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La livella non è la soluzione

Perché dire che “la globalizzazione ha fallito e le diseguaglianze ne sono la prova” porta a non capire che l’equità si raggiunge puntando sulla crescita economica

16 Settembre 2018 alle 06:00

La livella non è la soluzione

Il manifesto del film “Essere John Malkovich" scritto da Charlie Kaufman e diretto da Spike Jonze

Come ha già spiegato magistralmente Carlo Stagnaro sul Foglio, la tesi, diffusa quanto infondata, che “la globalizzazione ha fallito e le diseguaglianze ne sono la prova” continua a guidare il senso comune, spingendo verso azioni livellatrici inutili e spesso dannose. Una particolare prospettiva nell’analisi dei caratteri della diseguaglianza è quella scelta da Guido Baglioni, autore di un agile saggio su “La diseguaglianza e il suo futuro nei paesi ricchi” edito dal Mulino (208 pagine, 21,50 euro).

 

Chi ha conosciuto la povertà largamente maggioritaria dell’Italia prebellica non si fa sconvolgere dalle statistiche sulla povertà relativa

Baglioni, da buon sociologo con una lunga esperienza di guida culturale del movimento sindacale cattolico, non si ferma alla descrizione econometrica della diseguaglianza, ne indaga i caratteri sociali e osserva che oltre che alla diseguaglianza economica, che attiene al reddito e al patrimonio, “bisogna parlare di altre diseguaglianze, quelle economico-sociali che comprendono gli stili di vita, la durata dell’esistenza, la libertà politica, la salute e l’istruzione, i consumi e il tempo libero”. Dall’osservazione di questi aspetti deduce che “queste diseguaglianze appaiono più tenui rispetto alla diseguaglianza economica, pensiamo ad esempio al sistema sanitario nazionale o alla diffusione di beni durevoli (dall’automobile al computer)”.

 

Guardando al futuro, Baglioni vede come esigenza prioritaria e più sentita anche dai gruppi sociali meno privilegiati, non l’eguaglianza ma la crescita economica: “Questa è la priorità che sembra meglio corrispondere alle aspettative dei gruppi sociali intermedi e di quelli svantaggiati, che temono l’insicurezza, hanno aspettative molto ampie nei confronti dell’azione politica, chiedono più posti di lavoro e buoni servizi piuttosto che colpire le minoranze privilegiate. Tutto ciò non sarà in grado di ridurre la diseguaglianza economica, ma può offrire risorse preziose per una maggiore equità”.

 

E’ proprio questa distinzione tra eguaglianza ed equità che va segnalata e approfondita, una distinzione che a ben vedere affonda le sue radici nella storia dell’evoluzione economica recente, di cui Baglioni, nato nella Lombardia rurale della povertà (quella dell’Albero degli zoccoli dell’indimenticabile Ermanno Olmi) e che ha poi accompagnato da lavoratore, da sindacalista e da studioso la trasformazione industriale e ora quella terziaria, è un testimone particolarmente attento e sensibile. Di questa sensibilità umana, di questo “vissuto” si trovano tracce anche in questo saggio, lo arricchiscono senza attenuare il rigore delle analisi.

Chi ha conosciuto la povertà largamente maggioritaria dell’Italia prebellica non si fa sconvolgere dalle statistiche sulla povertà relativa attuale e ne sa distinguere i caratteri specifici, il che peraltro è necessario per avviare politiche realistiche contro la povertà invece che limitarsi alla sua denuncia e alla deprecazione, magari esasperata.

 

L’egualitarismo rivoluzionario di Rousseau riconosceva l’origine della diseguaglianza nella differenziazione delle funzioni umane

Le critiche alle impostazioni egualitaristiche (rilanciate da Joseph E. Stiglitz e, in forma diversa da Thomas Piketty) che concentrandosi solo sull’analisi dei ricchissimi e dei poverissimi, che giustifica la formula dei ricchi sempre più ricchi e dei poveri sempre più poveri, trascurano il mutamento delle condizioni della stragrande maggioranza delle popolazioni dei paesi “ricchi” e dei fenomeni di accrescimento dell’equità in questa fascia sono il punto centrale dell’analisi di Baglioni. Senza stare qui a ripercorrerne i ragionamenti vale forse la pena di ripercorrere proprio su questo versante della differenza apparentemente sottile tra eguaglianza e equità, ovviamente in modo sommario e puramente suggestivo la storia (millenaria) delle utopie egualitarie nel pensiero occidentale.

