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La nevrosi della sinistra politica

Il Pd, la Cgil e l'universo complesso della gauche italiana hanno scoperto di convivere con i populisti all’interno delle mura domestiche. E ne sono rimasti interdetti

1 Ottobre 2018 alle 19:51

La nevrosi della sinistra politica

Maurizio Martina (foto LaPresse)

Una persona che soffre di una nevrosi – mi ha spiegato un caro amico psichiatra – è come se fosse rinchiusa in una gabbia circolare di cui occupa solo una metà. Alle sue spalle sta un muro che non gli consente di vedere che cosa avviene dall’altra parte. Un giorno il nevrotico si accorge che la cortina non è, come sembra, fatta di solidi mattoni, ma è semplicemente una paratia di cartongesso. Il nostro, allora, vi pratica un foro e si accorge che, al di là della parete, sono in agguato fameliche belve feroci. Si rende conto, dunque, della situazione di pericolo in cui versa e da quel momento vive nell’angoscia di quello che potrebbe succedergli se le belve si accorgessero della sua presenza. Così non può fare a meno di scrutare di continuo le mosse degli animali con cui è costretto a convivere.

 

Fuor di metafora, questa è la nevrosi della sinistra politica (in tutte le sue componenti, riformiste e radicali che siano) e sindacale (la Cgil, in particolare); ma ce ne sarebbe da dire anche per l’associazionismo economico della stessa matrice. L’universo complesso della gauche (o almeno nei suoi gruppi dirigenti), il 4 marzo scorso, ha scoperto di coabitare e di convivere con i populisti, all’interno delle mura domestiche. E ne è rimasto interdetto, perché si è reso conto di essere indifeso nel caso di un assalto finale delle belve feroci.

 

Qualcuno si è chiesto perché il Pd non ha mai voluto aprire, al proprio interno, una discussione vera e franca sui motivi della sconfitta elettorale, rimandandone l’esame alla palingenesi di un futuribile congresso? La risposta è semplice: il gruppo dirigente ha paura dei suoi “mostri’’; teme di dover ammettere di aver sbagliato le politiche portate avanti nella XVII legislatura. La Cgil, invece, non ha bisogno di abiure: il sindacato non ha mai avuto alcun dubbio nel criticare e contestare i tentativi di modernizzazione del diritto del lavoro che hanno tanto caratterizzato l’azione del governo Renzi. Diciamoci la verità. Se nel decreto (in)dignità non fosse comparsa, quasi per caso, una tabella che prevedeva la perdita di 80mila posti di lavoro in dieci anni, il Pd non avrebbe saputo come fare opposizione, perché gli sarebbe mancato il coraggio di attaccare frontalmente la reintroduzione delle causali (nel medesimo testo proposto dalla Cgil).

 

Sulla legge di bilancio staremo a vedere. Ma è improbabile che la sinistra (politica e sindacale) si metta di traverso sullo sfondamento del deficit (quando ha sempre criticato la politica di austerità, peraltro soltanto percepita, ma surreale), sull’anticipo del pensionamento, sulla terapia dell’assistenzialismo (reddito e pensione di cittadinanza). A un certo punto, fu addirittura Matteo Renzi a proporre all’Unione un deficit del 2,9 per cento in cambio di un’ardita politica di riforme. La Cgil poi non se l'è presa con lo sfondamento del disavanzo, ma con le sue finalità: “Gli interventi decisi dal governo, e quindi anche le scelte di sforamento del rapporto deficit/pil, devono rispondere alle necessità del paese e non al mero consenso elettorale, come la flat tax”. Così la confederazione all’indomani dell’approvazione - da parte del Consiglio dei ministri - della nota di aggiornamento del Def.

 

Ovviamente l’extra deficit per una maggiore spesa pensionistica non sembra essere un problema. E il Pd? Sulle pensioni e il Jobs act, basta andare a rileggersi le tante iniziative e rivendicazioni di Cesare Damiano, che, a quelle modifiche ora iscritte all’ordine del giorno, avrebbe pensato per primo, se non gli fosse stato impedito dal premier d’allora. Se e quando avrà inizio il congresso del Pd, emergerà subito che quella dei rapporti con il M5S sarà la questione cruciale

 

Proprio qui sta il punto. A parte le intemperanze di Salvini sui migranti (risulta tuttavia che molti militanti di sinistra siano d’accordo con il ministro di polizia) la base della Cgil e parecchi dirigenti stentano a dissentire dalla linea di condotta del governo gialloverde (non a caso il 10 per cento degli iscritti ha votato per la Lega e il 33 per cento per i “grillini”, il 4 marzo). E nel Pd si viaggia di conserva.  

