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Come nasce un discorso di Macron

Sylvain Fort, la "penna" del presidente, racconta al Foglio come si scrive un romanzo nazionale basato sulla riconciliazione delle memorie: “La parola precisa è importante”

14 Ottobre 2017 alle 06:00

Come nasce un discorso di Macron

Emmanuel Macron (foto LaPresse)

Parigi. L’ultima volta che Sylvain Fort aveva parlato con il Foglio, in una brasserie del XV arrondissement di Parigi, aveva detto: “Se non vinceremo, ritornerò a lavorare nel privato, altrimenti sarà una grande avventura”. Era il dicembre del 2016, il conservatore François Fillon pareva il presidente inevitabile della Francia, Manuel Valls non aveva ancora perso alle primarie del Partito socialista, e lui, Sylvain Fort, che era capo della comunicazione di Emmanuel Macron, spiegava che l’obiettivo era “essere accreditati almeno al 20 per cento a febbraio del 2017”, per sperare di mobilitare i riformisti attorno al progetto dell’outsider liberale in vista delle presidenziali francesi di aprile.

 

Oggi Fort ci accoglie al quarto piano dell’Eliseo, nel suo ufficio zeppo di libri e giornali, dove i rintocchi di un orologio a pendolo ritmano la sua quotidianità di consigliere responsabile dei “discorsi e della memoria” della presidenza Macron. “Aggiungere ‘della memoria’ è stata un’idea del presidente. C’è la volontà, da parte di Macron, di riconciliare le diverse memorie della Francia. La grande differenza rispetto al passato è aver dato alla memoria un altro accento. Per ‘mémoriel’ non intendiamo soltanto la commemorazione, ossia i grandi discorsi che si tengono durante gli anniversari di guerre o feste nazionali, ma anche come vivono e come si organizzano oggi le memorie contemporanee”, spiega al Foglio la plume di Macron. “Il tema della guerra d’Algeria, la questione più che mai contemporanea della democrazia, ma soprattutto quella dei diritti individuali e delle libertà fondamentali, che costituiscono l’identità morale, culturale, filosofica e politica della Francia, fanno parte della mia riflessione. C’è una dimensione di riconciliazione delle storie ma anche di riconciliazione della Francia con la sua identità personale”, dice Fort, prima di aggiungere: “Da troppo tempo facciamo credere ai francesi che la democrazia è acquisita per sempre, che l’Europa è un inconveniente e non un vantaggio. Ecco, noi arriviamo di forza contro tutto questo, rivendicando nuovamente la nostra natura profonda di democrazia liberale e la nostra identità europea”.

 

 

 Nel cerchio rosso Sylvain Fort

  

Sulla questione dell’identità, Fort insiste molto sull’importanza di ritornare ai fondamentali, lo spirito dei Lumi e la fiducia nell’Europa: “L’identità non deve diventare un soggetto di clivage. Non possiamo dire che la Francia è soltanto ‘la figlia primogenita della chiesa’, che le sue radici sono soltanto giudeo-cristiane. La nostra visione non è quella di un’identità statica, ma di un’identità dinamica e costruttiva. Se vogliamo riconciliare i francesi attorno a un progetto comune, non possiamo assegnare la nazione a un’identità immobile. La nostra volontà è quella di ripartire da un racconto nazionale che sia più dinamico, da un progetto per la Francia, e non di definire un profilo unico, e per forza di cose limitativo per il paese”.

 

Prima di scrivere i discorsi di Macron e tessere il nuovo romanzo nazionale francese, Sylvain Fort, 45 anni, è stato studente dell’École normale supérieure, professore di Lettere classiche all’Università Paris-IV e Sciences Po, traduttore di Friedrich Schiller, biografo di Puccini e Herbert von Karajan – un homme de lettres attivissimo, che durante la campagna presidenziale ha trovato anche il tempo per pubblicare un vivace libretto su Antoine de Saint-Exupéry. Come nasce, allora, un discorso per il presidente della Repubblica francese? “Nasce anzitutto dall’agenda – dice concreto Fort – C’è un’agenda con degli obblighi, dai consigli europei alle visite ufficiali, che impone il ritmo della parola presidenziale. E ci sono due tipi di discorsi: quelli generali e politici, che si fanno direttamente con il presidente, e quelli più tecnici, a livello europeo e delle Nazioni Unite, che si fanno con i consiglieri specializzati e con i diplomatici dell’Eliseo. Per la fabbricazione del discorso, c’è una dimensione tecnica che viene elaborata con tutti i consiglieri, e c’è la visione del presidente, il suo pensiero politico, che rappresenta la colonna vertebrale della versione finale. Infine, ci sono i discorsi ‘hors-agenda’, come il discorso di Atene o della Sorbona. Avremmo potuto non farli, ma abbiamo voluto farli. A cinque mesi dall’investitura, il discorso è diventato per il presidente della Repubblica il suo modo di esprimersi privilegiato. Fatta eccezione per una lunga intervista al Point di qualche settimana fa, Macron ha dato poche interviste ai giornali e nessuna alle tv, ma ha fatto dei discorsi che sono durati anche due ore. Non è proprio la ‘parole rare’ teorizzata da Mitterrand, è la ‘parole maîtrisée’, cioè controllata, misurata. Il presidente fa due, tre discorsi a settimana, e in più ci sono i social network. La sua volontà è quella di far passare un messaggio chiaro, netto, comprensibile, e di sfuggire alle piccole frasette, agli off the record selvaggi, alle confidenze strappate durante una cena. E’ una parola voluta, e non subita”.