 

Nella Politica, Aristotele enunciava il principio dell’eguaglianza con una formula apparentemente semplice: “Venire trattati equamente e identicamente nel numero e volume delle cose che si ricevono”. Poi però nell’Etica nicomachea specifica, e in un certo senso contraddice, la sua affermazione sostenendo che una regola non è equa “quando gli eguali hanno parti diseguali o i non eguali hanno parti eguali”. Su questa contraddizione si sviluppò poi la costruzione tomistica, che doveva anch’essa dar conto del contrasto tra l’egualitarismo originario particolarmente accentuato nelle pagine della Bibbia dedicate ai profeti e poi riprese da varie correnti cristiane, comprese le eresie catare e, in forma assai diversa, le esperienze monastiche, da quelle di Benedetto da Norcia a quella di Francesco d’Assisi.

 

Per decenni l’emancipazione del lavoro è stata vista solo nell’ambito dell’applicazione di misure livellatrici

La sintesi tomista, com’è noto, propende per l’ordine sociale garantito da una gerarchia, ed è stato il modello fondamentale delle ideologie sociali che vennero poi etichettate dai rivoluzionari come ancien régime. L’egualitarismo rivoluzionario ebbe il suo campione in Jean Jacques Rousseau, che riconosceva l’origine della diseguaglianza nella differenziazione delle funzioni umane, che peraltro è la base di ogni evoluzione sociale, che produce complessità. Per Rousseau la diseguaglianza e cioè l’ingiustizia ha origine nel momento in cui un uomo si appropria di un appezzamento di terreno e lo coltiva a proprio vantaggio. C’è un evidente collegamento tra questa condanna della proprietà della terra e gli anatemi dei profeti della tradizione ebraica, che in sostanza (dal punto di vista sociale, se è lecito applicare loro queste categorie) consideravano il passaggio dalla prevalenza della pastorizia a quella dell’agricoltura una forma di degradazione della società patriarcale.

Rousseau a un certo punto si rende conto della impossibilità di un ritorno alla proprietà indifferenziata della terra e propone una formula nuova per l’egualitarismo, che lo proietta nella imminente società manifatturiera: nel Contrat social scrive che “per eguaglianza dovremmo intendere non già che il grado di potere e di ricchezza sia assolutamente identico per tutti, ma che […] nessun cittadino sia ricco abbastanza per comprare un altro, e che nessuno sia talmente povero da essere costretto a vendere se stesso”.

 

Così la battaglia per l’eguaglianza si salda a quella per l’abolizione della schiavitù, che nelle forme moderne si era riaffermata come sistema di produzione dell’agricoltura estensiva nelle colonie, soprattutto ma non solo americane.

Nella fase industriale lo sfruttamento viene sostanzialmente identificato con le diseguaglianze di reddito e di patrimonio. Baglioni racconta come tra gli operai della val Trompia ancora negli anni Cinquanta e Sessanta i lavoratori dipendenti vedevano una possibilità di miglioramento delle loro condizioni solo come effetto di una sottrazione di reddito al padrone. Per molti decenni, sostanzialmente durante tutta la fase di crescita dell’industria, l’emancipazione del lavoro è stata vista solo nell’ambito dell’applicazione di misure livellatrici. Questa è l’esperienza concreta delle lotte sociali condotte dalle leghe socialiste e poi da quelle di ispirazione cristiana.

