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Chiudere l’Europa, stiamo scherzando? Girotondo d’opinioni

L’integrazione, oltre che più ricchi, ci ha reso più aperti, liberi e creativi. Altro che barriere, frontiere, uscite e ritorno alla lira, come pensa il mondo sovranista

31 Luglio 2018 alle 09:13

Chiudere l’Europa, stiamo scherzando? Girotondo d’opinioni

Manifestazione davanti al Parlamento europeo per l'abolizione delle quote latte nell'Unione europea (LaPresse)

Europa sì Europa no Europa bum. L’edificio europeo appare, a dir poco, pericolante. Euroscettici, eurodiffidenti, euroallergici: il morbo antieuropeo attecchisce ovunque. In Italia l’opposizione all’Unione europea e alla megamacchina brussellese partorisce una maggioranza di governo con Lega e M5s protagonisti esclusivi di un esecutivo che, per la prima volta, mette in discussione l’appartenenza all’Eurozona. L’euroscetticismo è un sentimento reale, non l’invenzione di un partito. Negli ultimi anni le forze politiche nemiche dell’Europa matrigna hanno inciso su diversi processi politici, a partire dalla bocciatura della Costituzione europea in seguito ai referendum svoltisi in Francia e in Olanda tra maggio e giugno 2005. Accade anche in Irlanda nel 2008 con l’opposizione, sempre per via referendaria, al Trattato europeo che doveva sostituire il “progetto costituzionale” affossato tre anni prima. Nel Regno unito gli euroscettici incassano il sì alla Brexit con un leader, Nigel Farage, che, all’indomani del successo, ammette candidamente di aver mentito a fini di propaganda elettorale. Nel magico mondo sovranista si vagheggia il recupero della moneta nazionale, il rassicurante ritorno al particulare localistico, imperniato su tradizioni, valori e identità omogenee da proteggere attraverso muri invalicabili. Pares cum paribus.

  

Giuliano Amato: “L’incontro delle diversità è alle radici di ciò che di meglio abbiamo dato a noi stessi e al mondo”

“L’incontro delle diversità è alle radici di ciò che di meglio abbiamo dato a noi stessi e al mondo”, esordisce il giudice costituzionale Giuliano Amato, l’uomo che ha vissuto mille vite più una. Da europeista convinto, l’ex premier italiano è stato anche vicepresidente di quella Convenzione europea, guidata dall’ex presidente francese Valéry Giscard d’Estaing, che avrebbe dovuto scrivere la nuova Carta costituzionale. Un processo durato due anni e infine fallito. E’ il 29 ottobre 2004: nella sala capitolina degli Orazi e Curiazi venticinque capi di stato e di governo, accompagnati dai rispettivi ministri degli Esteri, procedono, armati di stilografica, verso il tavolo sul quale troneggia un librone composto di 448 articoli e 36 protocolli. La Costituzione europea non entrerà mai in vigore. La doppia bocciatura referendaria segna l’atto di nascita ufficiale di quel vasto movimento populista e antieuropeo che oggi minaccia la stabilità del Vecchio continente.

  

 

Il sovranismo per Luciano Violante è “nazionalismo in smoking”: il fascino della dimensione tribale vince sull’ideale globalista

