L'illustre sconosciuto

Agazio Loiero

Alla guida del Pd serve una figura terza che non porti in dote al partito tutte le fratture del passato

Al direttore - Dopo l’inaspettata partecipazione dei militanti – la parola di questi tempi, convengo, è un po’ ardita – del Pd alla manifestazione di Roma e in attesa di “Piazza Grande” di Zingaretti e a seguire della Leopolda di Renzi, il Pd sembra pullulare di candidati segretari. Negli ultimi tre giorni ne sono nati cinque o sei. Sembra una ricchezza, ma con questi chiari di luna si tratta di una ricchezza solo apparente. Il motivo è semplice. Se c’è un’esigenza oggi da esibire da parte del Pd è l’unità per tentare resistere in questa stagione difficile all’onda d’urto dei sovranisti. Il recupero degli elettori fuggiti via il 4 marzo sembra oggi realisticamente impossibile. Quelli, più ideologici, evidentemente i più delusi, non torneranno in tempi brevi. La dialettica democratica di un partito, pur indispensabile in presenza di tante candidature, è una risorsa in tempi ordinari, diventa un limite in un periodo di crisi perché destinata ad accentuare la lacerazione interna, perpetuando un tratto distintivo dell’intero centrosinistra. L’ultima scissione – si fa per dire – è quella tra Rifondazione comunista e Potere al popolo su una motivazione che contiene un che di surreale: allearsi o meno con De Magistris. Ma va.

   

La ritrovata presenza di molti militanti dei territori che sono arrivati fino a Roma lo scorso 30 settembre e soprattutto il loro grido echeggiato in quella piazza “unità, unità” sono dunque i punti di forza da cui il partito del Nazareno dovrebbe ripartire. Non nego che anche nei vari territori esistano zuffe e feudi insopportabili ma qui resiste anche uno spirito di lotta e una voglia di rinascita che a Roma, tra schermaglie di potere e esasperati tatticismi, appaiono smarriti. Non aveva dunque torto quella minoranza che, nel costruire nel 2007 il Pd, lo immaginava un partito in grado non solo di mantenere nel territorio larghe fasce di potere decisionale, ma anche come il luogo dove, forse per la maggiore vicinanza dell’avversario politico, si conserva meno contaminata la passione politica. Una risorsa di sopravvivenza utile nei momenti bui come questo perché aiuta la ripartenza. Una ripartenza in grado di allargare il campo delle alleanze, che resta la funzione prevalente di un partito guida. Con tutti i limiti storici che tale impresa comporta. L’alleanza larga del 2006 che vinse, sia pure d’un soffio, le elezioni politiche e che mise a dura prova il governo Prodi, più che un fallimento fu un disastro. Ma quelli erano tempi di vacche grasse.

 

L’attuale stagione politica appare del tutto diversa e carica come non mai di insidie. Le elezioni europee e regionali della prossima primavera saranno decisive per la vita dell’intero centrosinistra. A livello nazionale e europeo. I due partiti di governo puntano tutte le proprie fiches su questo appuntamento. Lo si arguisce dalla finanziaria tutta elettorale che hanno preparato e dalle dichiarazioni di fuoco che i due vicepremier fanno ogni giorno. A quelle elezioni il Pd e l’intero centrosinistra dovrebbero con un bagno di realismo riuscire a mantenere almeno il consenso dello scorso marzo, attingendo agli homines novi dei territori, affidandosi per il futuro all’estrema volubilità del voto di questa stagione politica. A tale fine dovrebbero risultare di grande aiuto la manifestazione di Roma, ma anche quell’incontro sui valori di tanti frammenti di sinistra e di cattolici, avvenuto nello stesso giorno a Milano o quella, non dissimile, tenutasi qualche giorno fa a Riace per offrire una testimonianza di solidarietà a Mimmo Lucano, il sindaco, avversato maldestramente da Salvini, che ha costruito in uno sperduto paesino della Locride l’utopia dell’accoglienza. E’ a questi bacini territoriali e a questo sistema di valori che bisogna guardare per scegliere la guida del Pd. Magari uno sconosciuto che non porti in dote al partito tutte le fratture del passato.