La card del reddito di cittadinanza (foto LaPresse)

Veneto e Toscana valutano il ricorso alla Consulta sul reddito di cittadinanza

Valerio Valentini

“Il pasticcio dei navigator è incostituzionale”, accusano Grieco (Pd) e Donazzan (Lega)

Roma. La premessa ci tengono entrambe a farla, ed è la stessa: “Qui nessuno vuole sabotare nulla, diciamolo subito”. Poi, sia Elena Donazzan sia Cristina Grieco confessano che sì, “gli estremi per un eventuale ricorso alla Consulta sul reddito di cittadinanza la stiamo valutando”. Veneta la prima, esponente di spicco della giunta leghista di Luca Zaia pur non essendo una iscritta al Carroccio, toscana la seconda, da sempre nel Pd, Donazzan e Grieco concordano nel riconoscere che, così com’è stato elaborato, il decreto partorito da Luigi Di Maio e dal suo consigliere Pasquale Tridico risulta essere di assai dubbia costituzionalità. E martedì prossimo, quando incontreranno il ministro dello Sviluppo nei suoi uffici di Via Veneto, glielo diranno in modo esplicito. 

 

 

“Qui nessuno – spiega la Donazzan, con veneto pragmatismo – ha voglia di accanirsi sui codici, di imbastire contorte discussioni in punto di diritto. Né tanto meno ci sogniamo di fare gli obiettori di coscienza: se una legge c’è, va rispettata”. E però? “Però sulle politiche attive, la Costituzione dice chiaramente che le regioni hanno competenza esclusiva”. Il decreto prevede invece che ad assumere i 6.000 navigator sia direttamente l’Anpal, per poi distribuirli sul territorio nazionale. “Un’assurdità – commenta la Donazzan – scritta da chi evidentemente non sa di cosa abbiamo bisogno. Di certo, quel che non ci serve è l’arrivo di frotte di neolaureati, assunti con un contratto precario in seguito a un test a crocette, che non abbiano alcuna conoscenza specifica della materia e nessuna conoscenza del territorio. Senza contare che poi gli oneri della stabilizzazione di queste persone, a distanza di due anni, ricadrebbero proprio sulle regioni, che però non hanno potuto mettere bocca nella fase di selezione”. Insomma, insiste la Donazzan, “se facessimo, come ora va di moda, un’analisi costi-benefici del decreto, sulla parte che riguarda questi famigerati navigator, non sono affatto sicura che darebbe esito positivo”.

 

E però l’obiezione di Di Maio sembra già di sentirla: lo vedete, dirà il ministro, sono le regioni che “remano contro”, che “si oppongono al cambiamento”. “Ma noi non andiamo affatto contro”, protesta la Grieco. “Noi, semmai, seguiamo proprio le indicazioni che il ministro ci diede. Fu lui, a metà ottobre, a chiederci di fornire suggerimenti e indicazioni, di collaborare. Noi uscimmo da quella riunione tutti soddisfatti: poi, il blackout”. L’incoerenza, dunque, sarebbe quella Di Maio? “Certo, anche perché lui ci ha sempre detto di essere contro il precariato. Ebbene, noi gli abbiamo proposto, oltre all’assunzione dei 4 mila operatori previsti dalla legge di Bilancio, di stabilizzare i 1.600 previsti dal piano di rafforzamento dei Centri per l’impiego firmato nel dicembre del 2017. Sarebbe bastato rendere strutturali i fondi allora stanziati in forma transitoria dal governo Gentiloni”. Poi cos’è successo? “Poi è successo che Di Maio ha smesso di comunicare con noi, e le novità sui navigator le abbiamo apprese direttamente dallo studio di Bruno Vespa”. Una mancanza di dialogo che non è solo indice di scortesia istituzionale. “No”, spiega la Grieco. “Qui veniamo infatti al secondo motivo di possibile illegittimità del decreto. Perché il mancato parere della Conferenza stato regioni, su una materia come quella di cui stiamo parlando, inficia la costituzionalità del decreto. Per cui, lo dico in modo chiaro, in Toscana questa roba qui non passa: ne è convinto anche il presidente Enrico Rossi”.

 

E Zaia, invece, che dice? Potrebbe davvero acconsentire a che una delle misure programmatiche del governo gialloverde venga ostacolata dalla sua giunta? “Noi, ripeto, abbiamo tutto l’interesse a migliorare il decreto, e a farlo funzionare: e martedì andremo a Roma a chiedere a Di Maio, appunto, di ascoltarci davvero e collaborare con noi. Sia chiaro: non c’è alcuna intenzione di fare ostruzionismo. Però le politiche attive si chiamano così perché non possono essere passive: se tutto si riduce all’erogazione di un sussidio per incassare qualche milione di voti alle europee, allora non ci stiamo. Ci teniamo il nostro assegno per il lavoro veneto che funziona già bene e non è farraginoso e cervellotico come il reddito di cittadinanza”.

 

Ma forse anche la fretta di assumere i 6 mila navigator, con una procedura che peraltro si presta evidentemente a essere poi bersagliata da una serie infinita di ricorsi, si spiega proprio alla luce della scadenza elettorale di fine maggio. “Il dubbio viene”, ammette la Grieco. “E’ senz’altro una soluzione semplice a un problema complesso. Ma in nome della fretta e della voglia di guadagnare consenso, si è creato un pasticcio incostituzionale. Correggerlo, dunque, è interesse di tutti”.

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