“Francia e Olanda – prosegue il giudice Amato dal suo ufficio alla Consulta – sono accusati di aver privato l’Europa di una Costituzione ma in realtà, l’ho chiarito a più riprese, il testo finale era piuttosto un ibrido. Speravo che nascesse femmina, poi conclusi che fosse un ermafrodito. Su taluni temi essenziali l’impianto restava quello di un’unione intergovernativa retta da un trattato internazionale. Aveva assunto alcuni tratti costituzionali ma l’impianto generale rimaneva immutato”. In poco più di dieci anni, il percorso d’integrazione, anziché avanzare, si arresta. Eppure, da oltre settant’anni, l’Unione europea garantisce pace e benessere economico. “Nel corso dei secoli – scandisce Amato – l’Europa ha reso possibili continui avanzamenti di civiltà a se stessa e al mondo intero; ciò è avvenuto per una ragione precisa: l’Europa ha combinato insieme diversità culturali, tecnologiche, economiche, produttive. Ha amalgamato popolazioni di diversa provenienza. E dal contatto tra le diversità è scoccata la scintilla del nuovo che non scaturisce mai da un’unica entità. L’Europa è sempre stata luogo di incontro. Persino i più strenui cultori della razza bianca devono arrendersi a un dato di realtà: i nostri antenati sono africani, non finlandesi. Esiste un’ampia letteratura secondo la quale il giorno in cui la civiltà europea cesserà di far funzionare questa peculiare capacità di macinare e combinare ingredienti diversi, essa stessa si estinguerà. Ha ragione Joseph Weiler quando sostiene che alla base della primissima Comunità europea c’è il principio della mutual tolerance, vale a dire l’accettazione delle rispettive alterità”. Citando il giurista sudafricano, rettore dell’Istituto universitario europeo di Fiesole fino al 2016, Amato pone una domanda decisiva: oggigiorno quanto sopravvive della mutual tolerance? Quanto conserviamo della volontà originaria di accogliere la diversità allo scopo di generare novità? Per Luciano Violante il sovranismo è “nazionalismo in smoking”: il fascino della dimensione tribale sembra aver vinto sull’ideale globalista.

   

“Oggi le identità nazionali sono identificate con le etnie – spiega Amato – Lo stesso concetto di patria è identificato con i figli nati da un unico padre. Eppure per l’Italia non è mai stato così se non nella breve stagione che va dal 1936, segnato dalla conquista delle colonie, fino alle leggi razziali del ’38. Solo nel corso di questo fugace intermezzo germoglia una letteratura che denuncia il rischio di corrompere il sangue italico. Quando noi conquistiamo Etiopia ed Eritrea, superati i mesi iniziali di sbandamento, vengono aperte case di tolleranza animate da prostitute rigorosamente italiane al fine di scongiurare che i nostri valorosi ragazzi contaminino la razza bianca a causa di eventuali contatti sessuali con le donne locali. i tratta tuttavia di una parentesi nella storia d’Italia che si caratterizza invece per continue e incessanti integrazioni tra matrici etniche differenti.

      

Vale per l’Italia ciò che si è detto per l’Europa: la nostra creatività è frutto dell’incontro delle diversità. Tale è la bellezza della nostra lingua che ha in sé componenti di lingue originariamente dissimili. Tale è la bellezza della nostra architettura perché, dalle trine dei palazzi veneziani alla bellezza più corposa del Cupolone fiorentino, restiamo estasiati dinanzi a stili architettonici fusi insieme nell’opera di alcuni grandi artisti. Il successo della combinazione non fa eccezione per la merce che esportiamo di più nel mondo: la cucina italiana. L’avanzata dei movimenti populisti si richiama a una nozione etnica d’identità nazionale che nel caso italiano viene non già recuperata dal passato ma instaurata di sana pianta”.

      

“Prima gli italiani” . uno degli slogan risuonati nel corso dell’ultimo raduno leghista a Pontida (LaPresse)


     

L’euro e il mercato comune sono sul banco degli imputati. “Mi piace citare le parole di Carlo Azeglio Ciampi che da governatore della Banca d’Italia, quando gli fu chiesto se l’ingresso nell’eurozona avrebbe comportato la perdita della sovranità monetaria, rispose: è vero, perderemo la leva monetaria per come l’abbiamo conosciuta sino a oggi, ma dalla mia esperienza posso dirvi che, pur potendo contare su una moneta nazionale, in questi anni ho dovuto ponderare ogni scelta in base alle decisioni della Bundesbank, ovvero della banca più forte nella definizione dei rapporti di cambio. Per avere un peso maggiore allora mi sembra preferibile essere il dodicesimo componente della futura Banca centrale europea”.

