La donna del futuro. Marta Cartabia è la nuova presidente della Consulta

Marianna Rizzini

Altro che personalità neutra. Cattolica che piace ai laici, occhiali tondi e family first, è la prof-giudice dei prossimi sogni istituzionali

[Aggiornamento dell'11 dicembre 2019] Marta Cartabia, 56 anni, è stata eletta all'unanimità presidente della Corte Costituzionale. È la prima donna, nonché la più giovane, a essere scelta per guidare la Consulta. “La neopresidente finlandese ha detto che età e sesso non contano più. Spero presto di poter dire lo stesso in Italia”, ha detto Cartabia incontrando i giornalisti dopo la sua nomina.


 

Tre indizi fanno una prova, e tutte le prove, non da oggi, portano verso una quasi-certezza: Marta Cartabia, vicepresidente della Consulta, della stessa Consulta diventerà presidente in un futuro non lontano. Ma Marta Cartabia è anche colei il cui nome era stato fatto, e non da una parte politica soltanto, per cariche molto più esposte mediaticamente: per la precisione per la carica di presidente del Consiglio, durante la crisi del governo gialloverde, l’estate scorsa, e per quella di presidente della Repubblica nel non lontano 2015, quando Cartabia, sconosciuta ai più, era però già stimata dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e da forze trasversali (da Matteo Renzi a Silvio Berlusconi, già contraenti del patto del Nazareno), al punto da comparire nelle liste dei possibili nuovi inquilini del Quirinale. E certo le cose sono andate diversamente, per lei, sia nel 2019 sia nel 2015, ma Cartabia è rimasta, per il momento sottotraccia, nella rosa di coloro che possono essere considerati a tutti gli effetti “riserve della Repubblica” (nel suo caso, anche senza aver ricoperto ruoli politici di primo piano).

 

Che cosa rende Cartabia personalità “ricorrente” quando serve un profilo istituzionale, autorevole e indipendente?

Ed ecco infatti che, in questi giorni, il suo nome riaffiora nei conciliaboli di chi pensa che dai vertici della Consulta si possa arrivare ovunque, tanto più che Cartabia è diventata giudice costituzionale (per volere di Napolitano) a un’età in cui difficilmente si arriva a quel ruolo, e cioè a quarantotto anni, nel settembre 2011, quando tutto quello che poi è successo doveva ancora politicamente succedere, dal governo Monti in su e in giù, per non dire dell’ascesa grillina e leghista. E ci si domanda ora che cosa, nel curriculum, negli studi e nei modi della professoressa Cartabia – esperta costituzionalista con specializzazione estera in Francia e Stati Uniti – faccia sì che la stessa sia considerata papabile per poltrone che altri politici da tempo sognano e vedono come miraggio lontanissimo, senza tuttavia mai avvicinarsi alla mèta. Che cosa rende Cartabia personalità “ricorrente” quando si tratti di tirare fuori dal cassetto delle ipotesi il profilo istituzionale ma non del tutto tecnico, e il profilo autorevole ma pur sempre indipendente?

 

Intanto, c’è che Cartabia, laureatasi in Diritto costituzionale europeo, è quanto di più lontano dal sovranismo si possa immaginare. E c’è che Cartabia, cattolica con lunga vicinanza a Comunione e Liberazione, si è conquistata un certo credito anche presso i laici, inizialmente dubbiosi: come si comporterà alla Consulta, si domandavano, se si dovrà esprimere su temi sensibili (vedi per esempio il suicidio assistito)? Fatto sta che, in questi anni, da Marta Cartabia non sono arrivate parole che potessero far pensare a una dissociazione dal mainstream sui diritti. Intanto a inizio settembre, intervistata da Radio Radicale a margine della proiezione alla Mostra del Cinema di Venezia di “Viaggio in Italia, la Corte Costituzionale nelle carceri” di Fabio Cavalli, Cartabia si è mostrata talmente preoccupata per la sorte dei detenuti da ottenere il plauso sia dei cattolici sia della sinistra-sinistra. “Da questa esperienza siamo usciti cambiati”, diceva, convinta che non si potessero e non si possano scrivere sentenze senza “avere negli occhi quegli occhi”, gli occhi cioè di chi si trova dietro le sbarre, e che garantire i diritti fondamentali dei detenuti ha molto a che fare con il “nation building”, la costruzione di un ordinamento statale democratico. Ma di carceri parlava anche a Rimini, al meeting annuale di Cl, presentando il suddetto documentario (e poi ascoltando anche il rabbino americano Joseph Weiler). Si aggiunga che Cartabia, varesina, ha tre figli e ha sempre dichiarato di essere e di sentirsi prima di tutto una madre, oltre che una paladina del primato della legge sopra ogni cosa, partiti politici compresi.

