Da Carige a Pop. Bari è cambiato il paradigma delle aggregazioni

Mariarosaria Marchesano

Fusioni dal basso. Così le piccole casse locali crescono andando in soccorso delle banche più grandi in crisi

Milano. Mentre le grandi banche fanno fatica ad aggregarsi – non solo in Italia, poiché in Europa non si vedono fusioni dal 2009 – le piccole si alleano e crescono lontane dai riflettori e a sorpresa arrivano a diventare protagoniste di operazioni di salvataggio. È quello che sta accadendo nel caso di Carige, in cui le vesti di cavaliere bianco sono state indossate dal neonato gruppo di credito cooperativo che fa capo alla trentina Cassa Centrale Banca, ed è quello che si prospetta anche per la Banca popolare di Bari, che potrebbe essere coinvolta nella costituzione di un polo creditizio nel sud Italia con la partecipazione della Banca del Salento e della Popolare di Puglia e Basilicata. Si tratta di due situazioni molto diverse, ma in entrambi i casi l’esigenza di scongiurare il fallimento di un gruppo bancario storico e legato al territorio coincide con l’interesse di piccole realtà locali a fare un salto di qualità dimensionale e, per certi versi, anche qualitativo.

 

Insomma, la novità è che le piccole banche si fanno avanti per mangiarsi le grandi, sperando che non si tratti di bocconi indigesti considerando che integrazioni tra realtà così diverse – anche culturalmente – non sono mai facili. La mossa di Cassa Centrale Banca, che, sotto la guida di Giorgio Fracalossi, punta a diventare socio di controllo di Carige con il 30 per cento, ha sorpreso solo chi non si era accorto del peso assunto negli ultimi anni dal polo bancario con quartier generale a Trento che chiuderà il suo primo bilancio consolidato a fine 2019 con 72 miliardi di attivo patrimoniale e 300 milioni di utili netti. Numeri che ne fanno il settimo gruppo bancario italiano. Solo nel 2017 i dati erano molto diversi: gli attivi della banca e delle sue controllate erano pari a 7,1 miliardi e gli utili arrivavano a 97 milioni di euro. Il salto è avvenuto con la progressiva adesione di 84 casse rurali e piccole realtà di credito cooperativo da tutta Italia che ha consentito la creazione di massa critica, l’arrivo ai coefficienti di solidità patrimoniale richiesti dalla Banca centrale europea e all’assunzione di una dimensione nazionale.

  


Il gruppo trentino Cassa Centrale Banca vuole diventare socio forte di Carige che non ha trovato partner esteri. Attorno alla Pop. di Bari si aggregano piccole popolari del sud. Le fusioni non sono mai facili ma in questo casi si avvicinano due mondi distanti, il credito cooperativo e istituti che navigano il mercato aperto


 

Il gruppo Cassa Centrale Banca – che ha il suo zoccolo duro tra Trentino, Veneto e Friuli Venezia Giulia, ma è presente in quasi tutte le regioni italiane – è figlio della legge di riforma del credito cooperativo del 2015-2016. La normativa ha praticamente prodotto due grandi poli: il più grande è quello di Iccrea – che per dimensione si colloca al quarto posto in Italia dopo le grandi banche – e il secondo si è costituito intorno alla Cassa trentina attraverso un contratto di coesione territoriale, che ha previsto l’adesione di aziende di credito locali a una holding capogruppo e il consolidamento del bilancio. Dunque, sulla scena bancaria italiana si affacciano due nuovi protagonisti con ambizioni di espansione territoriale in un momento in cui il processo di consolidamento sembra non trovare particolari spunti per andare avanti. “Quello che sta succedendo dipende essenzialmente dalla riforma delle Bcc, ma ha ricevuto anche una spinta decisiva dal regolamento europeo che incentiva la crescita delle realtà cooperative anche attraverso l’espansione all’estero – dice al Foglio il giurista Fausto Capelli, che ha affiancato la battaglia contro la trasformazione in spa delle banche popolari sostenendo proprio la validità del modello cooperativistico – In Italia è stato introdotto un limite di 8 miliardi di patrimonio oltre il quale le popolari sono costrette a trasformarsi in società per azioni, ma questo ha poco senso se si guarda a quello che succede in Europa. Colossi come la francese Crédit Agricole e l’olandese Rabo Bank hanno entrambi attivi superiori ai mille miliardi e in Europa ci sono almeno un centinaio di realtà bancarie di tipo cooperativistico con attivi che arrivano a 100-150 miliardi. Questo dimostra che il modello funziona e può assumere dimensioni anche molto rilevanti”.

 

In Italia, invece, c’è stata una doppia riforma che ha portato a un risultato contrastante. La trasformazione in Spa delle banche popolari è rimasta incompiuta perché Popolare di Sondrio e Popolare di Bari si sono opposte, anche se è molto probabile che quest’ultima attuerà la riforma proprio nell’ambito del piano di aggregazione con altre realtà del sud Italia. E parallelamente sono nati nuovi poli di credito cooperativo – con masse di attivo anche molto consistenti – che hanno voglia di crescere ma sono fortemente legati a comunità locali e sostenuti da una governance ispirata a principi mutualistici tipici del mondo cooperativo come il voto capitario, vedi il caso del gruppo trentino. “Questo dimostra che non c’è stata una visione unitaria da parte del legislatore – continua Capelli – le banche popolari che in passato godevano di agevolazioni di diverso tipo, hanno ricevuto un duro colpo perché sono state sottoposte alle stesse regole che vengono applicate a tutte le banche che operano sul mercato, mentre le piccole realtà cooperative sono state incentivate a crescere conservando la propria identità, tant’è che oggi diventano potenziali partner di banche più grandi. L’assetto che sta emergendo è completamente nuovo e sarà interessante vedere come si evolverà proprio con la risoluzione dei casi Carige e Popolare di Bari”.

 

In effetti, almeno nella situazione della banca ligure, si troveranno a dialogare due mondi molto diversi, quello trentino che dovrebbe essere ispirato a uno spirito mutualistico e quello di una banca quotata in Borsa che risponde a logiche finanziarie, soprattutto quando si tratta di definire il modello di business, di affrontare le logiche di remunerazione degli azionisti, eventuali piani di ristrutturazione e gli investimenti. “In effetti, è un esperimento nuovo, anche se in Italia ci sono stati modelli in parte simili che hanno funzionato, come Unipol”, conclude Capelli.

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