  

Un altro capo d’imputazione nel processo all’Europa riguarda il mercato comune: a sentire i sovranisti, l’area di libero scambio è foriera di omologazione e povertà. “Sono un sostenitore della necessità di preservare le produzioni locali, a tale scopo esistono apposite norme europee da rispettare. Tuttavia il mercato comune va valorizzato perché esso ha reso l’Italia un paese più forte, più competitivo e più ricco. Nel secondo dopoguerra abbiamo avuto paradossalmente la fortuna di essere vittime della Guerra fredda con un’economia, resa quasi autarchica dal regime fascista, che guardava con speranza ai mercati meno avanzati dell’Est europeo. L’ingresso nella Comunità economica europea ci ha spinto a diventare progressivamente competitivi sui mercati più difficili. In certi momenti della storia esistono alcuni grandi uomini che realizzano grandi progetti e fanno la fortuna di un paese. Nel nostro caso, uno degli artefici di questo progresso è stato Oscar Sinigaglia, capo della Finsider (società del gruppo Iri, ndr), il quale gettò le basi per riorganizzare la siderurgia italiana. Nei paesi che sanno essere forti l’Europa non è mai stata ostacolo allo sviluppo di una solida industria nazionale. Se oggi diventiamo potenziali acquisti, e non acquirenti, dei cugini d’Oltralpe, ciò non è imputabile alla cornice europea ma alle nostre specifiche propensioni”.

       

Non scevro da un’accorta diffidenza verso una certa “mitologia europeista”, lo storico Ernesto Galli della Loggia, editorialista del Corriere della Sera, espone una mole di argomenti sul perché l’Italia deve restare in Europa. E parte da lontano. “Richiamarsi ai giorni delle speranze significa rimembrare un passato che non esiste più. Quando nel 1957 i trattati di Roma pongono le fondamenta della Comunità economica europea, i sei paesi fondatori sono tutti ugualmente deboli. Italia e Germania sono uscite sconfitte dalla Seconda guerra mondiale, la Francia attraversa gli anni terribili della decolonizzazione, con conflitti sanguinosi in Indocina e Algeria. Mettere d’accordo i deboli è facile, la mediazione tra deboli e forti invece richiede sforzi ingenti. Nell’immediato dopoguerra la costruzione europea rappresenta l’unico progetto in cui l’Italia può giocare un ruolo internazionale. Il nostro paese, non meno della Germania, coglie enormi vantaggi dallo stare in Europa. Nei primi anni Cinquanta quella europea rappresenta l’unica politica estera possibile per il governo italiano che ambisce a riacquistare una presentabilità sulla scena internazionale. In questo quadro il secondo pilastro è rappresentato dall’attività dell’Eni: al di fuori di questi due scacchieri esiste ben poco spazio per noi. L’economia nazionale beneficia immensamente del mercato comune. Per un sistema caratterizzato dal basso costo del lavoro e specializzato nella produzione di lavatrici e frigoriferi relativamente economici, la liberalizzazione degli scambi rivitalizza il tessuto produttivo nazionale. Ci sono poi gli operai italiani emigrati in Germania e Francia che spediscono ai familiari le rimesse decisive per la bilancia dei pagamenti”.

  

Sergio Fabbrini: “Come ha detto Macron, si pone l’urgenza di affiancare alla moneta unica un governo unico europeo”

Così tratteggiato, è un ritratto incredibilmente roseo, impensabile se comparato all’oggi. “Lo scenario muta drasticamente quando al mercato comune si combina una moneta unica. Le parole sono importanti: ‘comune’ presuppone una convergenza d interessi; ‘unico’ trasmette invece un concetto diverso. Quando si passa dal libero scambio delle merci alla condivisione della finanza, salta un equilibrio cruciale. La finanza mette in gioco il sistema paese: i conti pubblici, la tassazione, la leva fiscale. In altre parole, gli strumenti con cui le classi politiche raccolgono il consenso elettorale. Mentre una fabbrica di frigo italiani può competere con un analogo stabilimento belga a patto che si dimostri in grado di produrre elettrodomestici a prezzi più bassi, far gareggiare il sistema italiano con quello tedesco impone un mutamento profondo del paese”.

  

Secondo il professore, la svolta porta il nome di Maastricht: nel paesino olandese sulle rive della Mosa, i dodici paesi membri dell’allora Comunità europea fissano i parametri economici e di bilancio vincolanti per l’ingresso nell’Ue. “All’epoca l’euforia per il successo prodotto dal mercato comune porta a ritenere che lo stesso possa replicarsi in un contesto radicalmente diverso. Sbaglia chi parla di sviluppo dell’Europa: tra Roma e Maastricht si consuma uno iato, una frattura. Sembra il discorso dell’Italia fascista che cerca di rappresentarsi come prosecuzione di quella risorgimentale: è una menzogna. La continuità tra le due stagioni è esclusivamente ideologica, emozionale. Fino a quel momento, nel mercato comune nessuno ha mai impugnato la bacchetta. Invece quando si predispone una rete di vincoli che impattano i sistemi di welfare nazionali, il discorso cambia. Mentre l’area di libero scambio si autoregola, adesso serve un corpo tecnico che dispensi punizioni per chi sgarra”.

