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Dopo anni di crescita le Banche centrali intonano la “sinfonia della stretta”

BoE, Fed e Bce verso politiche restrittive. L’Italia in deficit di credibilità ora rischia attacchi speculativi. Parla Bini Smaghi: “Tocca anticipare la manovra”

2 Agosto 2018 alle 21:17

Dopo anni di crescita le Banche centrali intonano la “sinfonia della stretta”

Foto LaPresse

Roma. Gli investitori sono a caccia di segnali a indicazione che le Banche centrali si stanno preparando a terminare l’èra dei mega-stimoli monetari che, negli ultimi dieci anni, hanno contribuito alla ripresa economica successiva alla crisi finanziaria. Questa settimana di segnali ne sono arrivati a sufficienza.

 

La Bank of England (BoE) ha stretto la politica monetaria con un rialzo dei tassi d’interesse portandoli ai massimi dalla crisi (allo 0,75 per cento) e non ha tradito le attese del mercato che aveva già digerito la mossa. L’economia del Regno Unito ha riacquistato slancio e il governatore Mark Carney aveva fatto poco per smorzare le attese di un rialzo agostano. La BoE forse seguirà il rialzo dei tassi con un altro a novembre e altri due nel 2019. La banca inglese segue l’intonazione di quella americana. Nella riunione di mercoledì la Fed ha lasciato invariati i tassi di interesse (tra l’1,75 e il 2 per cento) ma, proseguendo con la normalizzazione della politica monetaria, ha lasciato aperta la possibilità di due rialzi entro fine anno perché l’economia cresce.

 

“E’ normale che le condizioni monetarie diventino meno accomodanti quando l’economia cresce”, dice Lorenzo Bini Smaghi, presidente di Société Générale ed ex membro della Banca centrale europea. “Le condizioni sono migliorate, se non lo si fa si rischia di arrivare in ritardo e provocare un surriscaldamento dell’economia prodromico a una crisi, come accaduto con Alan Greenspan a inizio anni Duemila”.

 


Foto LaPresse 


 

Dicendo di continuare il suo percorso, il presidente della Fed, Jerome Powell, ha anche confermato la sua indipendenza dalla politica contravvenendo ai desiderata di Donald Trump che l’ha nominato. 

 

Perfino la decisione della Bank of Japan di martedì di non inasprire la politica monetaria è stata interpretata sia come sintomo della difficoltà di uscire da una lunga èra di stimoli – che per Tokyo inizia nel 1990 – sia come indicazione che quella fase non potrà continuare per sempre (a meno che la BoJ non voglia fare l’asso piglia tutto di obbligazioni e azioni in circolazione). Ritirare la liquidità immessa nei mercati finanziari e aumentare il costo del denaro ha una doppia utilità. Da un lato, alzare i tassi di interesse riduce la sofferenza di banche e assicurazioni che hanno visto diminuire la redditività delle attività di prestito. Dall’altro, consente alle Banche centrali di affrontare futuri choc: aumentare i tassi e ridurre i bilanci darebbe più margine di manovra per tagliare ed espandere quando sarà il momento. Così l’equilibrismo può continuare. Un rallentamento dell’economia mondiale non è da escludere. Per Moody’s una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina potrebbe fare “deragliare” l’economia. In Europa la crescita è stabile attorno al 2 per cento ma con segnali di rallentamento da Francia, Spagna, e Italia nel secondo trimestre. La Bce di Mario Draghi comincerà a scalare il programma di acquisto di titoli, il Quantitative easing, da settembre e dopo un anno almeno inizierà ad aumentare i tassi. Per l’Italia c’è un rischio maggiore che per altri paesi perché il tutto si unisce a un clima di incertezza politica che ha innalzato il costo di finanziamento del debito in modo stabile (il rendimento dei titoli decennali è salito ai massimi da un mese al 2,94). La difficoltà a decifrare la politica economica del governo Lega-M5s in vista della legge di Stabilità aumenta il rischio sovrano (lo spread è tornato a 250 punti). “Si è creata una fortissima aspettativa sulla Finanziaria che deve essere presentata il 15 ottobre – dice Bini Smaghi – Come se sarà quel documento che farà capire se stiamo nelle regole europee o no. E’ pericoloso perché tutti si aspettano che qualcosa accada e gli investitori tenderanno a proteggersi vendendo nostri titoli. Se si mantiene questo scenario di grande ‘happening’ di metà ottobre si potrebbe provocare un movimento dei mercati già dai primi di settembre. Sarebbe utile – aggiunge – anticipare i mercati di almeno un mese comunicando gli obiettivi blindati di deficit e debito perché, con un dibattito politico aperto su vari temi, più cresce l’ansia più si rischia di creare instabilità”. Per usare un termine salviniano, la pacchia è finita.

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