 

Mi sono chiesto se sia stata più tragicamente patetica la passeggiata – una tantum – di Maurizio Martina nelle periferie della Capitale oppure se il primato spetti alla cena in trattoria che intendeva organizzare Nicola Zingaretti per farsi spiegare, tra una portata e l’altra, dove avrebbe sbagliato il Pd. Ammesso che il convivio si svolga e che il governatore del Lazio non ne abbia vista all’ultimo momento l’inutilità, mi sentirei perfino di fare delle previsioni su come potrebbero andare le cose. L’imprenditore direbbe che si devono tagliare le tasse, il professore che la legge sulla Buona scuola lo ha messo stabilmente in ruolo fino alla pensione, ma lo ha trasferito lontano da casa, tanto da costringerlo a prendere possesso della cattedra e poi mettersi in malattia il giorno dopo, in attesa di trovare un parente che abbia diritto alla tutela prevista dalla legge n. 104. Il cittadino residente nelle periferie gli direbbe che è necessario abbattere con la ruspa le baraccopoli dei negher e dei Rom. Il lavoratore dipendente se la prenderebbe con la riforma Fornero (che lo ha costretto a lavorare qualche mese in più) e con il Jobs act (che ha abolito, a suo giudizio, l’articolo 18). Così, alla fine della cena, al momento del conto, il “vicecommissario Montalbano’’, al secolo Nicola  Zingaretti, si accorgerebbe di aver riscritto, negli appunti, i contenuti del contratto gialloverde. 

 

Certo, la prospettiva di un’alleanza con il M5s è più credibile e a portata di mano rispetto a una strategia alternativa che, per ora, non emerge, poiché, l’ala renziana, in un assetto politico divenuto proporzionale, non ha in vista un possibile sistema di alleanze e non è in grado di immaginare - con gli attuali rapporti di forza - una nuova “vocazione maggioritaria”. Quanto alla Cgil, essa è in trincea; la “santa madre” della gauche dovrà affrontare la sfida non solo con i problemi, ma con se stessa. Per la prima volta, nella sua storia, la Cgil, nata da una costola della politica e da un atto di vertice dei partiti antifascisti, rischia di essere conquistata dal basso non dai barbari sopraggiunti da terre lontane, ma dalla propria gente imbarbarita.

 

Il Pd smetta di chiedere scusa agli elettori (come ha continuato a fare Martina nel suo discorso a Piazza del Popolo). Se è vero - come dicono i sondaggi - che il 60 per cento degli elettori è disposto a votare Lega e M5s e che, una quota di egual misura approva il comportamento di Matteo Salvini nel caso della nave militare Diciotti, a sbagliare sono gli italiani. E tocca a loro di assumersene la responsabilità. Andare alla ricerca dei voti perduti significa gettare alle ortiche decenni di cultura di governo, seguire la strada di Jeremy Corbyn (che brutta citazione quella del segretario del Pd!), che, peraltro in Italia è già presidiata dai sovranpopulisti (non solo di matrice “grillina”). Il Pd vada alla conquista dei voti che può raccogliere in altri schieramenti politici e formazioni sociali. Si accinga a sollevare dal fango le bandiere lasciate cadere dalla borghesia già salita sul carro dei vincitori e non si vergogni di prendere voti nei quartieri alti e non nelle periferie. Non confonda il popolo con la plebe. Ricostruisca una linea intransigente intorno ad alcune idee-forza: la stabilità, la globalizzazione, l’Europa, l’euro, l’accoglienza solidale e gestita, la democrazia rappresentativa, lo stato di diritto. Le politiche, come l’intendenza, seguiranno. Anche perché, nella Berlino del Quirinale, c’è ancora un giudice.

Giuliano Cazzola

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