Non si può riformare il fisco pensando solo a chiedere più flessibilità

Giovanni Tria

Rilanciare gli investimenti pubblici non è materia di allocazioni di bilancio ma di rimozione degli ostacoli alla loro attuazione

L’invio alla Commissione europea della bozza di legge di Bilancio da parte del governo per una valutazione è l’ultimo atto del processo di governance economica dell’Unione europea che prende il nome di semestre europeo. Istituito nel 2010, il semestre europeo aveva l’obiettivo di assicurare il coordinamento della politica economica tra gli stati membri, in altri termini si tratta di una procedura diretta a compensare il vuoto determinato dall’assenza di un governo europeo con poteri adeguati. Il coordinamento dovrebbe riguardare i programmi di riforme strutturali con impatto economico, le politiche di bilancio con l’obiettivo di garantire il rispetto del Patto di stabilità e crescita e, infine, la prevenzione degli squilibri macroeconomici eccessivi (vedi, tra gli altri, gli squilibri delle bilance commerciali). Buona cosa, se non fosse che ci troviamo di fronte a un caso di scuola di eterogenesi dei fini. L’obiettivo di assicurare non solo la coesistenza tra i paesi membri ma di spingere gli stessi a una azione programmata e coerente di politica economica ha prodotto, almeno in Italia, l’effetto contrario. Non credo che rappresenti un atteggiamento trasgressivo dire che il dibattito sulle riforme strutturali, che in ogni stato membro dovrebbe tradursi nel Pnr (Piano nazionale delle riforme), produca un documento, presentato in aprile insieme al Documento di economia e finanza, che rappresenta un esercizio di prosa virtuosa a cui la politica e il Parlamento sono totalmente disinteressati. Avete mai letto resoconti mediatici su scontri, seppur di principio, intorno a tale documento? Sull’azione di prevenzione riguardo agli squilibri macroeconomici eccessivi, fondata su una molto timida moral suasion rivolta agli stati membri interessati, potremo tornare in altra occasione.

 

La vera attenzione riguarda le politiche di bilancio e il rispetto delle regole fiscali entro le quali ciascuno stato membro deve muoversi pena procedure sanzionatorie da scontarsi sui mercati. Il risultato è che in aprile, con la presentazione del Def, inizia lo psicodramma che poi progressivamente trova il suo apice con la presentazione della bozza di legge di Bilancio da approvare entro dicembre. Dov’è l’eterogenesi dei fini? Sta nel fatto che in questo psicodramma si manifesta quasi sempre l’opposto di una pianificazione coerente di azione di politica economica.

 

La redazione della legge di Bilancio, che dovrebbe rappresentare l’atto in cui si allocano le risorse scarse ai fini di quest’azione di pianificazione economica, diviene quasi sempre il luogo in cui si consuma da una parte il tentativo di window dressing contabile necessario a presentarsi a Bruxelles con le carte in regola. Dall’altra il confronto tra forze politiche intorno a provvedimenti di bandiera spesso di scarso impatto sulla crescita anche se sempre presentati come svolte epocali.

 

Si può essere tentati di parlarne come di una sorta di fisiologia dei processi di decisione democratici e, a parte l’effetto più o meno rilevante di dispersione di risorse, il danno sarebbe limitato se questo processo negoziale non assorbisse talmente le forze di governo da distrarle dalle vere azioni di governo dell’economia che si svolgono in modo più sostanziale dopo e prima della redazione della legge di Bilancio. Il rischio è che, di conseguenza, si rallentino o si rinviino le scelte di fondo. Ad esempio una seria riforma fiscale e scelte ragionate sulla composizione, oltre che sulle dimensioni, del gettito fiscale non sono materia da improvvisarsi in una legge di Bilancio. Rilanciare gli investimenti pubblici non è materia solo di allocazioni di bilancio ma di rimozione degli ostacoli alla loro attuazione. E’ ormai costume di ogni governo richiedere flessibilità sui saldi pubblici con la finalità di effettuare investimenti pubblici, più o meno qualificati per destinazione prevalente. Anche il governo di cui ho fatto parte ha avuto con imparzialità, va riconosciuto, la sua dose di flessibilità per investimenti. E con notevole continuità i vari ministri che nel succedersi dei governi si sono impegnati con passione nell’ottenere tale flessibilità hanno poi dovuto subire la frustrazione di non veder seguire la spesa sperata. Ciò significa che il lavoro faticoso e continuo per rimuovere gli ostacoli strutturali alla loro attuazione (norme errate e incapacità tecnica della Pa) rappresenta il vero nodo della politica di investimenti, un lavoro che si rallenta e si trascura, tuttavia, di fronte alle priorità dettate dai tempi del semestre europeo e dal palcoscenico negoziale che il semestre europeo induce. E tutto è rinviato al prossimo giro, a volte al prossimo governo.

 

In Italia, l’ultimo aggiustamento di bilancio strutturale realizzato dopo vari anni, che all’inizio dell’estate ha riportato provvisoria fiducia nella sostenibilità del nostro debito, è dovuto a un’azione di governo posteriore alla legge di Bilancio. Anche la decisione di fondo sulla necessità di correggere la dinamica strutturale della spesa corrente, non di diminuirla ma di correggerne il ritmo di crescita, non è cosa che si fa nelle notti concitate che in Italia ritualmente concludono il semestre europeo. La colpa è di tutti e di nessuno, ma non possiamo considerare tutto ciò una legge di natura.