 

Quando si tratta di annunciare le riforme, c’è un termine che ritorna insistentemente: pedagogia. “Non c’è un discorso dove al di là degli annunci non ci sia anche una pedagogia della riforma”, spiega al Foglio Fort. “In tutti i discorsi non spieghiamo soltanto cosa vogliamo fare, ma anche perché. Spieghiamo la coerenza tra quello che è annunciato e l’interesse nazionale. La preoccupazione permanente di Macron è quella di non fare ‘discorsi da ministro’, perché un ministro dice: ‘Abbiamo preso questa decisione, e ringrazio tutti coloro che vi hanno collaborato’. Il discorso di un presidente non è la stessa cosa. Non entra nel micro-dettaglio tecnico, ma dà ogni volta una dinamica, una direzione generale all’azione politica, che soggiace a ciò che sta dicendo”.

 

Un manifesto contro l'anarchismo digitale

I difetti della globalizzazione si combattono non uscendo dalla globalizzazione ma dando alla globalizzazione nuovi confini. Macron, il liberismo pragmatico e il diritto d’autore come sale della democrazia (sì, c’entrano anche i giornali)

 

I discorsi di Macron, anche quando era candidato, sono costellati di riferimenti letterari, culturali e storici, con un accento particolare ai grandi momenti della storia della Francia dove si è tentato un superamento dello schema tradizionale destra-sinistra. “Cerchiamo di iscrivere l’azione di questo governo e del presidente della Repubblica in una forma di continuità con i momenti in cui l’azione politica francese è stata fatta nell’interesse del paese e non nell’interesse dei partiti”, spiega il consigliere di Macron, che il Journal du dimanche ha soprannominato “Monsieur Mémoire”. “Per ragioni istituzionali e sociali, ci sono frequenti richiami al periodo gollista, sul piano internazionale, invece, c’è una forma di continuità con Mitterrand, nell’idea che la Francia debba essere una potenza di equilibrio, e non un paese atlantista né filo russo. Il fil rouge della cultura è anch’esso molto presente nei discorsi di Macron, una tradizione che si rifà a Malraux”. Oltre a Fort, altri membri dello staff del presidente francese hanno dimostrato di avere una pronunciata vocazione letteraria, oltre che politica. Come il giovanissimo Quentin Lafay, 27 anni, che oltre a collaborare alla stesura dei discorsi durante i meeting in campagna, ha anche pubblicato un romanzo, “La place forte” (Gallimard). “Macron ama riunire attorno a sé persone che hanno una certa capacità di enunciazione, persone che non esitano a teorizzare, a concettualizzare, e che hanno bisogno del linguaggio, dunque dei letterati – dice Fort – E’ attento al fatto che si debbano esprimere le cose nella loro complessità, e che si debba evitare, per assenza di vocabolario o di cultura, di semplificare troppo, di utilizzare un linguaggio semplicistico. Crede molto nel rapporto tra il linguaggio e l’azione, e quando parla, a differenza di altri uomini politici francesi, anche di un certo spessore culturale e intellettuale, non rinuncia mai alla precisione delle parole. E’ convinto del fatto che esprimere le cose con le parole giuste è già un passo importante verso l’azione. Se si ha un lessico povero, si ha anche una visione del mondo povera”.

 

L’esperienza in Italia

Fort, che ha fondato nel 2013 un’agenzia di comunicazione specializzata nella comunicazione aziendale e finanziaria, la Steele and Holt, ha anche un passato da banchiere presso Bnp Paribas. Nel 2006, a trentun anni, sbarca a Roma con un gruppo di coetanei francesi per gestire l’incorporazione di Bnl in Bnp Paribas. Un’esperienza, dice, “che mi ha aiutato molto durante la campagna presidenziale”. “Quando siamo arrivati in Italia nel febbraio del 2006, eravamo una decina di francesi, tutti giovani, di una trentina d’anni, e avevamo davanti a noi una banca di circa diciannovemila persone, molto gerarchizzata. Eravamo una specie di commando, alla stregua dell’équipe di En Marche!”, racconta Fort. “Come durante la campagna elettorale, non eravamo lì per fare le cose in maniera brutale, ma per cambiare il sistema rispettando e cercando di capire la differenza culturale, professionale, linguistica e geografica. E’ stato un lavoro tecnico, ma anche politico, con molte similitudini con l’avventura di En Marche!. La prima di queste similitudini è il lavoro permanente di tattica, strategia e comprensione del contesto. La seconda è il lavoro di squadra. Da quell’esperienza ho capito che un individuo da solo non può fare tutto, e quanto sia importante l’équipe. All’epoca, avevamo una squadra piccola che abbiamo ingrandito poco a poco, reclutando molti giovani italiani per irrigare il territorio, un po’ come i ‘marcheurs’. Abbiamo chiamato molti giovani che mai avrebbero immaginato di avere un ruolo importante a Roma. Abbiamo provocato uno choc culturale e generazionale. La terza similitudine tra l’esperienza di Bnl-Bnp ed En Marche! è legata a una certezza che ora ho: le trasformazioni non avvengono da un giorno all’altro. Si può dire ‘mettiamo delle idee nuove che piacciono a tutti’, ma non è mai così. La verità è che le comunità umane hanno bisogno di tempo per accettare il cambiamento, e questo cambiamento non deve essere imposto in maniera brutale e autoritaria: deve essere capito. Il fattore tempo è fondamentale”, sottolinea Fort, prima di concludere: “Ci sono due scogli in un tentativo di trasformazione: il primo è l’inerzia, ossia cominciare e poi fermarsi per non fare più nulla; il secondo è voler ottenere tutto subito. In Macron, c’è un grande senso del tempo, del tempo necessario. E’ un uomo attivo, d’azione e d’iniziativa. Ma non è un ‘homme pressé’. Ha capito che le cose non si cambiano con la brutalità, ma con la volontà”.

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