      

Marcello Messori: “La vittoria del fronte della chiusura, fautore di dazi e barriere, potrebbe preludere a nuove guerre tra stati”

 

L’Italia si condanna così a rivestire il ruolo del Franti di Umberto Eco, il discolo “dalla faccia tosta e trista” che viene espulso da scuola. “La classe politica della Prima Repubblica, che ha lottato contro il fascismo, sorge sulla distruzione dell’identità nazionale. La moneta unica invece istiga paradossalmente i nazionalismi proprio perché Maastricht mette in gioco il sistema paese. I vincoli di budget non lasciano scampo a chi si trova in difetto e si fa perciò scudo della dimensione nazionale e nazionalista”. La parola chiave è sovranità monetaria. “Non scherziamo: abbandonare la moneta unica, pur con tutti i suoi difetti, sarebbe una catastrofe, solo un pazzo può prendere in considerazione tale ipotesi. Se vuole sapere la mia opinione, non credo che il neoministro agli Affari europei Paolo Savona intendesse attuare un Piano B per l’Italexit. Il professor Savona sa bene che per trattare con i tedeschi bisogna spaventarli, e la minaccia dell’uscita produce i suoi effetti”.

    

Eppure la Germania non è senza peccato. Dalle colonne del Corriere della Sera, Federico Fubini fa notare che la Commissione europea non ha ancora dichiarato “eccessivo” il surplus esterno tedesco, benché da cinque anni sia molto sopra i massimi consentiti e le politiche tedesche vadano in direzione opposta alle richieste. Dai criteri contabili ai requisiti di capitale per le banche di sviluppo, dalla ricapitalizzazione delle banche pubbliche con denaro dei contribuenti alle garanzie statali sul sistema di credito per centinaia d miliardi: le eccezioni alle regole a favore della Germania sono ovunque, sugli stessi temi per i quali l’Italia finisce spesso sotto accusa.

     

“Angela Merkel può prendere impegni per poi rimangiarli, riservando una teutonica rigidità soltanto agli altri. Per imporsi a certi tavoli, serve una classe politica di primo livello mentre noi, negli ultimi vent’anni, abbiamo reclutato gli scarti. Gli attuali leader vantano studi modesti, nessuno della generazione Erasmus si dedica alla res publica. Il motivo è presto detto: la politica ha subìto un degrado reputazionale. Il livello di delegittimazione dentro la società è tale che oggigiorno politico sembra quasi sinonimo di camorrista”.

      

Ernesto Galli della Loggia: “Non scherziamo, abbandonare la moneta unica, pur con tutti i suoi difetti, sarebbe una catastrofe”

Sul piano culturale, invece, Galli della Loggia ritiene che a modernizzare una società rurale e arretrata sia, in primo luogo, il contagio con i consumi d’importazione statunitense. “Lo sviluppo economico, anche trainato dalla partecipazione all’integrazione europea, ha accresciuto il potere d’acquisto delle famiglie italiane ponendo le basi di una società dei consumi che non esisteva. La modernità però l’hanno inventata gli americani, noi l’abbiamo ereditata da loro. Gli italiani degli anni Sessanta sono europeisti perché partecipano di questa modernità. Il Patto atlantico del ’49, che segna l’ancoraggio dell’Italia al blocco occidentale e al modello di vita statunitense, precede i trattati di Roma del ’57. Gli ingegneri dell’Iri, incaricati di realizzare le prime autostrade, vengono spediti oltreoceano per l’addestramento, non in Germania o in Francia. La Alemagna, che negli anni Sessanta è la marca sovrana delle caramelle da espositore (le gommose Sanagola e Charms) alle casse di bar, cinema e tabaccherie, copia gli analoghi prodotti a stelle e strisce. Coca-cola e jeans Timberland sono americani. Il movimento di massa per i diritti civili e le organizzazioni femministe prendono le mosse oltreoceano”.