 

L’egualitarismo livellatore, di moda negli studi econometrici, non regge a un esame che ne indaghi le conseguenze sociali

Solo la corrente marxista si distinse da questa visione, che considerava romantica e antistorica: Karl Marx considerava l’accumulazione come indispensabile per l’evoluzione economica, quindi riconosceva che le diseguaglianze che ne derivano sono connaturate a un sistema economico complesso. Anche nel socialismo vagheggiato Marx ed Engels si aspettano che abbiano fine le diseguaglianze economiche e politiche derivanti dalla proprietà privata dei mezzi di produzione. “Il diritto dei produttori è proporzionale al lavoro da essi fornito; l’eguaglianza consiste nel fatto che la misurazione è fatta con un equo denominatore, il lavoro”. Si è poi visto come, nella realizzazione pratica, le società in cui era stata abolita la proprietà privata finirono con l’instaurare sistemi gerarchici basati sul potere politico del partito unico dal quale derivano diseguaglianze diverse da quelle capitalistiche ma, in molti casi più simili a quelle di casta dominanti nella società precapitalistica. D’altra parte Marx considerava i principi della Rivoluzione francese puramente chimerici e ideali, in una lettera a Engels aveva spiegato che “utilizzando il termine ‘mitologia moderna’ intendo riferirmi alle dee della Giustizia, Libertà e Eguaglianza”.

 

E’ anche l’esperienza concreta dei sistemi egualitari ad aver distolto i ceti popolari dalla richiesta di abolizione delle diseguaglianze, a vantaggio di una rivendicazione di accesso universale a benefici quali la sanità, l’istruzione, la previdenza e l’assistenza. Di questo cambiamento di orizzonte sono stati protagonisti anche i sindacati moderati, che pur partendo spesso da posizioni minoritarie, hanno influenzato in modo egemonico il sistema della contrattazione in Occidente. Non contestando il sistema capitalistico in quanto tale, queste forze sociali hanno puntato all’equità riconoscendo il valore dell’accumulazione.

 

A conclusione del suo saggio Baglioni chiarisce bene questo aspetto: “anche la società e lo stato sono interessati a disporre di imprese che fanno profitti sostanziosi e imprenditori con redditi elevati. Tutto ciò è correlato al fatto che la società e lo stato hanno bisogno di imprese e di servizi che funzionino bene, che siano efficienti, che investano e esportino. In questi processi, entrano ovviamente anche la remunerazione dell’imprenditore, la sua quota di profitto e il costo del capitale altrui utilizzato […] L’economia di un importante e avanzato paese non può funzionare all’interno del capitalismo globale senza un bel numero di grandi imprese o gruppi. L’insieme delle piccole imprese – che comprende nicchie ed eccellenze notevoli e uno stuolo di imprese inadeguate – rispecchia la situazione dei paesi deboli o in ritardo, come l’Italia”.

 

L’egualitarismo livellatore, che è di moda negli studi econometrici di avanguardia, non regge a un esame che ne indaghi le eventuali conseguenze sociali e non rappresenta neppure un obiettivo sentito dalla maggior parte dei ceti non privilegiati. Però l’ideale dell’eguaglianza resta un motore della storia e del pensiero umano, che ha attraversato per secoli senza mai sfuggire però alla sua intima contraddizione, che quando è stata esplorata con intelligenza si è rivelata foriera di nuove ricerche e nuove soluzioni.

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Commenti all'articolo

  • manfredik

    16 Settembre 2018 - 22:10

    L'egualitarismo livellatore non convince. Ma resta da spiegare perchè, negli USA, che sono sicuramente molto diversi dall'Italia descritta da Stagnaro, la percezione di una maggioranza dell'elettorato è che questa globalizzazione abbia creato più perdenti che vincenti, almeno in certe parti del Paese. In democrazia, se la maggioranza percepisce di avere più incentivi a far saltare il sistema che a conservarlo sono guai. E questo sembra essere il sentimento condiviso alla base dell'avanzata delle forze "populiste" e "sovraniste". Abbiamo un bel raccontargli che la "chiusura" non serve. Le persone reali, non i "semidei", vedono che i banchieri, boss di Lehmann Broth. incluso, sono caduti in piedi, e loro invece hanno perso il lavoro. L'attitudine culturale alla competizione e alla meritocrazia è più facile da invocare che da praticare, in Italia come negli USA.

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