacciata, la presunta ostruzione alla giustizia messa in atto dalla Casa Bianca, i rapporti con il Cremlino, il ruolo del consigliere per la sicurezza nazionale, Michael Flynn, la complicata inchiesta sulle email di Hillary Clinton e tutto ciò che ne deriva. Il Congresso ha acquisito i famosi sette memorandum che Comey ha scritto per mettere nero su bianco gli snodi fondamentali della sua vicenda, e ci sono voluti esattamente 39 minuti perché arrivassero in tutte le redazioni, ma questi non sono riportati dal Comey autore; il lettore è messo a parte soltanto di ciò che lui stesso, i giornali oppure i giornali imbeccati direttamente da Comey hanno ampiamente scritto sul test di fedeltà formulato da Trump oppure sulla richiesta di togliergli “la nube” dell’accusa di collusione con la Russia che gravava sul suo capo.

 

Per elevarsi al di sopra della politica triviale, non basta dire che Trump è un pagliaccio “moralmente inadeguato” per la presidenza

Chi si aspettava il libro-bomba denso di rivelazioni e novità, dettato dalla necessità straordinaria di fermare un presidente psicolabile e irresponsabile, è rimasto esattamente come chi si aspettava il libro-bomba quando è uscito Fire and Fury di Michael Wolff, che si è presto rivelato un buon esercizio di gossip politico senza aggiunte di sostanza sulla vita della Casa Bianca e del paese. La differenza, non di poco conto, è che Wolff è un illustre esperto dei retroscena di Washington, non è l’ex direttore dell’Fbi licenziato in tronco dal presidente, non è l’ex viceministro della giustizia che è stato al centro della guerra legale sul terrorismo, non è l’ex procuratore di New York che ha dato la caccia a terroristi, mafiosi e ai banchieri di Wall Street. L’identità dell’autore e l’ambizione del volume dovrebbe dare qualche garanzia sulla rilevanza del contenuto, e invece A Higher Loyalty si presenta come la retrospettiva di un servitore dello stato che editorialeggia, si toglie sassolini dalle scarpe, punta il dito, elegantemente insolentisce, sfotte, distribuisce commenti non proprio da “locker room” ma nemmeno da aula di tribunale e indugia in piccinerie che non gli fanno onore mentre in quarta di copertina richiama a valori più alti, a più alte lealtà verso più alti ideali.

 

Le decisioni su Hillary Clinton prese guardando i sondaggi elettorali. Un bestseller: il libro è già noto come “A Higher Royalty”