        

Se il fronte euroscettico serra le file in vista della Grande Riscossa attesa per il 26 maggio 2019, rinnovo del Parlamento europeo, i giovani si sentono invece cittadini europei, e sfidano frontiere geografiche e culturali. Recentemente il governatore di Bankitalia Ignazio Visco ha ricordato che cinquantamila italiani frequentano le università europee e quarantamila europei popolano quelle italiane. Non sono da meno le nostre imprese: il Belpaese rappresenta la terza economia europea, i nostri imprenditori esportano, importano, investono e ricevono investimenti principalmente verso e dagli altri paesi europei. A giudicare da questa spontanea attitudine, si direbbe che il mercato comune, fondato sulle “Four freedoms” (libera circolazione di beni, servizi, persone e capitali), piace eccome. “Partecipando sin dal principio alla fondazione del mercato comune, l’Italia ha beneficiato dell’allargamento delle transazioni economiche”, dichiara al Foglio Sergio Fabbrini, professore di Scienze politiche e relazioni internazionali, direttore della Luiss School of Government e raffinato editorialista del Sole 24 Ore.

 

Sergio Fabbrini: “La democrazia come antropologia è rappresentata da Obama che beve il caffè nel bicchiere di carta anche alla Casa bianca”

“Il miracolo economico che tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi degli anni Sessanta trasforma l’Italia da paese agricolo in paese industriale sarebbe stato impensabile senza il mercato comunitario. L’Italia è un beneficiario netto dell’integrazione europea. Un tornante decisivo riporta al 4 ottobre 1990: all’indomani della riunificazione della Germania, si pone l’esigenza di imbrigliare all’interno della cornice europea l’ingombrante alleato tenendo a freno la sua propensione egemone. La soluzione di compromesso si fonda sulla centralizzazione delle politiche monetarie e sulla decentralizzazione di quelle economiche e fiscali. La Germania impone allora la nascita della Banca centrale europea, la Francia ottiene il coordinamento delle politiche macroeconomiche di ogni singolo membro dell’eurozona. Un accordo così congegnato era destinato, presto o tardi, a fallire. A ogni crisi economica, infatti, il singolo paese agisce da sé. Non si è voluto, e tuttora non si vuole, prendere atto del fatto che non siamo paesi indipendenti ma interdipendenti, da qui la necessità di dotare la moneta unica di un governo monetario unico. Gli eurocritici si scagliano contro l’euro ma sbagliano clamorosamente bersaglio. Il problema non è l’euro, uscirne sarebbe disastroso: secondo le stime più accreditate, la sola ridenominazione dei nostri debiti in lire comporterebbe una svalutazione del venti per cento. Si scatenerebbe un’inflazione galoppante, le famiglie perderebbero potere d’acquisto e ci ritroveremmo con una moneta priva di copertura sui mercati finanziari internazionali. Per un paese come il nostro, che non è l’America di Trump, tornare alla sovranità monetaria significherebbe esporsi alle speculazioni finanziarie e replicare uno scenario Argentina. Mi rendo conto che è un modello ispirato a un egualitarismo plebeo che affascina parte della propaganda populista italiana; tuttavia le conseguenze sarebbero esiziali. Perciò va detto chiaramente che senza l’euro il paese s’impoverisce. Senza l’euro perdiamo tutti. Come ha spiegato nel suo discorso alla Sorbona il presidente francese Emmanuel Macron, il problema odierno è che abbiamo creato un regime ibrido per superare il quale si pone l’urgenza di affiancare alla moneta unica un governo unico europeo”.

      

Manifestazione a Whitstable contro l'accordo di transizione sulla Brexit che vedrebbe la Gran Bretagna continuare ad aderire alla politica comune sulla pesca dopo aver lasciato l'Ue. Molti lavoratori nell'industria della pesca hanno supportato l'organizzazione pro-Brexit "Fishing for Leave" (foto LaPresse)


  

