Navigator senza dignità

Redazione

Piaghe rimosse. Di Maio assume più precari da aggiungere ai precari Anpal

Tra le tante osservazioni interessanti fatte martedì scorso da Maurizio Del Conte, presidente di Anpal, davanti ai senatori della commissione Lavoro, una s’è rivelata particolarmente utile a evidenziare l’incoerenza e l’approssimazione che caratterizza l’operato del governo gialloverde intorno al reddito di cittadinanza. “Gli operatori di Anpal attualmente operano con contratti non stabili”, si legge nella relazione di Del Conte. Contratti, cioè, “che non consentono l’esercizio stabile e continuativo” delle attività che questi operatori sono chiamati a fare.

 

Ebbene, alla luce di questa – peraltro già nota – verità, è doveroso chiedersi perché mai Luigi Di Maio si sia deciso a reclutare 6.000 nuovi navigator e offrire loro un co.co.co. per rinforzare l’organico diAnpal anziché “procedere – come chiede Del Conte – alla stabilizzazione dei contratti precari in contratti a tempo indeterminato”. D’altronde, era appunto uno dei dichiarati intenti del M5s quello di ridurre “la piaga del precariato”, e proprio a questo fine è stato scritto, in tutta fretta e con mille storture, il cosiddetto “decreto dignità”. Perché, allora, non cominciare proprio da Anpal, stabilizzando innanzitutto i 135 lavoratori con contratto a tempo determinato e i 506 con contratto di collaborazione?

 

Fin qui, dunque, l’incoerenza. Poi, come detto, c’è però anche l’approssimazione. Di Maio preferisce reperire 6.000 neolaureati, con nessuna competenza specifica in politiche attive e con una scarsa conoscenza delle diverse realtà territoriali delle varie regioni, anziché usufruire, innanzitutto, dell’esperienza e della preparazione di chi, di accompagnamento al lavoro, si occupa già da molto tempo, seppure senza la famigerata qualifica di “navigator”. Anche le regioni, del resto, sono state esplicite nel richiedere a Di Maio di essere coinvolte nelle procedure di selezione dei nuovi operatori dei centri per l’impiego: proprio perché temono di vedersi arrivare nei loro organici dei ragazzi che, prima ancora di potere formare nuovi potenziali lavoratori, andrebbero essi stessi formati per lavorare.