“Quando gli altri volano bassi, noi voliamo in alto”, diceva Michelle Obama all’ultima convention democratica, e in teoria è lo stesso motto che abbraccia Comey. Soltanto che alla prova dei fatti il gigante che era riuscito a reinventarsi martire del trumpismo ha perso quota, facendosi molto simile a coloro che critica, quelli che umiliano le istituzioni, deturpano la democrazia e infangano la verità. Superfluo dire chi è la personificazione di tutto questo. Karen Tumulty sul Washington Post ha scritto che il libro di Comey è la prova che “Trump è contagioso”: trasforma tutto quello che tocca in un prodotto trumpesco: “Se soltanto Comey fosse rimasto concentrato su quello che è importante. Invece si è piegato, rivelando quell’insicurezza, quella meschinità e quel bisogno di affermazione che sono i tratti caratteristici della personalità di Trump”. Ha scritto un libro con ambizioni neibuhriane e si è ritrovato a occuparsi di mani piccole, di ciuffi, di nomignoli, di impressioni da diario ginnasiale. Racconta così il primo incontro di persona con Trump: “Sembrava più basso di quanto non apparisse nei dibattiti sul palco con Hillary Clinton. A parte questo, guardando il presidente eletto mi ha colpito che fosse esattamente identico a com’era in televisione, cosa che mi ha sorpreso, perché di solito la gente appare diversa di persona. Aveva la giacca aperta e la cravatta troppo lunga, come al solito. La sua faccia era leggermente arancione, con mezzelune bianche e lucenti sotto gli occhi, laddove presumevo avesse messo piccoli occhialini per l’abbronzatura, e capelli incredibilmente curati, biondi e lucenti, che a un attento esame sembravano effettivamente tutti suoi. Mi ricordo che mi sono chiesto quanto tempo ci metteva ogni mattina per ottenere questo risultato. Quando ha allungato la mano, mi sono appuntato mentalmente di verificare la grandezza. Era più piccola della mia, ma non in modo particolare”. Sarà che il mondo si è improvvisamente trumpizzato, ma non è chiaro in che modo le osservazioni sardoniche sull’estetica, sul carattere e sulle civetterie del presidente s’accordino con la pretesa, dichiarata in ogni dove, di mostrarsi migliore dei suoi avversari e dunque in grado di impartire lezioni universalmente valide. Ma la lezione principale del libro “è che l’abuso di Trump delle regole politiche ha condotto i suoi nemici a violare le stesse norme”, come ha scritto argutamente il Wall Street Journal. Il parallelo fra il fedifrago codice d’onore della mafia, “basato su una bugia”, e la tavola immorale su cui Trump e la sua cosca si regolano è un ritornello che si ripete in modo asfissiante e didascalico lungo tutta la narrazione, cosa che accomuna A Higher Loyalty a molte altre biografie che indagano le frequentazioni losche che punteggiano il passato del presidente, senonché Comey non è un cronista né un critico culturale che riflette sulle tipologie antropologiche che muovono la politica americana, ma un ex procuratore che avanza pretese veritative più stringenti di tutti gli altri osservatori. E le sperpera per inseguire le effimere insegne di una vanità mondana.

 

“A Higher Loyalty” si presenta come la retrospettiva di un servitore dello stato che editorialeggia, si toglie sassolini dalle scarpe, punta il dito

Nella febbrile fase di lancio del libro, il peccato originale alla base dell’operazione si è rivelato in modo macroscopico. Comey non ha dato a George Stephanopolous della Abc un’intervista in esclusiva nel segmento della domenica sera, ha portato la troupe dentro casa, ha fatto entrare il paese nel suo salotto, accogliendolo senza cravatta e mischiando fin dal primo impatto visivo la persona e l’autore, il soggetto distaccato che offre al pubblico informazioni di pubblico rilievo e l’attore che sa di essere parte della storia. Frank Bruni del New York Times ha scritto che c’era un clima “da pigiama party”. Comey, insomma, ha accettato almeno in parte di giocare secondo le regole del reality e ha portato il circo pubblicitario in tutti i salotti televisivi dove da decenni gente come Trump coccola e blandisce l’americano medio, da “Good Morning America” a “The View”, e la cosa non è sfuggita ai commentatori di ogni genere e specie, che lo hanno attaccato per le patenti petizioni di principio a fronte della pochezza informativa dell’opera. Lui, mettendo le mani molto avanti, all’inizio del libro fa notare che essere infamati contemporaneamente da destra e da sinistra è una patente di rettitudine. Curiosamente, il disprezzo bipartisan è un’altra caratteristica che lo accomuna al suo nemico.

 

L’ex direttore dell’Fbi ha accettato in parte di giocare secondo le regole del reality e ha portato il circo pubblicitario in tutti i salotti tv