La retorica no-euro fa acchiappare un sacco di voti, la moneta unica è vista come la madre di tutti i mali nazionali, secondo la logica dello scaricabarile. “Abbiamo tutti una responsabilità per non essere riusciti a spiegare i danni incalcolabili derivanti da un’eventuale uscita dall’euro. Anche il mondo dell’informazione deve interrogarsi: i giornalisti che si limitano a registrare le opinioni più strampalate senza scavare a fondo non svolgono correttamente il proprio dovere. I grandi quotidiani hanno tradito la loro vocazione democratica cedendo all’approssimazione. La sinistra, piuttosto che inseguire un vento nostalgico fuori del tempo, dovrebbe proporre soluzioni concrete incentrate su una sovranità politica adeguata in Europa. L’integrazione europea, oltre ai benefici economici già menzionati, ha contribuito a consolidare l’ancoraggio italiano all’occidente riducendo il potere di fascinazione del modello sovietico. Ciò ha irrobustito nel nostro paese i pilastri della democrazia liberale, fondata sul sistema di pesi e contrappesi, bilanciamenti e controlli. Per non parlare della modernizzazione dei costumi: la cultura occidentale, di provenienza americana, ha reso la nostra società più aperta e libera”.

     

Fabbrini, che ha insegnato a Berkeley, è autore di libri sul soft power statunitense inteso come capacità di produrre un’egemonia basata sulla condivisione di modi di pensare e di agire. “La democrazia come antropologia è rappresentata da Barack Obama che beve il caffè nel bicchiere di carta anche alla Casa bianca. Nel mondo contemporaneo – conclude il professore – vagheggiare di sovranismo e barriere nazionali significa consegnarsi all’influenza di potenze come la Russia che hanno tutto l’interesse a destabilizzare il continente europeo. In termini più chiari, la forza della Russia sta nella debolezza dell’Europa”.

     

Per comprendere l’entità del balzo in avanti che l’Italia, uscita stremata dal secondo conflitto mondiale, realizza grazie al percorso d’integrazione europea, qualche numero è necessario. Secondo le statistiche storiche dell’Istat, nel 1945 il pil pro-capite è pari a 2.360 euro. Nel 1965 la ricchezza individuale di un italiano sale a 10.490 euro, si è più che quadruplicata. Nel 1970 lo stesso dato si attesta intorno ai 14mila euro. Sono gli anni del miracolo economico: dal 1959 al ’63 l’Italia registra una tumultuosa crescita cui si accompagna l’incremento della produttività del lavoro e, per la prima volta, l’aumento salariale.

      

“Tutto questo non sarebbe stato possibile senza la costruzione, seppur embrionale, di un mercato europeo”, afferma Marcello Messori, ordinario di Economia alla Luiss Guido Carli e direttore della Luiss School of European Political Economy. “Il boom economico è trainato dalle esportazioni, dall’impegno dell’Iri nel siderurgico e nel meccanico, e dai primi accordi in seno alla Comunità economica europea. Molti economisti concordano sul fatto che in diversi settori come quello dei cosiddetti elettrodomestici bianchi (frigoriferi, lavatrici etc), l’Italia si specializza secondo una struttura di redditi e consumi che non rispecchia il mercato nazionale. Per le famiglie italiane, comparate a quelle tedesche, è relativamente più costoso avere un’alimentazione ad alto contenuto di proteine animali piuttosto che acquistare un’utilitaria. Puntando sul basso costo del lavoro, in quegli anni riusciamo a competere con paesi come Germania e Francia, più bravi di noi nelle produzioni a maggiore tasso di innovazione”.

     

Marcello Messori: “Una parte del ciclo produttivo può essere trasferita all’estero per guadagnare in efficienza”

Oggi un’impresa che non riesce a stare al passo con i concorrenti può delocalizzare in paesi con salari più bassi e regole meno stringenti. “Non è vero che delocalizzare impoverisce il paese d’appartenenza – prosegue Messori – Una parte del ciclo produttivo può essere trasferita all’estero per guadagnare in efficienza. Succede anche per le risorse umane: la questione diventa problematica se, a fronte di flussi di cervelli in uscita, non siamo capaci di attrarne altrettanti, della medesima qualità, in entrata. E’ una nostra responsabilità, e sarebbe sbagliato imputare all’Europa le conseguenze delle nostre inefficienze. Lo scaricabarile non porta lontano. Nel mondo odierno i processi produttivi sono incardinati su catene internazionali del valore. Abbandonata l’idea romantica di un’impresa che operi come una monade isolata, dobbiamo comprendere che stare nell’Ue ci offre la straordinaria opportunità di una competizione cooperativa. L’Italia ha tutte le capacità per attestarsi in pezzi del ciclo produttivo a maggiore valore aggiunto”.

