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Il Bund a rendimento zero fa flop. Qualcuno vuole ancora rischiare

Il mondo ai tempi della guerra dei dazi resta un posto pericoloso che giustifica la corsa ai “porti sicuri”. Ma forse si è esagerato

22 Agosto 2019 alle 06:18

Il Bund a rendimento zero fa flop. Qualcuno vuole ancora rischiare

foto LaPresse

Milano. La grande corsa al ribasso dei rendimenti dei titoli tedeschi ha registrato ieri una prima battuta d’arresto in coincidenza – non a caso – con le voci sul possibile prossimo allentamento alla regola del pareggio di bilancio che Berlino persegue con rigore dal 2014. Certo, i tassi dei Bund restano ben sotto lo zero su tutte le scadenze. Ma non è andato a buon fine l’ultimo strappo alle regole del buon senso: il mercato ha sottoscritto solo per 869 milioni l’offerta del governo tedesco di due miliardi di Bund a 30 anni senza cedola. Ovvero, chi ha sottoscritto l’emissione si è rassegnato a non vedere un solo centesimo di interesse fino alla scadenza del 2049. Una scommessa estrema, gradita ai responsabili del bilancio di Berlino (che bello indebitarsi a gratis), ma indigesta pure ai gestori che si sono rassegnati da tempo alla legge dei tassi negativi, diretta conseguenza della crisi che spinge all’ingiù l’inflazione e deprime gli animal spirits dell’economia, cioè la voglia di investire e di rischiare.

 

Nonostante il costo infimo del denaro che nel 2019 ha battuto ogni record: nel mondo circolano ormai titoli a tasso negativo per 16 mila miliardi di dollari, a partire dalle emissioni di Germania, Svizzera e Svezia, in terreno negativo su tutte le scadenza, dalle più brevi ai titoli pluridecennali. E’ la vendetta di Faust, verrebbe da dire: il denaro che rende sempre di meno intacca i risparmi dei paesi più giudiziosi. Ma la bolla dei bond minaccia anche i propositi battaglieri di Donald Trump, il fuochista che chiede tassi sempre più bassi per alimentare la locomotiva americana. “Ma io non sono convinto che l’inflazione sia stata debellata una volta per tutte”, ha detto ieri Daniel Ivascyn, l’uomo che governa Pimco, il colosso che amministra la bellezza di 128 miliardi di bond. “Anch’io – spiega il gestore – sono convinto che la tendenza sia al ribasso del rendimenti ma la situazione è così tesa che non me la sento di escludere un’inversione di rotta almeno parziale”.

 

Insomma, il mondo ai tempi della guerra dei dazi resta un posto pericoloso che giustifica la corsa ai “porti sicuri”. Ma forse si è esagerato. E l’emissione di nuovo debito per 50 miliardi di euro da parte della Germania (che può permetterselo senza intaccare il rapporto debito/pil al 60 per cento) potrebbe segnare una svolta a vantaggio dell’intera economia dell’Eurozona oltre che delle banche, assicurazioni e fondi pensione danneggiati dai tassi negativi.

 

Si può obiettare che un aumento della spesa pubblica di norma allarma i mercati, mandando in orbita i rendimenti sui titoli di stato. Ma questa volta, a compensare l’effetto negativo ci sarà la Banca centrale europea, pronta ad agire sia con Mario Draghi sia, da novembre, con Christine Lagarde. Senza dimenticare la frenata dell’economia tedesca che giustifica anche dal punto di vista politico l’uso del bazooka. 

 

Ma sarà sufficiente? Che accadrà in caso di crisi dell’economia? In attesa del dibattito tra i banchieri a Jackson Hole, BlackRock ha pubblicato un report curato da tre grossi calibri della finanza, da Philipp Hildebrandt, ex capo della banca nazionale svizzera a Stanley Fischer,già vicepresidente della Fed e al canadese Jean Boivin, capo della ricerca del colosso del risparmio americano. Le conclusioni del trio sono più che allarmanti: “Presto saranno necessarie – si legge – politiche inedite per fronteggiare l’inversione di tendenza”. Ovvero le autorità politiche saranno presto costrette a superare i confini tra politica monetaria e fiscale. “E questo potrebbe aprire la porta ad una ondata di spese incontrollate”.

 

Dietro l’angolo, sotto la spinta delle tentazioni di Donald Trump, potrebbe attendersi l’helicopter money evocato da Ben Bernanke o i quattrini messi in circolo per realizzare obiettivi specifici di politica economica, l’arma per fare arretrate gli zero coupon trentennali che nonostante il flop di ieri restano in agguato.

Ugo Bertone

Classe 1953, torinese, laurea in giurisprudenza, ha lavorato all'ufficio stampa della Borsa in anni remoti, poi al Sole 24 Ore e alla Stampa. Ha partecipato all'avventura di Epf (Borsa & Finanza e Finanza & Mercati) e si è pure divertito. Ama l'economia reale, l'industria in particolare. Per questo preferisce le storie cinesi, rispetto alle miserie a tasso zero di casa nostra.

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