 

Dice che non si possono scrivere sentenze senza “avere negli occhi quegli occhi”, cioè gli occhi di chi si trova dietro le sbarre

Divisiva lo è stata, suo malgrado, e forse a sua insaputa, proprio nel 2015, quando, attorno all’elezione del presidente della Repubblica, si ridisegnò la carta di equilibri non del tutto equilibrati – e quando soltanto mostrare comunanza di vedute sull’eventuale “candidata che non ti aspetti” poteva avere potere taumaturgico, visto anche che Cartabia era personalità gradita all’allora presidente Napolitano. Così come sembrava avere potere taumaturgico, nell’estate tumultuosa del 2019, in senso calmante rispetto ai toni esacerbati, il semplice fatto di pensare alla “possibile prima presidente del Consiglio donna”. Sempre lei, Marta Cartabia, personalità gradita quindi non solo al presidente emerito ma anche al presidente in carica Sergio Mattarella, per via del suo profilo di giudice costituzionale. Ed è questo il motivo per cui pochi, nei Palazzi, si erano stupiti nell’udire che, nel bel mezzo dell’agosto di passione, la professoressa e giudice era stata pre-allertata sugli eventuali futuri sviluppi della crisi politica proprio mentre partecipava agli appuntamenti istituzionali per il primo anniversario del crollo del ponte Morandi. Non soltanto di Mario Draghi come ipotetico premier post-Conte dunque si parlava, allora, ma anche di lei, personalità che poteva ben essere candidata a premier di un governo “del presidente”, governo post-salviniano, visto che era da più parti considerata come uno dei giudici costituzionali meno favorevole all’idea di introduzione della figura dei “superprefetti” nel decreto sicurezza bis, che del salvinismo uscente era in qualche modo il simbolo. Questo particolare, oltre all’attitudine che un conoscente di Marta Cartabia chiama “capacità di tessere relazione trasversali pur senza parteggiare per questo e per quello, aveva reso improvvisamente non così astratta l’ipotesi di un Palazzo Chigi governato non da un politico, non da un uomo, ma da una figura abbastanza “terza” e abbastanza dietro le quinte da non poter essere presa a pretesto da nessuno per un (ennesimo?) rovesciamento del tavolo.

 

Lungi dall’essere personalità neutra, Cartabia aveva appunto più volte espresso e mai nascosto la vicinanza a un mondo cattolico non nuovo a esperienze governative. Ma in quel mese di delirio politico estivo la professoressa-giudice, in vacanza con la famiglia e nei pressi della natìa San Giorgio a Legnano, si aggirava con tutta l’aria di chi vuole schermirsi: tutte illazioni, diceva, dietro agli occhiali tondi con montatura quasi trasparente, suo feticcio assieme ai foulard senza i quali “quasi mai compare in pubblico da quando era semplice assistente alla Corte Costituzionale”, dice un conoscitore di mondi istituzionali. Lo stesso che è convinto che Marta Cartabia, negli anni Novanta, “fosse praticamente già formata per diventare la Marta Cartabia dei giorni nostri”. Già allora, infatti, pare che Cartabia si sentisse consapevole di poter essere in qualche modo pioniera lungo il percorso di sfondamento del soffitto di cristallo in magistratura: “Bisogna avere pazienza”, aveva detto un giorno in un’intervista comparsa sul sito letteradonna: “E’ stato fatto un grande cammino, soprattutto se pensiamo che la prima legge che ha permesso alle donne di accedere alla magistratura risale al 1963… a sfida non è tanto, o non soltanto, imparare a essere donna in una Corte suprema o Costituzionale, ma, più in generale, imparare a essere sempre se stessi”. E in quell’occasione Cartabia si era descritta come una sorta di “giurista per caso”: “Mi sono appassionata a questo mondo strada facendo, nel periodo degli studi, non tanto per obiettivi professionali specifici, ma per il bisogno urgente e pungente che sempre ho avuto di soddisfare la mia sete di giustizia. Come tanti bambini, anch’io sentivo molto forte il senso d’ingiustizia e volevo contrastarlo. Il mio, ci tengo a sottolinearlo, è stato un percorso che si è realizzato rispondendo a occasioni che si sono presentate senza mai progettare nulla”.

