Di Maio, chiudere i negozi non è una festa

Redazione

Perché il ministro della Disoccupazione colpisce (anche) di domenica

E’ difficile dire se per il benessere delle famiglie sia preferibile non avere un parente che lavora (e guadagna) la domenica o passeggiare per i saloni Ikea, che nel giorno del Signore resta aperta. Nessuno può dire a un altro come passare la domenica, se al lavoro oppure accarezzando l’idea di comprare una libreria Billy. Tuttavia la proposta del ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio, di proporre una legge per vietare a esercizi e ai centri commerciali di aprire nei giorni festivi sa di stato etico e, soprattutto, rischia di nuocere all’occupazione.

   

Di Maio porta ad esempio della bontà della sua iniziativa l’appoggio dei i dirigenti di Eurospin, una catena hard discount, perché “mettono al primo posto la qualità della vita dei dipendenti del gruppo e sanno che questa migliorerà se la domenica sarà dedicata agli affetti e alla famiglia”. La grande distribuzione, ovvero catene commerciali da miliardi di fatturato e migliaia di dipendenti, paventano invece una emorragia di posti di lavoro. Francesco Pugliese, amminbistratore delegato di Conad, ha fatto qualche conto: “La grande distribuzione occupa 450 mila dipendenti, le domeniche incidono per il 10 per cento e quindi sicuramente avremo circa 40-50mila tagli. Ora quei 400 mila saranno felici di non lavorare, i 50 mila non so se lo saranno”.

  

Di Maio ha corretto il tiro dicendo che ci sarà un meccanismo di turnazione per cui resterà aperto il 25 per cento dei negozi, mentre gli altri a turno chiudono. Sarà difficile controllare. Ma un dato a oggi sembra certo. Dal decreto dignità (meno 8 mila posti di lavoro) alle carnevalate sulle domeniche, per la prima volta l’Italia ha un ministro del lavoro specializzato nel creare più disoccupazione che lavoro. E’ il cambiamento, bellezza.