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Trump getta in pasto ai suoi elettori gli Oscar per le fake news

Il presidente americano assegna i premi a chi ha scritto le più grandi bufale sul suo conto: "Il 2017 è stato un anno di incredibile pregiudizio", scrive su Twitter. Sul podio Nyt, Abc e Cnn

Mattia Ferraresi

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ferraresi@ilfoglio.it

18 Gennaio 2018 alle 08:37

Trump getta in pasto ai suoi elettori gli Oscar per le fake news

Trump e Abe danno da mangiare a dei pesci durante il viaggio del presidente americano in Asia

Sulle prime il link twittato da Donald Trump per annunciare gli attesi premi delle fake news, edizione 2017, portava a una pagina di errore: un delizioso contrappasso per la presentazione di questi Pulitzer rovesciati. Quando il collegamento è stato ripristinato, la rete è stata finalmente messa a parte dei dieci vincitori selezionati dal presidente e introdotti da brevi testi che portano, nella sintassi e nella scelta dei maiuscoli, il suo inequivocabile marchio.

  

 

La breve introduzione mette insieme le varie sfumature che si trovano nell’insieme disomogeneo delle fake news: “Il 2017 è stato un anno di incredibile pregiudizio, di copertura mediatica ingiusta e anche di notizie false in senso stretto. Gli studi mostrano che oltre il 90 per cento della copertura del presidente Trump è negativa”. Trionfa Paul Krugman, il premio Nobel per l’economia che sul New York Times ha scritto che “i mercati non si risolleveranno mai dopo Trump”, mentre il Dow Jones sfonda record uno via l’altro, seguito da Brian Ross della Abc che con una notizia falsa sulla Russia aveva fatto crollare temporaneamente la Borsa.

 

La Cnn, regina delle ossessioni trumpiane, è soltanto al terzo posto con la storia secondo cui Trump e il figlio Don Jr. avevano avuto accesso a documenti di Wikileaks, ma si aggiudica in tutto quattro statuette, un record assoluto. Nei premi sono inclusi meme ed episodi minori falsificati o editati in modo truffaldino, tipo la scena in cui dà da mangiare ai pesci accanto a Shinzo Abe, oppure le famose controversie sulle presenze ai comizi (non c’è traccia, tuttavia, della disputa sul giorno dell’insediamento), ma compaiono anche incidenti più di sostanza, come quella volta in cui la Cnn ha detto che James Comey avrebbe testimoniato al Congresso di non aver mai detto al presidente che non era sotto inchiesta “Last but not least”, a madre dell’intero genere letterario, “forse la più grande bufala diffusa al popolo americano”: “La collusione!”. Conclusione perentoria: “NON C’E’ COLLUSIONE!”. Niente di nuovo sotto Twitter, ma la base di Trump ha bisogno di essere nutrita, come i pesci di Abe.

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