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A Genova e a Carige non serve più stato, ma più mercato. Parla Clerici

"Le banche devono essere competitive. La città ha uno spirito isolazionista, deve aprirsi al mondo", ci dice l'ad del colosso del carbone Coeclerici

25 Maggio 2019 alle 06:00

A Genova e a Carige non serve più stato, ma più mercato. Parla Clerici

(Foto LaPresse)

Roma. Nel 1994 la Coeclerici, colosso genovese del settore del carbone nato cent’anni prima, riuscì a conquistare uno dei più grandi armatori d’Italia, con una flotta di dodici navi, la Fermar del gruppo Ferruzzi oramai in dissoluzione con la fine dell’impero di Raul Gardini. Un’operazione da 225 miliardi con cui Coeclerici riuscì a battere la concorrente genovese Premuda rimasta spiazzata da un rilancio “sul filo di lana”, scriveva Repubblica. “E’ stata una delle nostre più grandi operazioni”, racconta al Foglio Paolo Clerici, ad e nipote del fondatore Alfonso.

 

La gara fu vinta perché Banca Carige aprì le porte anche a Coeclerici quando Giovanni Berneschi, ex presidente e potere forte di Genova per vent’anni, decise di finanziarla. “Sapevo che il tanto vituperato Berneschi finanziava un altro concorrente. Non l’avevo mai incontrato, l’avevo intravisto solo una volta, gli spiegai la nostra situazione e ci pensò. Dopo una settimana mi disse: ‘Glieli do io i 100 miliardi, ma non lì do alla sua azienda né a suo padre, li sto dando a lei’. Pensai di rifiutare visto la responsabilità che mi stavo assumendo essendo alla guida del gruppo da appena un anno, ma poi accettai, riuscimmo a vincere la gara e restituimmo i soldi prima di quanto previsto”.

 

C’è un rapporto viscerale tra gli imprenditori liguri e genovesi, piccoli e grandi, con la banca della città che nemmeno la crisi post Berneschi, il disimpegno dei primi soci Malacalza, e il commissariamento della Banca centrale europea riescono a rompere, per una questione di fiducia. “E’ una banca che ha dato fiducia a tutti, anche se non a tutti quelli giusti, se non ci fosse per i genovesi bisognerebbe inventarla, è riuscita a tenere in piedi quelle poche aziende rimaste e sarebbe un disastro se non ci fosse più”, dice Clerici. L’azienda che guida dal 1992 è in una condizione ottimale rispetto al panorama regionale (è presente in dodici paesi con 1.198 dipendenti, ha fatturato 943 milioni nel 2018 e un basso rapporto tra debito e patrimonio) e ha una linea di credito sindacata (condivisa con altre banche) con Carige. “Sono convinto che si trovi una soluzione privata, come la Bce e i commissari auspicano, e la soluzione è di aggregarsi a un’altra banca, come si dice da anni. Lo stato può avere un ruolo con facilitazioni fiscali che permetteranno a un investitore di trovarla interessante”.

 

Eppure il vicepremier Matteo Salvini ha assicurato che senza una soluzione privata ci sarà un intervento pubblico, lo stato diventerebbe insomma azionista della banca. “Non funziona nel 2019, le banche devono essere competitive, lo stato eventualmente dovrebbe esserci solo per un periodo transitorio. La fortuna e la sfortuna di Genova è stata il gruppo Iri, per cui l’Ansaldo e l’Itasider davano sicurezza e garantivano il posto fisso, ma non ci siamo preparati per il ‘dopo’ partecipazioni statali e la città è entrata in crisi e lo è ancora oggi”, dice Clerici da “genovese è migrato” a Milano da qualche anno. “A inizio Novecento era la città industriale numero uno d’Italia e d’Europa, il primo porto del Mediterraneo. Oggi non c’è quasi più nessuno, l’imprenditoria ha avuto un calo impressionante. E’ una città intimamente isolazionista, per carattere, la barriera montuosa è una scusa usata dai genovesi: è collegata quasi peggio di Trieste e non è possibile, la linea ferroviaria verso Ventimiglia è del Novecento, e quanto a relazioni internazionali abbiamo una scuola americana strapiena, ma sono state chiuse quella francese e quella tedesca”, dice Clerici. L’isolamento, il distacco dalle istituzioni europee e il diniego a costruire opere come la Tav distinguono questo governo, che impatto ha e quanto può durare? “Sappiamo che se non avessimo avuto l’euro, avremmo rischiato di fallire come la Grecia. Che l’Europa sia disunita lo vediamo, serve un ripensamento. Ma questa non condivisione ha un impatto, per esempio, sui rapporti con i francesi per Fincantieri. Sulle infrastrutture l’atteggiamento è a dir poco miope, specie quelle condivise con altri paesi”.

Alberto Brambilla

Alberto Brambilla

Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.

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