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Alla Cgil il dl dignità non piace più

"Le ipotesi di correzione fanno emergere tutte le contraddizioni di una maggioranza bicefala”, dice Tania Scacchetti

21 Luglio 2018 alle 06:15

Alla Cgil il dl dignità non piace più

Tania Scacchetti. Foto Imagoeconomica

Roma. Che sia davvero una retromarcia, un improvviso ripensamento dettato dalla paura di andare allo scontro frontale con quei “poteri forti” tante volte retoricamente bistrattati, Tania Scacchetti non si spinge a dirlo. “Attendiamo di vedere l’evolversi dell’iter parlamentare”, dice. Quello che però, a leggere gli emendamenti di Lega e M5s al cosiddetto decreto dignità, appare evidente anche alla segretaria confederale della Cgil è che “queste ipotesi di correzione fanno emergere tutte le contraddizioni di una maggioranza bicefala”. La prova più evidente, certo, sta nella giravolta sui voucher. Luigi Di Maio voleva rottamarli, ai leghisti l’idea è sembrata subito malsana. E così, alla fine, verranno reintrodotti: non solo nel settore agricolo e turistico, ma anche negli enti locali. “Questo inevitabilmente fa cambiare il nostro giudizio sul provvedimento”, sentenzia Scacchetti. “Il cambiamento tanto propagandato a parole, nei fatti non c’è”.

     

Così come pure si fatica a intravederlo su un altro punto: quello degli sgravi alle imprese. “Avremmo preferito un impegno maggiore per accompagnare i datori di lavoro nella trasformazione dei contratti verso una maggiore stabilizzazione”. E invece, in uno degli emendamenti proposti dal M5s, si prevede uno sgravio fino a 3 mila euro all'anno, per tre anni, per gli imprenditori che nel 2019 e 2020 assumono giovani lavoratori col contratto a tutele crescenti. Di fatto, la prosecuzione del Jobs Act di Renzi, e del “bonus giovani” di Gentiloni, sotto altro nome. “Siamo di nuovo alla bolla occupazionale, così”, dice Scacchetti. “Il rischio, cioè, è quello di dopare il mercato del lavoro, innescando delle assunzioni destinate a interrompersi alla fine della concessione della decontribuzione”.

  

  

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Uno sgravio fino a 3 mila euro all'anno, per tre anni, per gli imprenditori che nel 2019 e 2020 assumono giovani lavoratori col contratto a tutele crescenti. Sembra Renzi o Gentiloni, e invece è Di Maio

  

Non solo. Perché “l’incoerenza sta anche nel volere una stretta sui contratti a termine, la cui durata scende da 36 a 24 mesi, ma al contempo creare una alternativa ancora più comoda per chi vuole evitare di assumere a tempo indeterminato. Bisognerà attendere la scrittura definitiva della norma, ma è chiaro che al momento il sospetto è legittimo”. E del resto, più in generale, i dubbi della Scacchetti si concentrano proprio sugli effetti collaterali del decreto: “A me – ragiona – sta bene la battaglia contro i contratti a termine di durata pressoché infinita. Ma questa lotta non produce di per sé occupazione stabile di qualità. Non vedo un sufficiente impegno nel rafforzare i controlli e le prevenzioni su altri abusi: così potremmo finire col ritrovarci di fronte all’esplosione delle partite Iva o dei falsi tirocini, che, quelli sì, alimentano una gara al ribasso nei contratti, una sorta di dumping perverso interno alle aziende. Perché, se non altro, col tempo determinato e con la somministrazione, quantomeno si hanno dei diritti basilari, dalle ferie alla malattia. Invece così si rischia, se non c’è un ridisegno complessivo e organico della norma, di vedere molti lavoratori scivolare verso una precarietà ancora peggiore”, insiste la segretaria confederale della Cgil.

   

Che poi sospira, in un attimo breve d’incertezza, se le si chiede di commentare la polemica del giorno. Quella, cioè, tra Tito Boeri e il M5s. “Com’è noto – premette – noi non abbiamo mai apprezzato troppo l’interventismo politico di Boeri. E però è inaccettabile mettere in discussione l’istituto in quanto tale: l’Inps non può essere difesa solo se la relazione che produce piace al governante di turno. L’indipendenza degli istituti autonomi va rispettata da chi alla guida del paese. E invece noto una certa insofferenza alle critiche, che si traduce con una immediata delegittimazione di chi non si allinea. E così un ministro chiede le dimissioni del presidente dell’Inps perché elabora una tabella che non è gradita, un altro ministro querela su carta intestata del Viminale uno scrittore perché gli rivolge delle accuse. Così si rischia di pregiudicare la vita democratica del paese”.

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