      

Giuliano Amato: “Nei paesi che sanno essere forti l’Europa non è mai stata ostacolo allo sviluppo di una solida industria nazionale”

Un argomento degli anti-euro è che “non potendo svalutare la moneta si svaluta il lavoro”; non potendo più le monete nazionali fluttuare, svalutando e rivalutando in base alla congiuntura, si pone la questione della svalutazione interna. “Negli anni Settanta l’Italia soffre le conseguenze del disordine monetario mondiale successivo alla rottura degli accordi di Bretton Woods datata 15 agosto 1971. A partire da allora si registra un’impennata del debito pubblico e dei tassi di inflazione che toccano il venticinque per cento. Come reazione a tali squilibri, nasce il Sistema monetario europeo. Oggigiorno pensare che la svalutazione della moneta domestica possa essere la risposta a debolezze strutturali dell’economia nazionale, è pura follia. Anche se l’eurozona e l’Ue non esistessero, s’innescherebbe un circolo infernale d’inflazione con un contestuale incremento della spesa pubblica. Si profilerebbe uno scenario Argentina. L’impossibilità di ricorrere a una svalutazione competitiva è un fattore di stabilità in un mondo globalizzato. Il futuro globale ruoterà attorno a poche macroaree regionali: una zona americana, due asiatiche, una europea e una africana. Per partecipare al gioco concorrenziale dunque bisognerà stare dentro una di queste regioni. Va da sé che questa sarà una condizione necessaria ma non sufficiente: per esempio, l’Italia dovrà fare i conti con una produttività del lavoro che è ferma da oltre vent’anni. Se non siamo in grado di adattarci ai nuovi paradigmi tecnologici, la colpa è nostra, non di Bruxelles”.

      

Va pure ricordato che il nostro paese è un contributore netto dell’Ue: versiamo al bilancio comunitario più fondi di quelli che otteniamo per l’attuazione delle Politiche europee (il differenziale si aggira attorno ai quattro miliardi di euro). “Negli ultimi anni la Banca centrale europea, sotto la guida di Mario Draghi, ha adottato una politica monetaria iperespansiva che ha aiutato l’economia dell’eurozona. Nel 2010 è stato creato un Fondo di stabilità per aiutare i paesi in affanno preservando la stabilità finanziaria dell’intero sistema. L’Europa non è sempre cattiva. La vittoria invece del fronte della chiusura, fautore di dazi e barriere, potrebbe preludere a nuove guerre tra stati”. Come insegna Bastiat, dove passano le merci non passano gli eserciti. “Esatto. I dazi inoltre danneggiano le produzioni orientate all’esportazione, per paradosso puniscono maggiormente i settori più efficienti. Nel medio periodo gli effetti sono devastanti: alla riduzione degli scambi internazionali si accompagna la contrazione del potenziale di crescita delle economie”.

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Commenti all'articolo

  • Carlo A. Rossi

    31 Luglio 2018 - 20:08

    Scusate se intervengo ancora una volta, poi prometto tregua. Ma di fronte ad articoli come questo, con rispetto, è difficile far finta di niente. Da quanto sopra, par di dedurre che "O Europa, o morte". Io umilmente chiedo: c'è qualcuno raziocinante che crede veramente che l'Europa Unita sia stata un grande bastione contro le guerre e la violenza? Se non ci si ammazza più qui, nel centro dell'Europa, non ha nulla a che vedere con l'UE. Ma varrebbe la pena ricordare che, meno di trent'anni fa, di fronte all'Italia rispetto all'Adriatico, ci si ammazzava come settant'anni fa. E non ricordo che, parole vuote a parte, l'Europa abbia fatto molto per impedire quella tragedia. La Germania non ha mai perso il suo appetito, ed è evidente, checché tutti a osannare la Merkel. Di grazia, l'Europa si riduce a quel programma per debosciati che fingono di studiare (chi sa perché, sempre a Barcellona o a Madrid, prestigiose sedi universitarie) che si chiama Erasmus? Ma per piacere, dai.

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