L'editoriale del direttore

Non sottovalutate l'Italia. Ma l'Italia non sottovaluti i danni fatti dai governi che continuano a perdere treni

Claudio Cerasa

“L’Italia è sottovalutata”, scrive la stampa tedesca. I dati su occupazione, pil e produzione industriale dicono che non è necessario sputtanare l’Italia per sputtanare un governo

Tra i molti articoli che la stampa internazionale ha scelto di dedicare all’Italia negli ultimi giorni ce n’è uno importante che le forze della maggioranza e quelle dell’opposizione dovrebbero in fretta imparare a memoria e diffondere tra i propri eletti. L’articolo è quello comparso giovedì scorso su un famoso giornale tedesco, la Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz), ed è un articolo che inquadra bene un fenomeno che riguarda il nostro paese, spesso sottovalutato dagli stessi osservatori italiani. Titolo: “L’Italia è sottovalutata”. Svolgimento: “Nonostante i problemi e i legittimi dubbi sull’Italia, la performance della potenza economica viene spesso trascurata”.

    

La Faz affronta il tema con una chiave originale, spiegando cioè quanto la sottovalutazione dell’Italia sia costata agli investitori tedeschi, che se meglio informati avrebbero potuto investire più dello 0,6 per cento del patrimonio attualmente allocato dai fondi comuni tedeschi in azioni italiane, ricavando guadagni cospicui dalla Borsa italiana, che è piccola, sì, l’intero mercato azionario italiano vale poco meno di 800 miliardi di euro, appena il doppio della capitalizzazione di mercato di Lvmh, come ci ha ricordato venerdì l’Economist, ma che nel 2023, scrive la Faz, “è cresciuta tre volte in più rispetto alle stime fatte alla fine del 2022 da due terzi degli analisti finanziari”. Sottovalutare l’Italia è un danno per gli investitori, certo, ma in fondo è un danno anche per la stessa Italia, che sottostimando se stessa tende sistematicamente a non essere consapevole delle proprie potenzialità riuscendo regolarmente a perdere treni che non dovrebbe farsi sfuggire.

  

Solo negli ultimi dieci giorni, per capirci, abbiamo scoperto una serie di dati interessanti. A dicembre, la produzione industriale è aumentata più delle attese, facendo segnare un +1,1 per cento rispetto a novembre. A gennaio, l’indice del clima di fiducia dei consumatori è aumentato da 95,8 a 96,4 e l’indicatore composito del clima di fiducia delle imprese è salito da 97,3 a 98,1. Sempre a gennaio, l’Istat ha reso noto che nell’ultimo mese del 2023 l’Italia ha registrato un numero record di occupati, pari a 23 milioni 754 mila, un numero nel complesso superiore a quello di dicembre 2022 di 456 mila unità. E anche sul pil i numeri sono positivi: nel 2023, ha certificato l’Eurostat alla fine di gennaio, l’incremento della crescita nel nostro paese è stato pari allo 0,7 per cento, mentre nell’Eurozona è stato dello 0,5 per cento.

   

C’è un’Italia che sottovaluta se stessa, ed è quella che pur di parlare male di un governo in carica sceglie di gettare fango anche sul proprio paese, ricordandosi che non è necessario sputtanare l’Italia per sputtanare un esecutivo. C’è poi un’altra Italia, che è quella che si trova alla guida del governo, che sottovaluta invece altro: il peso che può avere un esecutivo nel migliorare la reputazione del proprio paese. Quell’Italia, plasticamente rappresentata dal governo, sottostima per esempio quanto possa far male al nostro paese perdere investimenti miliardari come quello di Intel (4 miliardi), sottostima quanto possa far male al nostro paese vedere svuotate le fabbriche delle auto (oltre che prendere in giro l’azionista di Stellantis occorrerebbe trovare un modo per attrarre in Italia chi produce le auto, come fa la Spagna) e sottostima quanto possa far male al nostro paese vedere un investitore (ArcelorMittal) che mentre fa un passo per scappare dall’Italia (dall’ex Ilva) fa un passo per spendere in Francia soldi che non vuole spendere nel nostro paese (1,8 miliardi, acciaieria a Dunkerque). Nell’Italia che cresce c’è lo zampino delle imprese. Nell’Italia che non cresce c’è lo zampino della politica. Quando il governo non fa quello che aveva promosso, le imprese ne beneficiano. Quando il governo fa quello che aveva promesso, l’Italia ne soffre. Il ministro Urso aveva promesso che avrebbe fatto di tutto per combattere le multinazionali. Finora la missione è compiuta. Vale la pena non sottovalutarlo più.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.