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Sorpresa! E’ tornata l’austerità, ma è quella peggiore possibile

Più tasse e meno crescita. La ricetta economica dei gialloverdi rischia di danneggiare i più deboli

13 Gennaio 2019 alle 06:00

Sorpresa! E’ tornata l’austerità, ma è quella peggiore possibile

Il ministro dell'Economia Giovanni Tria (Foto Imagoeconomica)

Sorpresa. È tornata l’austerità. A certificarlo è il ministro dell’Economia e delle Finanze Giovanni Tria nel documento “Aggiornamento del quadro macroeconomico e di finanza pubblica” disponibile sul sito del ministero. Per avere la conferma che nel biennio 2020-’21 il governo è intenzionato a infliggere al paese dosi massicce di austerità è sufficiente guardare l’andamento dell’avanzo primario strutturale, ossia della differenza – corretta per il ciclo economico – tra entrate e spese al netto di quella per interessi e delle misure una tantum. La variazione di questo indicatore rispetto all’anno precedente mostra il grado di austerità della politica fiscale: quando aumenta la politica fiscale è restrittiva, quando diminuisce è espansiva.

 

Nel caso italiano, l’avanzo primario strutturale cresce e passa dal 2,4 per cento dell’anno in corso al 3 del 2021 a riprova della stretta fiscale. Nessun cambiamento, quindi, almeno non con quanto fatto da Monti nel 2011-’12 (dopo, dell’austerità proprio non c’è stata traccia). Il governo ha deciso, inoltre, di far ricorso alla peggiore politica di austerità, ossia quella che aumenta (di molto) le tasse e non taglia (in maniera significativa) la spesa, in particolare quella corrente. Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha definito questo tipo di intervento “l’austerità cattiva” perché ha un impatto sulla crescita negativo rispetto a quello dell’austerità “buona”, che prevede meno tasse e una ricomposizione della spesa verso investimenti e infrastrutture, ed è sostenuta da un piano di riforme strutturali. Nello specifico, “l’austerità cattiva” dell’esecutivo gialloverde prevede – nel biennio 2020-’21 – un incremento dell’Iva pari a circa 53 miliardi di euro. L’Iva, come è noto, è un’imposta regressiva. Pertanto, un suo aumento andrebbe a penalizzare maggiormente la parte della popolazione più svantaggiata.

 

Per evitare questo risultato, le strade percorribili sono essenzialmente tre. La prima consiste nell’inasprimento di altre tasse, meno regressive dell’Iva, per un importo pari a 53 miliardi di euro. Difficile, tuttavia, immaginare che un governo che già aumenta la pressione fiscale per l’anno in corso di quasi mezzo punto percentuale (dal 41,9 per cento del 2018 al 42,3) possa intraprendere una simile strada. La seconda è quella di un taglio delle spese. Anche in questo caso, è difficile ipotizzare che un governo che implementa una riduzione delle spesa pressoché nulla (dal 48,1 per cento al 47,9) voglia attuare tagli per circa 3 punti percentuali di pil. Non resta, quindi, che la terza opzione, quella che consiste in 53 miliardi di euro di maggiore disavanzo.

 

La scelta di disinnescare le clausole di salvaguardia in disavanzo, del resto, è già stata fatta nella legge di Bilancio 2018, alla stregua di tutti i precedenti governi, da quello Berlusconi in poi che queste clausole le ha introdotte per primo (unica eccezione è il governo Letta che ha aumentato l’Iva). Non c’è, quindi, da stupirsi se la Commissione europea non includa le entrate attese dall’innalzamento dell’Iva nelle sue stime del disavanzo italiano: semplicemente, non le ritiene realistiche. Aumentare il disavanzo di oltre cinquanta miliardi di euro, però, significa andare ben al di sopra del limite del 3 per cento. Si aprirebbe, quindi, una procedura di infrazione con tutte le conseguenze che abbiamo già visto nell’autunno scorso: salita dello spread, tensione sui mercati, incremento della spesa per interessi.

 

Nel terzo trimestre 2018 (sul terzo trimestre 2019), questa spesa è già aumentata di circa 1,7 miliardi di euro: ciò significa 1,7 miliardi di minori risorse per la scuola, la sanità, le infrastrutture ecc. A conti fatti, al governo non resta che scegliere se tornare all’austerità di Monti oppure alla situazione di instabilità e di tensione dei mesi scorsi. In entrambi i casi, il costo da pagare in termini di minore crescita e maggiori disuguaglianze è significativo e in gran parte a carico dei più deboli. C’è allora da chiedersi se si poteva evitare tutto ciò. Probabilmente sì. Bastava mantenere le promesse fatte in campagna elettorale che prevedevano circa 70 miliardi di tagli agli sprechi e alle spese inutili. Nella legge di Bilancio appena approvata, però, queste coperture sono sparite.

Veronica De Romanis

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