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Perché lo spread oggi punisce l’Italia per la sua inaffidabilità

Siamo diventati un posto meno accogliente per gli investitori. Non è un complotto, è la conseguenza del contratto

13 Luglio 2018 alle 12:46

Perché lo spread oggi punisce l’Italia per la sua inaffidabilità

Foto Pixabay

Al direttore 

Ha ragione il direttore del Foglio Claudio Cerasa quando chiede ai suoi lettori, in un tweet, se il governo Lega - Movimento Cinque Stelle abbia fatto diventare l’Italia un posto più o meno accogliente per gli investitori internazionali, mostrando il grafico dell’impennata dello spread subito dai nostri di titoli di Stato subito dopo l’avvento del governo giallo-verde. La risposta l’ha già fornita martedì scorso all’assemblea dell’ABI il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, quando ha dichiarato che l’Italia, se arrivasse una bufera speculativa, sarebbe meno solida di dieci anni fa, quando presidente del consiglio era Silvio Berlusconi. Una dichiarazione che smentisce in un colpo solo tutti coloro che hanno fatto credere per anni che l’arrivo di Mario Monti al governo, allora visto come il salvatore della Patria, aveva finalmente risanato il Paese, rassicurato i mercati finanziari e messo a posto i fondamentali dell’economia. Le parole di Visco sentenziano in maniera inequivocabile che le cose sono andate molto diversamente.

 

“Le dichiarazioni più realistiche e rigoriste del ministro dell’Economia Giovanni Tria compensano
i danni, contenendo le perdite sui mercati. Gira una battuta tra i broker di Londra:
si compra quando parla Tria, si vende quando parlano gli altri improbabili economisti
del governo gialloverde”

 

La recente impennata degli spread e l’aumento dei rendimenti dei nostri titoli di Stato hanno più volte fatto scattare sulla stampa il paragone con quanto accadde nel novembre del 2011, quando, dopo una estate drammatica sul piano tanto politico quanto finanziario, il differenziale di rendimento dei nostri titoli di Stato rispetto ai Bund tedeschi arrivò a toccare la cifra record di 574 punti base, nonostante i fondamentali dell’economia italiana, nonché la credibilità del governo in carica, fossero di gran lunga migliori rispetto alla condizione attuale. Credibilità derivante anche dalla gestione che era stata fatta della prima fase della crisi internazionale legata allo scoppio della bolla dei mutui subprime negli Stati Uniti, quando l’Italia, in via prudenziale, già l’8 ottobre 2008 varò l’istituzione di un Fondo di 20 miliardi di euro finalizzati alla ricapitalizzazione delle banche italiane, qualora ve ne fosse stato bisogno. Fondo che non è mai stato utilizzato, in quanto bastò l’approvazione in Consiglio dei ministri per tranquillizzare i mercati. Il provvedimento dell’esecutivo italiano, giova ricordare, fu tanto apprezzato proprio dagli operatori internazionali che due giorni dopo il governo di Gordon Brown varò un atto simile per le banche inglesi.

 

La crisi dello spread del 2011, dunque, non è per nulla paragonabile a quella recente, per via delle diverse cause che la scatenarono. Allora, il drammatico aumento fu causato inizialmente da un fenomeno speculativo dovuto alla svendita, nel primo semestre di quell’anno, resa pubblica nel secondo semestre, della quasi totalità dei titoli sovrani detenuti in portafoglio dal colosso tedesco Deutsche Bank, che diede il via al maxi sell-off di BTP da parte di altri colossi finanziari. E all’esplosione, il 13 settembre 2011, dei Credit default swap, vale a dire quei contratti derivati che indicano quanto costa coprirsi dal rischio di fallimento di un paese, da 171 punti base si sale fino a 504 quando l’allora presidente della Commissione europea, José Barroso, volle puntare il dito contro l’Italia.

