Nell'impianto di produzione della elettrica Volkswagen ID3 a Zwickau

Il virus dell'incertezza

Maria C. Cipolla

La Camera di commercio italo-tedesca ci spiega cosa cambierà con la Cina dopo il Covid-19 (non poco)

Le telefonate alla camera di commercio italo tedesca di Milano – 3 mila soci made in Germany e circa 2 mila imprese italiane – arrivano a ondate dopo ogni decreto della presidenza del consiglio che introduce nuove misure per contenere la diffusione coronavirus. Le due prime potenze manifatturiere d’Europa sulla linea del fronte dell’Italia settentrionale hanno fortissimi interessi comuni: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna e Baviera, Baden Wuttemberg sono legate da rapporti commerciali che valgono decine e decine di miliardi e da catene di produzione integrata in settori che trainano entrambe le economie a partire da chimica e meccanica. Sulla linea telefonica della Camera di commercio si moltiplicano le domande – “Posso venire a fare la manutenzione dei macchinari alla Barilla? Ferrero continua la produzione? – mentre c’è il timore che l’epidemia possa spezzare questa catena e un mercato europeo che è molto più integrato della sua politica con la componentistica italiana o le nostre industrie di packaging che riforniscono la l’automotive e la farmaceutica, o con le medie imprese che esportano alimentare d'alta gamma e gruppi tedeschi che hanno qui decine di stabilimenti.

 

“Siamo gemelli industriali”, dice l’amministratore delegato Jorg Buck che ha messo in calendario seminari per le imprese tedesche, cinesi, e francesi per illustrare la situazione della crisi coronavirus. Quello che serve ai nostri soci è la certezza delle regole su quali settori possano continuare ad operare o meno. Durante la prima settimana di marzo una prima indagine tra i soci aveva rivelato abbastanza ottimismo: i problemi si erano concentrati sulla logistica per il 34,1 per cento delle aziende, per il 33 per cento sul calo della domanda, solo il 13 per cento chiedeva ammortizzatori sociali e invece il 22 per cento sosteneva che fosse necessario limitare l'allarmismo, solo il 9,9 per cento poi aveva previsto un calo del fatturato superiore al 10 per cento, mentre il 5,5 per cento stimava di non registrare alcuna riduzione. La maggioranza il 62 per cento spiegava come era troppo presto per fare previsioni.

 

A due settimane di distanza le previsioni le ha fatte invece Goldman Sachs che prevede per il 2020 un crollo del Pil dell’11 per cento per l'Italia e dell’8,9 per cento per la Germania (la Spagna dovrebbe perdere il 9,7 per cento della sua ricchezza nazionale e la Francia il 7 per cento). I dati di import ed export nelle due direzioni dell'asse del Brennero danno l'idea dell'ordine di grandezza dei rapporti economici che sono in gioco. Le esportazioni verso l'Italia valevano nel 2018 il 5,3 per cento dell'export tedesco (siamo il sesto Paese di destinazione), mentre l'import dall'Italia rappresenta il 5,5 per cento: in tutto la partnership vale per Berlino 130,2 miliardi di euro. Per il nostro export la Germania è invece il primo Paese di destinazione, per un valore di circa 58,1 miliardi di euro e importiamo merci invece per 70,3 miliardi di euro (in tutto 128,4 miliardi di euro).

  

Ma andando a vedere il dettaglio regionale si capisce che al centro di questi rapporti c'è soprattutto la Lombardia, cioè il territorio più colpito dall'epidemia. Per la Germania i rapporti commerciali con la regione pesano per 44,3 miliardi di euro, più dell'intero Giappone, ma anche più del doppio del Veneto (che con 19,7 miliardi di euro supera comunque il Brasile) e dell'Emilia Romagna (14,1 miliardi). I rapporti commerciali che intessiamo con la Baviera valgono oltre 24 miliardi cioè più che tutto l'import e export con la Polonia, e quelli con il Baden Wuttemberg superano quelli con la Russia a 23,2 miliardi. Sono cifre pesanti soprattutto visto che si tratta di una crisi che sarà sia dell'offerta che della domanda e su cui spiccano i numeri di un territorio, quello lombardo, che produce il 10 per cento del Pil italiano. “Fermare le attività per tre settimane sarebbe complicatissimo”, sostiene Buck, che pure è convinto che questa crisi possa offrire all’Europa la possibilità di ripensare le filiere produttive. “In Germania si stanno chiedendo se abbia senso la concentrazione in Cina di molte aziende tedesche e europee che producono antibiotici o materiale sanitario”. Insomma potrebbe essere il momento di ripensare la politica delle delocalizzazioni. E in generale dopo l'impatto del rallentamento cinese, c'è un dibattito sulla necessità di diversificare la dipendenza delle catene produttive.

 

Sul fronte italiano cresce la preoccupazione di essere sostituite nella filiera. Ma secondo Buck il problema non si pone, piuttosto il nodo è che la crisi epidemica si è inserita in uno scenario in cui l'industria europea era già alle prese con sfide comuni epocali: Questa epidemia si è presentata in un contesto di protezionismo crescente, sfida tra Cina e Usa e necessità di riconversione di interi settori, come la chimica e l’automotive con il passaggio all'elettrico e con i progetti del motore a idrogeno”. Sarebbero sfide comuni per gli apparati industriali di Italia e Germania, peccato che il governo tedesco freni ancora sugli eurobond. “Von der Leyen ha lanciato i coronabond, è un primo passo positivo, forse ai tedeschi serve un nome diverso, è comunque un segnale positivo che fino a qualche settimana non si poteva attendere”. “Questa crisi cambia il mondo” e viene da sperare che su questo lo faccia davvero.

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