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Uscire dall'euro ma anche no. Ecco cosa pensa il ministro dell'Economia (in pectore) del governo gialloverde

Paolo Savona raccontato dal suo allievo Antonio Maria Rinaldi: “È senz’altro la persona più adatta a ricoprire quel ruolo. L’ipotesi di uscire dalla moneta unica deve essere un’arma di ricatto”

22 Maggio 2018 alle 18:39

Uscire dall'euro ma anche no. Ecco cosa pensa il ministro dell'Economia (in pectore) del governo gialloverde

Paolo Savona (foto LaPresse)

Roma. “Qua-ran-ta-du-e”. Antonio Maria Rinaldi lo scandisce bene, quel numero, come a voler rimarcare, nel tono della voce, l’importanza del vincolo. Quarantadue, infatti, sono gli anni che lo legano a Paolo Savona. “Era il 1976 – ricorda Rinaldi – e Guido Carli incaricò il suo allievo prediletto di contribuire a rifondare l’università Pro Deo, da cui nacque la Luiss. Io proprio allora lo ebbi come docente, e per me fu una folgorazione”. Che dura tuttavia, se Rinaldi, oggi docente alla Link Campus di Roma, si compiace di essere rimasto “un discepolo sempre fedele, fino ad oggi”. Oggi che l’economista di origine sarde, già alla guida del dicastero dell’Industria e del commercio durante il governo Ciampi tra il 1993 e il 1994, è in lizza per andare a guidare il ministero di via XX settembre.

 

Ce lo vorrebbe la Lega, com’è noto, ma ce lo vorrebbero anche i Cinquestelle. E non a caso, in queste ore, quasi a rivendicare una compartecipazione nella scelta, i parlamentari più vicini a Luigi Di Maio ricordano delle varie comparsate di Savona sul Sacro blog, già in tempi non sospetti.

 

“Ci siamo sentiti, certo”, conferma Rinaldi, che subito però blocca la curiosità di chi gli chiede lumi sull’umore del maestro: “Ho la consegna del silenzio, e la rispetto. Posso solo dirvi che il professore è ottimista e fiducioso, e che sarebbe senz’altro la persona più adatta a ricoprire quel ruolo. Ha carisma e competenza, una reputazione altissima all’estero e una capacità di mediazione fenomenale”.

 

E a qualcuno, com’è ovvio, il giudizio apparirà di parte, non del tutto scevro degli effetto di una ammirazione maturata in quasi mezzo secolo di conoscenza e collaborazione. E però Rinaldi, che con Savona già nel 2012 aveva elaborato una proposta per abbattere il debito pubblico in modo radicale, ci tiene a garantire che questa può essere davvero “un’occasione irripetibile per far valere le ragioni italiane a Bruxelles”. Sempreché, ovviamente, le perplessità che da più parti sorgono intorno alla figura di Savona, e che angosciano non pochi ragionamenti anche dalle parti del Quirinale, alla fine si dissolvano.

 

Chiariamolo: il professor Savona – spiega il suo allievo – non né leghista né tantomeno grillino. Ha un buon rapporto, questo è vero, con parecchi parlamentari delle due forze, ma il suo è un profilo assolutamente autonomo”. Non è un mistero, comunque, che le posizioni espresse dal M5s e dal Carroccio, in questi anni, trovino una certa sintonia col pensiero di Savona. Il quale, nel leggere le proposte economiche contenute nel “contratto di governo” grillo-leghista, non deve essersi scandalizzato affatto, almeno a giudicare dalla testimonianza dello stesso Rinaldi. Che non ha trovato azzardate neppure le tentazioni di chiedere alla Bce la cancellazione dei debiti contratti tramite il Quantitative easing.

 

“Mi sembra che nella stesura definitiva – chiarisce – si chieda a Francoforte che i titoli di stato di tutti i paesi dell’area euro già acquistati siano esclusi pro quota dal calcolo del rapporto debito-pil: dunque non sarebbe affatto una misura che avvantaggerebbe un solo paese a discapito degli altri”. E dopo tutto, Rinaldi ci tiene ad affermarlo, “non si può certo pretendere che un governo che nasce dopo un voto come quello del 4 marzo, che ha visto trionfare una domanda di cambiamento drastica, se non di rottura, si limiti poi ad applicare riforme troppo moderate”.

 

Insomma, è tempo di scelte radicali. Compresa quella di mettere in discussione la permanenza stessa dell’Italia nell’euro. Dice Rinaldi: “Savona è convinto, e io con lui, di una semplice verità. E cioè che l’ipotesi di uscire dalla moneta unica deve essere per l’Italia un’arma di ricatto da utilizzare nei confronti della Germania e degli altri paesi europei per ottenere delle concessioni sui vincoli di bilancio”. Ma se è vero che “solo paventando soluzioni di rottura si può ottenere ascolto a Bruxelles, dacché l’Europa ha bisogno dell’Italia almeno tanto quanto l’Italia ha bisogno dell’Europa”, allora che senso ha agitare lo spauracchio di scelte drastiche già sapendo che in realtà non si sarebbe pronti a prenderle? Rinaldi risponde d’istinto: “Tutto dipende dal tasso di credibilità della classe politica. Del resto, è pensabile forse che Germania e Francia non abbiano già elaborato un piano B che preveda la loro uscita dall’area euro, e che lo evochino quando vogliono sfoggiare i muscoli? Mostrarsi disposti, come extrema ratio, ad abbandonare la moneta unica, è un modo per aumentare il proprio peso contrattuale nei tavoli europei. Insomma, c’è bisogno di una nuova deterrenza: la Guerra Fredda insegna che per scoraggiare i tuoi rivali dall’intraprendere azioni unilaterali, devi munirti di un arsenale atomico”.

 

E nel far questo, di nuovo, Savona sarebbe la persona migliore, secondo Rinaldi. Il quale, rispetto alla carriera del suo mentore, non ravvede alcuna “svolta improvvisa anti-euro”, ma semmai una “estrema coerenza”. E’ stato l’allievo del principale teorico del “vincolo esterno”, Savona, ed è entrato poi nel governo guidato da uno degli italiani che più si è impegnato per l’entrata immediata del nostro paese nell’euro. “E tuttavia – insorge Rinaldi – a Ciampi non ha mai nascosto i suoi dubbi sul progetto della moneta unica, e con Carli non mancarono le discussioni franche. Quando si trattò di firmare il trattato di Maastricht, Savona fece presente all’allora ministro dell’Economia che era sbagliatissimo non prevedere un opting out per l’Italia: aveva già allora ben chiaro che precludersi la soluzione dell’uscita avrebbe significato accettare di andare a un duello disarmati”. E d’altronde Rinaldi ne è convinto: “Quella che si è combattuta in questi anni è stata una guerra”. E siccome la “pace non è ancora alle porte”, meglio adeguarsi.

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