 

A questa speculazione seguì un vero e proprio complotto politico ordito dalle cancellerie europee ai danni del governo Berlusconi, al fine di farlo cadere. Ancora oggi ricordiamo le risatine dell’allora presidente francese Nicolas Sarkozy e della cancelliera tedesca Angela Merkel, quando si parlava del caso Italia, e della testimonianza resa dall’allora segretario del Tesoro Timothy Geithner nel suo libro “Stress test”, nella quale dichiarava apertamente che alcuni alti ufficiali europei chiesero all’allora presidente degli Stati Uniti di aiutarli a far cadere il governo italiano, ricevendo un netto rifiuto dal presidente Barack Obama. Così come anche l’ex premier spagnolo, José Luis Zapatero, ha raccontato nel suo libro “Il dilemma” che nel 2011 al G20 Cannes si attentò alla sovranità dell’Italia. A livello internazionale, dei mercati attraverso una speculazione opportunistica e irresponsabile, e anche interno, in Italia, con un’opposizione che preferì cavalcare il complotto per liberarsi di un avversario politico altrimenti troppo forte, piuttosto che salvaguardare la stabilità del Paese.

 

A quel tempo, purtroppo, ricordiamo che l’Italia non poté godere di quasi nessun aiuto finanziario da parte della Banca Centrale Europea, in quanto lo strumento del Quantitative Easing non era ancora stato approvato da Francoforte. Ci fu, invece, una lettera inviata dall’allora presidente della BCE, Jean-Claude Trichet, al governo italiano nella quale la banca centrale indicava le misure antispeculazione da adottare con urgenza da parte dell’Italia per rafforzare la sua reputazione sui mercati finanziari. Una mossa troppo debole che non servì in alcun modo a fermare l’ondata di svendite dei titoli di Stato italiani. Il bazooka antispread, nella forma del Quantitative easing, della BCE entrò in funzione solo nel marzo 2015, grazie al presidente Mario Draghi che dovette dare seguito al suo impegno del luglio 2012 a fare “qualsiasi cosa” per evitare il crollo dell’eurozona. L’acquisto di massa dei titoli di Stato da parte di Francoforte servì a ridurre i rendimenti sovrani e lo spread. Della politica monetaria espansiva beneficiarono i governi successivi, da Monti a Letta, da Renzi a Gentiloni, senza che nessuno di essi però sfruttasse il periodo di bonaccia monetaria per intraprendere le misure strutturali che avrebbero permesso all’Italia di colmare il gap competitivo con gli altri paesi, come ricordato implicitamente dal discorso del governatore Visco.

 

Il recente aumento dello spread non è stato causato, invece, né dalla speculazione internazionale né da un complotto politico. Più semplicemente, lo spread si è impennato per via della natura del governo, considerato populista dai mercati, dell’atteggiamento da esso assunto, per cui in un primo momento è sembrato sostenesse il piano B di Paolo Savona di uscita dell’Italia dall’euro in una sola notte, con il “paper” del professore finito sulle scrivanie dei principali investitori istituzionali della City di Londra e di Wall Street e, infine, per via delle continue dichiarazioni dei responsabili economici della Lega Nord, Claudio Borghi, Alberto Bagnai e Armando Siri, che hanno più volte attaccato gli investitori internazionali definendoli prima speculatori e poi incapaci di comprendere il funzionamento dell’economia.

 

Per non parlare delle proposte economiche del tutto assurde lanciate dagli stessi membri della maggioranza, come quella di limitare la vendita dei titoli di Stato alle sole famiglie italiane, escludendo gli investitori istituzionali esteri o alle continue provocazioni sulla necessità da parte dell’Esecutivo di non rispettare le regole europee di finanza pubblica. Difficile, con un atteggiamento così presuntuoso e conflittuale, aspettarsi fiducia dagli stessi investitori che si è deciso di attaccare. Per fortuna, le dichiarazioni più realistiche e rigoriste del ministro dell’economia Giovanni Tria, compensano i danni, contenendo le perdite sui mercati. Gira, infatti, una battuta tra i broker di Londra: si compra quando parla Tria, si vende quando parlano gli altri improbabili economisti del governo giallo-verde. Come non dar loro ragione.

 

Fuori dall’ironia, l’esito di questo caos è sotto gli occhi di tutti: lo spread è aumentato strutturalmente di 100 punti base non solo sul mercato secondario ma anche sul primario, con conseguente aumento della spesa per interessi sul debito di alcune decine di miliardi di euro se proiettati sulla durata media dei titoli emessi, che andrà ad incrementare ancora il già pesantissimo fardello del deficit e debito pubblico. Come non dare ragione, allora, al governatore Visco: l’Italia dieci anni fa stava meglio. Con i governi di sinistra e non eletti dal popolo, dopo, abbiamo soltanto perso tempo.

Renato Brunetta
deputato di Forza Italia

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