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Consigli non richiesti per una manovra senza gonfiare la spesa

Sandro Trento

I partiti sono incagliati tra le boutade salviniane e le incertezze di Zingaretti & Co. Ecco come uscirne

Uno spettro aleggia sui colli di Roma, lo spettro della nuova manovra finanziaria. Matteo Salvini è stato, finora, l’ultimo a parlare di numeri, ventilando l’ipotesi di una manovra da 50 miliardi di euro che avrebbe portato il deficit pubblico ben al di sopra del 3 per cento con conseguenze certo non rassicuranti sulla stabilità finanziaria del paese e con dubbi benefici per la crescita. Per Nicola Zingaretti la manovra è il punto di partenza per una nuova alleanza di governo.

  

  

Partiamo dalla situazione attuale. Tenendo conto degli effetti connessi con l’assestamento del bilancio e con il Dl 61/2019 l’indebitamento netto tendenziale si collocherebbe oggi appena sotto il 2 per cento del pil nel 2019 e a circa l’1,7 per cento nel 2020. Il peggioramento dei conti derivante dalla meno favorevole evoluzione del quadro macroeconomico rispetto a quanto indicato nel Def di aprile è stato praticamente compensato. Il raggiungimento di questi risultati, tuttavia, sconta, com’è noto, clausole di salvaguardia Iva per oltre un punto percentuale del pil nel 2020 (23,1 miliardi); le clausole salgono però a 28,8 miliardi dal 2021. A tutto ciò si devono aggiungere le risorse necessarie a finanziare le politiche invariate pari, in base a quanto indicato nel Def, a 2,7 miliardi nel 2020 (5,2 nel 2021 e 7,8 nel 2022). Un nuovo governo si troverebbe innanzitutto nell’urgenza di recuperare le risorse necessarie a finanziare le politiche invariate e l’abolizione delle clausole Iva o della maggior parte di esse, parliamo di circa 26 miliardi di euro per il 2020, vanno sommate poi alcune spese e investimenti previsti nel quadro programmatico del Def, si arriva in questo modo a un totale di 28 miliardi di euro (audizione del presidente dell’UpB di aprile 2019).

 


Una strategia che non voglia condurre a un ulteriore aumento del disavanzo pubblico, e che invece avvii una stabilizzazione del rapporto tra debito e pil, passa da una revisione delle aliquote Iva, delle agevolazioni e delle spese fiscali introdotte dai gialloverdi, più l’abolizione degli 80 euro. Purché poi si investa


 

In definitiva, qualora si vogliano neutralizzare le clausole di incremento dell’Iva e delle accise e mantenere gli obiettivi fissati nel Def, dovrebbero essere individuate misure per circa 28 miliardi nel 2020, che salirebbero a circa 36 miliardi nel 2021 per raggiungere circa 45 miliardi a fine periodo. Dunque, una strategia che non voglia condurre a ulteriore aumento del disavanzo pubblico, e che invece avvii una stabilizzazione del rapporto tra il debito e il pil, richiede l’individuazione di ingenti risorse. La definizione di un quadro di finanza pubblica per il triennio 2020-22 si annuncia quindi come una sfida difficile. E’ indispensabile una chiara individuazione delle priorità politiche. Alcune risorse potrebbero essere in parte recuperate attraverso la razionalizzazione dell’attuale distribuzione di beni tra aliquote (tra 4 e 10 e tra 10 e 22 per cento) o, visto il basso livello di inflazione, eliminando una delle due aliquote ridotte (4 e 10 per cento) o unificando le tre aliquote attuali in un’unica aliquota inferiore a quella ordinaria contribuendo a contrastare l’evasione fiscale. Questi provvedimenti potrebbero consentire di raccogliere tra 2 e 6-7 miliardi. L’abolizione degli 80 euro introdotti dal governo Renzi consentirebbe un risparmio di altri 10 miliardi. (Non è detto che Renzi la prenderebbe bene, ma questo è un altro discorso). Risorse più rilevanti potrebbero essere recuperate da una revisione complessiva del sistema di tax expenditures. Il Rapporto della Commissione Marè del 2018 individua 513 misure di agevolazione riguardanti i tributi erariali, a cui corrisponde un totale di circa 61 miliardi di perdita di gettito stimata. Va però osservato che nell’elenco non sono chiaramente incluse spese fiscali introdotte successivamente all’autunno 2018 quali, ad esempio, quelle connesse con la recente estensione del regime dei minimi per lavoratori autonomi e professionisti. Sono circolate comunque stime molto più elevate pari a circa 160 miliardi di euro aggredibili. Per rientrare sotto la voce di spesa fiscale e dunque potenzialmente aggredibili da una revisione o da un taglio, l’agevolazione non deve rappresentare una caratteristica strutturale del tributo. Sotto la voce Irpef non rientrano tra le spese fiscali tutte quelle legate alla produzione del reddito (detrazione da lavoro dipendente) né quelle per familiari a carico o ancora le imposte sostitutive sui redditi di capitale. Sotto l’etichetta Ires è al riparo l’Ace. Ma tra le centinaia di agevolazioni, detrazioni, regimi semplificati etc. ci sono molti tagli che possono essere fatti nell’immediato. Per il 2020 il governo potrebbe identificare alcuni criteri cardine per la revisione delle tax expenditures e intervenire su alcuni capitoli rinviando al 2021 un intervento strutturale. Un governo non balneare ma di legislatura potrebbe tuttavia impostare una riforma fiscale di ampio respiro volta ad eliminare le segmentazioni create con i recenti provvedimenti, a ripristinare la neutralità della tassazione rispetto alla forma giuridica delle società e alle fonti di finanziamento, a razionalizzare la tassazione sugli immobili (sovrapposizione Imu/Tasi e riforma catastale), a ridurre il costo del lavoro per le imprese che non restringono la propria base occupazionale. Una riforma ben congegnata richiederebbe tempo e non potrebbe essere realizzata in poche settimane ovviamente. Ma avrebbe già nel breve periodo avrebbe effetti positivi su economia ed evasione fiscale e maggiori effetti in chiave dinamica sul medio termine. Sul lato della spesa pubblica si parla di spending review ma va detto che la quota di spesa attualmente aggredibile da un processo di revisione della stessa è limitata. Tra il 2010 e il 2018 la spesa primaria è aumentata complessivamente del 6,9 per cento in termini nominali, mentre si è ridotta del 2 per cento in termini reali; in rapporto al pil, si è ridotta di 2 punti percentuali. Ulteriori riduzioni di spesa potrebbero essere difficili da realizzare proprio in relazione alle politiche finora attuate e a quelle che sono necessarie per riportare il paese su un sentiero di crescita.

 

Un’ulteriore riduzione della spesa richiederebbe quindi interventi più mirati, orientati alla sua riqualificazione verso ambiti strategici e più innovativi piuttosto che al taglio delle risorse. Sarebbero necessarie misure che richiedono una chiara determinazione delle priorità delle politiche pubbliche. Il problema italiano è un problema di bassa crescita e di produttività stagnante. Gli eventuali margini per una ricomposizione della spesa pubblica dovrebbero dare priorità agli investimenti pubblici, per sostenere la crescita.

 

Sandro Trento, Università di Trento