Quello tra Amber e Popolare di Sondrio è uno scontro tra due culture

Mariarosaria Marchesano

Valtellina e finanza anglosassone: la banca respinge la domanda di ammissione presentata dal fondo di investimento

Milano. Neanche nello scontro epocale con Lactalis su Parmalat, il fondo attivista britannico Amber Capital era arrivato tanto ai ferri corti con la controparte. Ma nel caso della Banca Popolare di Sondrio, di cui Amber detiene circa il 6 per cento, che alle attuali quotazioni di mercato vale circa 70 milioni di euro, in ballo non c’è solo un’opposta visione della governance e della strategia di sviluppo. C’è una questione di principio normativo-istituzionale che pende davanti alla Corte di Giustizia europea: la mancata trasformazione in spa della banca valtellinese prevista da una legge dello stato che di fatto impedisce a un investitore finanziario di assumere lo status di socio. E da ieri Amber rischia anche di essere costretto a vendere le azioni che eccedono l’1 per cento del capitale nei prossimi 12 mesi. La Sondrio, come la Popolare di Bari, la quale però dovrà al più presto diventare una spa pena il mancato salvataggio, è ancora una società cooperativa e come tale può, in base allo statuto e al testo unico bancario, bocciare la domanda di ammissione alla compagine sociale avanzata da chi ha acquistato azioni impedendogli anche di partecipare alle assemblee e di votare (di fatto il consiglio di amministrazione esprime un gradimento sui nuovi soci). E così martedì sera il consiglio di amministrazione dell’istituto guidato da Mario Pedrazzini ha respinto la domanda presentata da Amber Capital ritenendo “non sussistenti le condizioni stabilite dalla normativa e dallo statuto” e rilevando anche “il superamento del limite del possesso azionario dell’1 per cento stabilito dall’articolo 30 del testo unico bancario”.

 

 

Come ha sottolineato Noemi Peruch, analista di Mediobanca basata a Londra, in una nota di commento alla clamorosa decisione della Popolare di Sondrio, “qualora la banca contesti il superamento del limite dell’1 per cento, le azioni eccedenti devono essere vendute entro uno anno. Una volta scaduto tale termine, decadranno i diritti patrimoniali relativi alla quota in eccesso”. In parole povere, l’aspirante socio perderebbe i diritti a ricevere i dividendi vanificando così il suo investimento . L’ipotesi allo stato appare remota, ma rappresenta pur sempre una doccia fredda per il fondo inglese che aveva presentato la richiesta di diventare socio lo scorso ottobre in una fase che sembrava di disgelo nei rapporti con la banca lombarda, tant’è che il fondatore di Amber, il finanziere francese, ma originario di Beirut, Jopseh Marie Oughourlian, aveva dichiarato in un’intervista al Sole 24 Ore che la Popolare di Sondrio “a differenza di altre popolari, non ha fatto operazioni avventate, né distrutto valore. La banca è stata ben gestita senza logiche clientelari”. Un tentativo di provare con un approccio soft dopo due anni di duro confronto sul tema della mancata trasformazione in spa. Ma Oughourlian non aveva fatto i conti con i coriacei valtellinesi sempre più arroccati nella loro posizione con l’obiettivo di tutelare l’identità (e la rete di interessi) locale della banca. A un investitore finanziario di stampo anglosassone, come Amber, tutta questa vicenda appare quantomeno paradossale. E in una nota ufficiale respinge l’interpretazione della normativa da parte della banca valtellinese, sottolineando che già a partire da novembre 2017 i fondi gestiti avevano superato la soglia del 5 per cento comunicandolo tempestivamente alla banca stessa e alle autorità di vigilanza. “Tenendo anche conto della tempistica della contestazione (che nel concreto impedirà ad Amber di partecipare alla prossima assemblea di aprile, ndr) non si può non notare come la decisione assunta dal cda sia contraria al principio della democrazia azionaria proprio di una società quotata e rappresenti la dimostrazione del fatto che la banca non intende consentire agli azionisti – che pure hanno investito ingenti capitali – di poter partecipare alla vita sociale e di esercitare i diritti previsti dall’ordinamento”. Amber si riserva altresì di tutelare i propri interessi per vie legali ed è probabile che punterà a dimostrare che la tipologia dei fondi gestiti consente il superamento del limite dell’1 per cento.

 

Insomma, la prospettiva è quella che si apra un contenzioso legale senza precedenti tra una banca italiana e un suo investitore. Intanto, come spiega al Foglio il giurista Fausto Capelli, che in questi anni ha seguito il contenzioso istituzionale relativo alla riforma delle popolari del 2015 – che prevede la trasformazione delle banche cooperative in spa nel caso in cui superino 8 miliardi di attivo – l’avvocato generale della Corte di Giustizia europea dovrebbe rilasciare il suo parere essenzialmente su due punti: decidere se l’obbligo della trasformazione obbligatoria è legittima sulla base delle normative europee e se la banca trasformata possa ritardare il rimborso delle azioni dei soci che recedono. “L’Unione europea spinge le società cooperative a stipulare fra loro accordi di fusione, allo scopo di ingrandirsi, per competere meglio con realtà di tipo diverso, come le società per azioni. Applicando pertanto la legge italiana del 2015, si impediscono di fatto gli accordi di fusione”, asserisce Capelli. Si vedrà se la Corte – il cui parere, pur non essendo vincolante, è destinato ad avere un pesodeterminante - accetterà questa impostazione. E, comunque, alla seduta dell’11 febbraio seguiranno altri mesi di valutazione con la sentenza prevista non prima dell’estate.

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