 

La montatura degli occhiali quasi trasparente, suo feticcio assieme ai foulard senza i quali “quasi mai compare in pubblico”

“Non avrei mai immaginato di diventare giudice costituzionale”, diceva il giudice costituzionale che quasi quasi stava per essere scelta come premier, e pronunciava una frase che poteva (potrebbe) esserle utile anche in futuro: “Non avevo esperienza d’incarichi pubblici, il mio era un profilo puramente accademico, ma ricordo che non ebbi nessuna esitazione ad accettare. Non mi sono mai tirata indietro davanti a nulla, proprio perché sono convinta che ciò che accade nella realtà racchiuda una promessa da esplorare”.

 

Era nota all’Università per insegnare agli studenti la differenza tra “idealità” e “realismo”, e tra realismo e scetticismo

Quando non è a Roma, intanto, Cartabia si inerpica, con marito e figli, lungo i sentieri del Gran Paradiso, altro luogo dove quest’estate era stata raggiunta dai cronisti in cerca di conferme alla domanda: ma davvero lei, personaggio non certo da ribalta perenne su Twitter e Facebook, è la candidata informale a succedere al governo che di Twitter e Facebook ha fatto il suo megafono (o il suo ventriloquo)? Cartabia allontanava la voce sul futuro politico, e però aveva già pronunciato qui e là, dice un collega magistrato, “parole che facevano capire quanto distante fosse la sua personalità da integralismi verbali di ogni sorta”. La già professoressa Cartabia, infatti, era nota all’Università Bicocca per insegnare agli studenti la differenza tra “idealità” e “realismo”, e tra realismo e scetticismo, foriero a sua volta di cinismo. “C’è sempre qualcosa di più grande dei nostri pensieri”, era il suo motto, anche amplificato dalle citazioni. Prima di tutto di William Shakespeare: “Ci sono più cose in cielo e in terra … di quante ne sogni la tua filosofia” (come dire: metti i piedi per terra per metterla alla prova, la tua filosofia). E poi di Sofocle, in particolare quello dell’Antigone (“concediti di cambiare idea!” è una frase su cui la professoressa-giudice si è molto interrogata.

 

Ma nei giorni della crisi d’agosto, e pensando in prospettiva all’eventuale futura investitura a presidente della Consulta, di Cartabia pesava (e pesa) quella che era ed è considerata la sua visione politica, visione nascosta, ma neanche troppo, nella prefazione da lei scritta al libro “Ricostruiamo la politica. Orientarsi nel tempo dei populismi” di padre Francesco Occhetta (ed. San Paolo). “L’identificazione di un nemico, la sua distruzione e la contrapposizione frontale con tutte le sue proposte e, infine, la guerra”, scriveva Cartabia, “sono le caratteristiche ricorrenti nella storia di ogni agire politico che si fa assoluto, che pretende di collocare il cielo in terra”. E si faceva portatrice, in quella prefazione, la vicepresidente della Consulta, di un’idea di politica fondata sulla “concordia polifonica dei diversi” (il che, visto con gli occhi della suddetta crisi d’agosto, la rendeva forse ancora più papabile come premier e come espressione di una possibile scelta d’equilibrio “presidenziale”). “La storia della salvezza è segnata da un instancabile invito a costruire e ricostruire con energia indomita… il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica”, scriveva sempre Cartabia citando il Papa emerito Joseph Ratzinger ma anche Papa Francesco e il suo “pensiero della riconciliazione”. E pazienza se tra due papi – in quell’improvviso e poi diversamente risolto caos politico estivo – il papa straniero poteva essere proprio lei.

  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.