Viva l'anti Landini

Marianna Rizzini

Chi è Vincenzo Colla, il riformista in gara con l’eroe dei talk-show per la successione a Susanna Camusso alla guida della Cgil

I piedi ben piantati in terra e lo sguardo globale: non stava descrivendo una creatura mitologica Vincenzo Colla, uno dei due uomini (l’altro è Maurizio Landini) che a inizio 2019 si troverà in campo per sostituire Susanna Camusso alla guida della Cgil. Stava descrivendo, Colla, il sindacato dei suoi sogni. E però quell’immagine dice molto di lui, emiliano solido dall’accento bersaniano (non soltanto nel senso della cadenza piacentina, ché Colla non ha mai nascosto la stima per i transfughi ex Pd in Leu, dove Pier Luigi Bersani era trasmigrato) nonché leader sindacale dal credo antipopulista e riformista (punti di riferimento ideali: Olof Palme, il premier svedese socialdemocratico assassinato nel 1986, Luciano Lama e Bruno Trentin).

 

Colla, infatti, sindacalista di carriera che a 14 anni lavorava come operaio saldatore, non è un animale da talk-show, ma i piedi per terra sembra tenerli ogni volta che, da qualche palco Cgil, ricorda in modo non elegiaco il valore delle radici (e lo ricorda al sindacato come alla sinistra a cui, nei mesi precedenti al voto di marzo, consigliava di costruire un “contenitore” e darsi un “sentimento” unificante per una gauche non radical-chic). Lo sguardo globale Colla lo punta sul mondo del lavoro: dice che l’innovazione va governata, che le grandi opere non vanno fermate perché creano occupazione, e che disintermediare è uno dei pericoli delle nostre democrazie (visione molto diversa da quella di Landini, che al governo gialloverde disintermediatore non ha opposto la faccia feroce, anzi).

 

Intanto Colla, a metà settembre, alle Giornate del Lavoro in quel di Lecce, e proprio in chiave antipopulista, è emerso dall’ombra parziale che lo vedeva conosciutissimo nel sindacato e sconosciuto fuori. Appariva infatti un suo post su Facebook in cui si criticava, con gran sbalordimento degli astanti, la scelta della dirigenza Cgil di invitare il ministro Paolo Savona a uno dei dibattiti serali: “Non nascondo”, scriveva Colla, “che mi ha fatto un certo effetto vedere ieri il ministro Paolo Savona sul palco delle Giornate del Lavoro che la Cgil sta tenendo a Lecce. Il suo piano B per l’uscita dell’Italia

Antipopulista, nemico della disintermediazione ma non nemico dell’innovazione, né demonizzatore delle grandi opere

dall’Europa è quanto di più distante dalle nostre posizioni e convinzioni. E’ soprattutto quanto di più distante da quello che serve al paese. Il dialogo è nella natura del sindacato e secondo me va ricercato sempre e con tutti. Lo stesso vale però anche per l’autonomia dalla politica. L’abbiamo avuta con il precedente governo, dobbiamo continuare ad averla anche con quello in carica”. (Risposta di Susanna Camusso, che un paio di settimane dopo, con la maggioranza della segreteria confederale, avrebbe indicato in Landini il suo successore: “Spero che la partita sul nuovo segretario non si giochi sui social o cavalcando l’onda delle tifoserie. La Cgil non è un luogo che si scala”). Fatto sta che dal momento in cui Camusso indicava Landini, già leader Fiom che una parte della sinistra-sinistra aveva un tempo sognato come leader in chiave anti Pd, non è stato più possibile tornare indietro. E dunque Colla, intervistato da Repubblica, commentava: “La scelta di Camusso rompe l’unità del sindacato, ma la battaglia non è finita… non devo ritirarmi a nulla né candidarmi a qualcosa. Spetta all’assemblea generale scegliere il prossimo segretario generale”.

