Un manifesto contro l'anarchismo digitale

Claudio Cerasa

I difetti della globalizzazione si combattono non uscendo dalla globalizzazione ma dando alla globalizzazione nuovi confini. Macron, il liberismo pragmatico e il diritto d’autore come sale della democrazia (sì, c’entrano anche i giornali)

Sembra quasi uno scioglilingua ma in fondo il punto è tutto qui: che cosa vuol dire reagire al protezionismo trasformando la globalizzazione in una forma diversa di protezione? Nello straordinario discorso pronunciato martedì scorso alla Sorbonne di Parigi – che oggi sul Foglio trovate pubblicato in forma integrale – c’è un passaggio non molto valorizzato in cui il presidente francese Emmanuel Macron spiega, con un esempio perfetto, perché l’unico modo per combattere i difetti della globalizzazione non è uscire dalla globalizzazione ma è dare alla globalizzazione nuovi confini. L’esempio messo in campo da Macron riguarda un mercato particolare in cui le merci hanno un valore immateriale molto prezioso ma spesso non quantificabile: il diritto d’autore. “Ciò che voglio per l’Europa – ha detto Macron – non è semplicemente che affronti da protagonista la transizione digitale ma che costruisca un quadro che le permetterà di difendere i nostri valori e i fondamenti della nostra civiltà… In questa Europa del digitale dobbiamo difendere il nostro diritto d’autore, e difenderlo ovunque esista un valore creato da un nostro cittadino… i registi di talento che vengono da tutta Europa lo sanno bene che senza un immaginario europeo non possiamo avere giustizia per chi lavora in questi settori… La vera autorità in Europa sono gli autori e il diritto d’autore deve dunque essere difeso nello spazio digitale contemporaneo”.

 

Su questo punto in particolare, il discorso del presidente francese ha una sua importanza strategica perché indica una coordinata importante anche per chi vive nel mondo dell’editoria: il tema dei profitti ingannevoli messi insieme dagli over the top della tecnologica (da Google a Facebook) che si arricchiscono con la pubblicità raccolta sulla rete anche grazie a contenuti sottratti a chi quei contenuti li produce (gli editori) non si affronta con la logica punitiva della penalizzazione ma lo si affronta con la logica costruttiva della regolamentazione. Non esiste un mercato libero e aperto se quel mercato non è regolato. E da buon liberista pragmatico Macron indica una soluzione possibile: non essendo accettabile che il nostro continente digitale, come ha detto il presidente francese, sia “un continente dove il valore non è di chi lo ha creato ma di colui che lo trasporta fino al suo consumatore finale”, occorre trovare un modo per responsabilizzare chi trasporta un valore culturale presso il consumatore finale. E quel modo non coincide con la solita girandola di multe, di restrizioni e di divieti ma coincide con una forma di protezione più semplice: non fargliela pagare per quello che fa, ma farlo pagare per quello che offre.

 

Nel caso specifico farlo pagare per quello che offre significa da un lato chiedere a Google o Facebook di stipulare un contratto con gli editori per rendere accessibile contenuti coperti da diritto d’autore e dall’altro rendere responsabile Google e Facebook del monitoraggio sulle proprie piattaforme di chi offre gratuitamente ciò per cui si dovrebbe pagare. Ma la forza del discorso di Macron non è legata solo a un aspetto di regolamentazione tecnica ma è legata anche a un aspetto di regolamentazione culturale e nelle parole con cui il presidente francese sfida con l’arma della globalizzazione regolata i teorici della protezione sfrenata c’è un attacco rivolto non solo ai teorici del sovranismo economico ma anche a tutti coloro che da anni difendono in modo truffaldino una pericolosa e oscena post verità: il mito dell’infallibilità universale della rete.

 

Da tempo ormai la difesa ottusa di questo principio ha avuto (e sta avendo) un impatto importante sull’evoluzione della nostra società e non ci vuole molto a rendersi conto che il mito dell’infallibilità universale della rete, e dunque della sua sostanziale inviolabilità, spalanca la porta a un altro principio pericoloso al quale si abbeverano quotidianamente gli spacciatori di fake news: l’idea cioè che ogni regola imposta al web sia un potenziale bavaglio per la nostra democrazia. Macron ha invece scelto di schierarsi contro questo principio e nella sua difesa del diritto d'autore c'è anche un elemento in più di riflessione implicita: in una democrazia sana è necessario tutelare le élite per non regalare il mondo all’anarchismo digitale. “La vera autorità in Europa sono gli autori”, dice Macron. Niente uno vale uno. Niente Rousseau. Niente fake news. Niente anarchismo. Niente proibizionismo. Protezione uguale regole. Un competente non vale come un incompetente e se la competenza diventa un valore solo per chi la trasporta e non per chi la produce c’è un qualcosa che va risolto. Non è un problema di diritto, è un problema di democrazia. Forse varrebbe la pena cominciare a parlarne seriamente anche in Italia.

Di più su questi argomenti:
  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.