Il salvataggio incartato di Carige, avanza un “cavaliere trentino”

Mariarosaria Marchesano

Potrebbe essere Cassa Centrale Banca del commercialista Giorgio Fracalossi a salvare la banca ligure

Milano. Chi l’avrebbe mai detto che i commissari di Banca Carige, dopo aver cercato per mesi una via d’uscita alla crisi inseguendo i più grandi fondi d’investimento americani – Blackrock, Varde, Apollo, Blackstone – avrebbero trovato un “cavaliere bianco” in Trentino Alto Adige? Il cerchio sul salvataggio della banca ligure si potrebbe chiudere, infatti, intorno a un giovane gruppo bancario cooperativo – nato dalla fusione di un’ottantina di casse rurali tra Trentino, Veneto e Friuli – che considera l’investimento nella ligure Carige un’opportunità per consolidarsi come nuova realtà bancaria del nord Italia. Cassa Centrale Banca, questo il nome del gruppo presieduto da Giorgio Fracalossi, commercialista di Trento con all’attivo la guida di numerose banche locali, sarebbe disposta a sborsare 70 milioni per rilevare una prima partecipazione del 10 per cento per arrivare successivamente sotto il 30 per cento. Le sue intenzioni sembrano serie.

 

A guardare l’ultimo bilancio del 2018 risulta un capitale sociale (versato) pari a un miliardo di euro e un utile netto balzato a 100 milioni dai 13 milioni del 2017, grazie ad aggregazioni e fusioni. Se lo può anche permettere economicamente. Intanto, il Fondo interbancario per la tutela dei depositi ha fatto ieri il primo passo verso la conversione in azioni del bond di 313 milioni di euro sottoscritto a fine 2018 dallo Schema volontario e gettato le basi per un intervento diretto del Fondo a garanzia dell’aumento di capitale da 700 milioni di euro necessario per salvare Carige. Accanto al Fondo potrebbero essere coinvolte anche altre due strutture pubbliche il Credito Sportivo e il Mediocredito Centrale di Invitalia. Dunque, alla vigilia della scadenza del 25 luglio stabilita dalla Bce – anche se avanza l’ipotesi di una proroga di una decina di giorni – tra gli attori del salvataggio c’è moderato ottimismo, almeno rispetto a qualche giorno fa, quando la situazione sembrava compromessa. Tutta la vicenda del salvataggio di Carige però corre sul filo di lana e continua a presentare alcune grosse ambiguità di fondo che probabilmente spiegano come mai finora non si sia ancora riusciti a trovare una soluzione definitiva.

 

La prima ambiguità – ma potrebbe anche essere una strategia deliberata – riguarda la posizione della famiglia Malacalza, il primo socio privato di Carige, che ha dato il via alla crisi lo scorso dicembre rifiutandosi di sottoscrivere la ricapitalizzazione di 400 milioni di euro. Nessuno, a quanto pare, conosce le loro reali intenzioni, che oscillano tra la tentazione di tirarsi fuori del tutto, registrando una perdita di capitale, e la volontà di andare avanti, rimettendoci altri soldi ma con la speranza di potersi rifare. Quando a maggio scorso il capostipite Vittorio Malacalza aveva detto di preferire “soluzioni industriali”, nel momento in cui i commissari stavano trattando, invece, con operatori finanziari, alcuni osservatori avevano interpretato le sue dichiarazioni come una sorta di veto all’operazione.

 

E ora che all’orizzonte si è affacciato un gruppo bancario, e Vittorio Malacalza è rimasto in silenzio, chi conosce le liturgie della famiglia pensa che potrebbe essere il segnale di una tacita approvazione. Ma non si può mai dire, perché alla fine i numeri devono quadrare e il fatto che il fabbisogno finanziario complessivo per rimettere in piedi la banca sia salito a 900 milioni, seppure l’aumento di capitale resti a 700 milioni, non aiuta. In alternativa, dovrebbe essere lo stato a farsi carico della crisi Carige. L’ambiguità è rappresentata da una incerta volontà politica, tra il sogno di nazionalizzare le banche e la consapevolezza che una tale operazione sarebbe troppo impegnativa nel momento in cui lo stato sta già facendo fatica a uscire da Mps. La ricapitalizzazione precauzionale deve passare il vaglio della Commissione europea, che per garantire che non si tratti di aiuti di stato dovrebbe fare scattare il cosìdetto “burden sharing”, cioè la partecipazione dei privati alle perdite. Comunque la si metta, per il governo sarebbe critico.