 

Europeista (ha criticato la scelta di invitare Paolo Savona alla festa Cgil) e bersaniano (non soltanto per la parlata piacentina)

Sullo sfondo c’è lo slittamento interno degli iscritti e dei dirigenti Cgil, in parte sedotti dal grillismo. Ma quando, sul Corriere della Sera, Dario Di Vico, intervistandolo, notava che “mentre in Cgil aumenta il numero dei dirigenti che guardano ai Cinque stelle lei viene descritto come filo Pd”, Colla (che è stato sempre molto vicino all’ex governatore emiliano Vasco Errani, e che in Emilia si è scontrato con il governatore attuale dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini) rispondeva che lui nella sua regione aveva condotto “un lungo testa a testa con il Pd” e che Matteo Renzi, a suo avviso, aveva costretto il sindacato “a un conflitto giocato solo a valle delle sue decisioni” e che era “geloso dell’autonomia della Cgil”, non amando “il populismo e i leader piazzisti sempre alla ricerca di un nemico”. E se il suo antagonista è indicato come possibile futuro leader “movimentista”, Colla è considerato l’uomo che punta all’unità d’azione con la Cisl e la Uil: coltivando un rapporto unitario con gli altri sindacati, ha infatti lavorato all’accordo con il Mise su “Impresa 4.0”, documento che traccia la programmazione di sviluppo industriale e manifatturiero del paese e il ruolo contrattuale per la formazione dei lavoratori (sempre con il Mise, Colla ha portato il sindacato alla firma del protocollo su “Connettere Italia”, per opere strategiche per infrastrutture, logistica e porti).

 

“Redistribuire il lavoro”è il suo mantra. Nuotare la sua valvola di sfogo. E la manovra gialloverde è il “cammino del gambero”

Ma è quando Colla parla di irrinunciabilità dei corpi intermedi (“io voglio bene alla politica”, diceva circa un anno fa a una platea sindacale interna), di necessità di “una nuova mediazione tra capitale e lavoro”, con occhio “alla sinistra che ancora c’è in Europa” e si mostra antipopulista fino in fondo” (“molto meglio una politica conservatrice moderata di quello che si sta affacciando oggi in Europa”) che il suo programma possibile si delinea. Il resto è la storia a ritroso dell’ex saldatore, figlio di madre operaia e padre muratore, entrambi berlingueriani. A ridosso del 1980 Vincenzo detto Enzo muove i primi passi da delegato sindacale, un momento importante del suo romanzo di formazione, in cui si trova, da operaio, a difendere gli operai come lui. Intanto legge, è curioso, pensa che il lavoro faccia progredire l’uomo a livello intellettuale oltre che sociale. Ascolta molto, in fabbrica, ed è in quegli anni che sviluppa, dice chi lo conosce, il “parossismo del confronto”: a Colla piace discutere con l’avversario, un avversario da conoscere per poterlo contrastare nei suoi errori. Poi viene la lunga trafila interna, fino alla carica di segretario provinciale Fiom e, successivamente, di segretario generale della Camera del Lavoro di Piacenza: quella che lui considera l’esperienza più formativa della sua vita, proprio per via del continuo sguardo su categorie diverse di lavoratori, sulla “globalità dell’azienda” (tutte le aziende) e sulle filiere. E oggi, quando si chieda a Colla se l’attitudine parossistica al confronto non possa portare a un annacquamento del conflitto, il segretario confederale risponde che “l’arma primaria” è sempre il confronto, senza per questo rinunciare al conflitto ove necessario (al Corriere della Sera, a proposito di pericolo “sindacato cerebrale che rinuncia al conflitto e perde il contatto con la base”, Colla ha risposto: “… il conflitto lo organizziamo per redistribuire i frutti dell’innovazione, il lavoro povero lo difendo se so leggere dove si crea la produttività. Non accetto di spezzare in due la filiera. Da una parte la fabbrica ricca e intelligente e dall’altra un sistema degli appalti da far west. La contrattazione che auspico è capace di tenere tutto assieme, il salario-produttività in fabbrica per gli operai del 4.0 e i diritti dei facchini della logistica”).

