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Il “sandinista” Landini alla testa della Cgil sarebbe un bel problema per il Pd

L'ex capo della Fiom ha apprezzato alcuni provvedimenti del governo. Adesso cosa farà lo sfidante moderato Vincenzo Colla?

9 Ottobre 2018 alle 18:34

Il “sandinista” Landini alla testa della Cgil sarebbe un bel problema per il Pd

Il segretario generale della Cgil Susanna Camusso e l'ex capo della Fiom Maurizio Landini (Foto Imagoeconomica)

Con 7 voti favorevoli su 9 la segreteria confederale della Cgil ha condiviso la proposta di Susanna Camusso, la quale (è candidata alla direzione della Cisl internazionale) ha indicato come suo successore, al prossimo Congresso, Maurizio Landini. Non sappiamo se l’altro pretendente, Vincenzo Colla, deciderà di scendere in campo e di appellarsi all’insieme del gruppo dirigente della “Grande Madre’’. Landini non è più il descamisado che dirigeva i metalmeccanici. Negli ultimi anni ha dimostrato di avere il cinismo necessario per capire che Parigi val bene una messa. Così, prima di passare al vertice confederale, ha accettato di stipulare – in modo unitario – un rinnovo contrattuale che in altre occasioni avrebbe respinto con sdegno.

 

E, ciò che più significativo, è riuscito a farlo approvare – a dimostrazione di una capacità di leadership che rasenta il fideismo – da una grande maggioranza di quei lavoratori che lo seguivano – nei secoli fedeli – quando li chiamava a scioperare contro i mulini a vento. In una società dell’immagine, Landini è una delle personalità più note del sindacalismo nostrano, diversamente dal riformista Colla che è conosciuto solo all’interno dell’organizzazione dove ha ricoperto incarichi di notevole importanza. Se ce la farà a occupare il posto che fu di Giuseppe Di Vittorio, Luciano Lama e di Bruno Trentin, Landini sarà il primo “sandinista’’ (così vengono definiti i seguaci di Claudio Sabattini) a essere entrato non solo nella segreteria confederale, ma a divenirne il segretario generale.

 

Le cronache di scenario raccontano che Maurizio Landini (questo sarebbe il patto stretto con Susanna Camusso) resterebbe in quel ruolo solo per i quattro anni (corrispondenti a una stagione congressuale) che lo separano dalla pensione (evidentemente anche lui confida in quota 100). Poi sarebbe sostituito da una dirigente in ascesa, ma considerata per ora troppo giovane per compiere il grande salto. La segreteria di Landini avrebbe un chiaro indirizzo politico non solo per la Cgil, ma per l’intera sinistra. Diversamente da Vincenzo Colla – acerrimo avversario del sovranpopulismo dilagante anche tra i ranghi della Confederazione (il 30 per cento degli iscritti il 4 marzo ha votato per il M5s e il 10 per cento ha scelto la Lega) – Landini non ha mai preso una posizione netta nei confronti del governo e della maggioranza gialloverde.

 

Anzi, si è concesso più volte apprezzamenti – che alla prova dei fatti avrebbe fatto bene a risparmiarsi – sui provvedimenti adottati (si veda il decreto dignità) e sulle promesse propalate senza ritegno dai fratelli De Rege, vicepresidenti del Consiglio. Ecco perché, se questa fosse l’orientamento che la Cgil assumerà nei prossimi mesi, c’è da temere che anche il Congresso del Pd (ammesso e non concesso che si tenga) ne risentirà. Del resto, come potrebbe essere altrimenti? La confederazione di Corso Italia è l’ultima casamatta da cui la sinistra potrebbe ancora sparare qualche colpo. Ma, per come si sono messe le cose, sembra prevalere il principio (deleterio) che è meglio stare con i lavoratori anche quando sbagliano.

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