Comey passa il suo affilato rasoio morale sulla pelle di tanti, non solo di Trump: il torturatore Dick Cheney e il suo bugiardo capo di gabinetto Scooter Libby – recentemente graziato da Trump – i mastini bushiani David Addington e Andy Card, l’egomaniaco Rudy Giuliani e molti altri finiscono nel novero dei cattivi che agiscono per ragioni partigiane e ignobili, opposti agli irreprensibili servitori della giustizia, i guardiani del mondo retto che indagano senza farsi influenzare dal colore politico, dalle appartenenze tribali, dalle pressione e della notorietà, ovvero lui, Robert Mueller, Pat Fitzgerald e pochissimi altri. A un certo punto Comey si loda – fingendo di rimproverarsi: una tecnica ricorrente basata sulla falsa autodeprecazione – per aver aperto un’inchiesta su Martha Stewart per un caso di insider trading dal quale aveva ricavato qualcosa come 55 mila dollari. Il procuratore di ferro aveva esitato per un attimo, considerando le conseguenze pubbliche di un’inchiesta su una amatissima figura nazionalpopolare difesa dai legali più agguerriti, ma si era infine risolto ad agire secondo rettitudine, cioè facendo la cosa giusta senza tener conto di fattori esterni. Poi, inopinatamente, quando parla dell’inchiesta a Hillary Clinton – quella di cui ha annunciato pubblicamente la chiusura, senza incriminazioni, e che poi ha brevemente riaperto una decina di giorni prima delle elezioni – afferma un principio che piega la schiena dritta precedentemente mostrata: “E’ certamente possibile che, poiché stavo prendendo delle decisioni in un contesto in cui Hillary sembrava sicuramente destinata a diventare il prossimo presidente, la mia preoccupazione che diventasse un presidente illegittimo abbia assunto un peso maggiore rispetto a quello che avrebbe assunto se l’elezione fosse stata più combattuta, o se tutti i sondaggi avessero dato Donald Trump in vantaggio”. Detto altrimenti: Comey ha preso delle decisioni della massima importanza guardando i sondaggi elettorali, e ora giustifica le sue azioni appellandosi a quel contesto politico che per i devoti della giustizia come lui non dovrebbe nemmeno esistere, se non in un anfratto della vita privata che un direttore dell’Fbi serio non può nemmeno condividere con la moglie. L’obiettivo è quello di realizzare la massima di Ralph Waldo Emerson che tiene nel portafogli da quando aveva sedici anni: “E’ facile, nel mondo, vivere secondo l’opinione del mondo; è facile, in solitudine, vivere secondo noi stessi; ma l’uomo grande è colui che in mezzo alla folla conserva con perfetta serenità l’indipendenza della solitudine”.

 

Dice di non averlo mai voluto scrivere, un libro, ma che gli eventi straordinari di cui è stato protagonista lo hanno costretto. Una questione di dovere civile, insomma, che vuoi per la fretta vuoi per il clima isterico ha prodotto un esito letterariamente incerto: A Higher Loyalty è al crocevia fra il memoir politico in stile anglosassone, il manuale di leadership, il saggio politico, il diario professionale. Non ha la precisione e il piglio meticoloso di The Terror Presidency di Jack Goldsmith, racconto al microscopio di un protagonista della guerra al terrore bushiana, e somiglia piuttosto alle memorie di un altro direttore dell’Fbi, Louise Freeh, che ha pubblicato nel 2005 una biografia compilativa intitolata My FBI: Bringing Down the Mafia, Investigating Bill Clinton, and Fighting the War on Terror it il cui collante sono le tirate moralistiche contro Bill Clinton. Il primo è un documento che ha definito un’epoca e un genere, il secondo è finito nel macero della storia. Dove finirà il libro di Comey non si sa, ma a Washington è già conosciuto come A Higher Royalty (copyright Nate Silver), ché l’operazione commerciale è di proporzioni ciclopiche. Le stime ufficiose dicono che abbia ricevuto un anticipo di due milioni di dollari, al termine di un’asta forsennata, e il libro ha fatto una prima tiratura di 850 mila copie, bruciate soltanto con gli ordini prima dell’uscita sugli scaffali. L’editore, Macmillan, dice che sono state già vendute circa due milioni di copie fra i vari formati disponibili, cifre che all’autore garantiscono alcune ulteriori milionate. E’ il prezzo di una così alta fedeltà.

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