 

Dalla Cgil piacentina, di cui era diventato segretario nel 1996, Colla arriva alla segreteria della Cgil Emilia-Romagna, e poi alla segreteria generale regionale, fino ad essere eletto, nel 2016, nella segreteria nazionale Cgil, tenendo alta la bandiera del “patto tra generazioni”, del pluralismo interno e del rifiuto del leaderismo spettacolarizzato (di Landini parla di uno che ha iniziato a lavorare da ragazzino come lui, e però ha “idee differenti”. E la sua idea è che comunque il segretario sarà “segretario di tutti”, chiunque venga eletto). Delle sue abitudini emiliane, vivendo a metà tra Roma e Bologna, Colla, sposato due volte, un figlio studente, conserva la passione per il nuoto, le passeggiate, il jazz e il cinema francese. Legge romanzi classici e moderni, saggi di economisti (Thomas Piketty come Mariana Mazzucato come Jeremy Rifkin), non fuma e nutre sempiterna stima retrospettiva per Franklin Delano Roosevelt, il presidente americano del New Deal, argomento su cui torna spesso quando si affronti il tema “uscita dalla crisi economica”. L’altro cavallo di battaglia dei suoi discorsi è quel “governare l’innovazione” (e redistribuire il lavoro). Ma non soltanto di teorie di lungo respiro si tratta. Ci sono giorni in cui nessuna nuotata rilassante può offuscare l’urgenza di intervenire qui e ora.

 

Gli esordi come saldatore e poi come delegato in fabbrica. La gavetta sindacale, le letture, la curiosità per “il nemico”

Tanto che venerdì scorso il segretario confederale ha diramato una nota di critica non mascherata alla manovra gialloverde: “Siamo di fronte al cammino del gambero, altro che manovra del popolo”, è l’idea. Secondo Colla, infatti, l’impostazione della manovra “ci riporta ancora più indietro”: “Non ci sono soltanto tagli e diminuzioni finanziarie verso la formula che chiamiamo ‘impresa 4.0’. In più, a giudizio unanime delle parti sociali e di tutti gli operatori economici i meccanismi di incentivazione di bonus, di iper ammortamento, super ammortamento, credito di imposta alla formazione, hanno consentito di realizzare una crescita di fatturato e di ordinativi per migliaia di aziende soprattutto piccole e medie che senza questi interventi non sarebbero mai riuscite a far investimenti di trasformazione tecnologica e a mettersi così in pari con i nostri competitori europei”.

 

E’ preoccupato, Colla, sia “per le prevedibili ricadute negative sul piano occupazionale, della produzione industriale e dei servizi” sia perché dietro a tutto questo c’è “una totale mancanza di visione, l’assenza grave di qualunque strategia di sviluppo. Basti pensare all’oscuramento di tutto ciò che va sotto il nome di ‘agenda digitale’… la trasformazione digitale del sistema produttivo e più in generale di tutto il sistema dei trasporti, della logistica e dei servizi non riguarda solo l’uso delle tecnologie, ma attiene ad una visione d’insieme del cambiamento in atto e dice di quali strade percorrere per evitare di rimanere schiacciati dal ‘vecchio’, mentre il mondo si muove a velocità inedita verso il nuovo millennio digitale”. Si torna alla sua idea del “governare l’innovazione”: bisogna insistere, dice Colla, sulla necessità di investimenti in ricerca e conoscenza in modo da “formare migliaia di lavoratori alle abilità e competenza dell’era digitale, evitando il rischio di alimentare la bolla di lavoro povero. Sapere e conoscenza sono il più grande investimento pubblico per la trasformazione digitale della nostra economia e non possiamo lasciare che giovani qualificati emigrino in altri paesi che poi competono con noi”. Contro il pessimismo del mugugno populista, il sindacalista riformista pensa “che l’Italia abbia di fronte “grandi opportunità di crescita che potrebbero creare nei prossimi anni migliaia di posti di lavoro con impatto positivo sul pil”, e che le innovazioni necessitino “di un governo democratico tramite nuove relazioni industriali e nuova contrattazione, cioè di un vero piano del lavoro di cittadinanza”. E alla fine sembra comunque e sempre una questione di “piedi piantati per terra” e “sguardo globale”.

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.