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Le due cose sbagliate nel governo giusto di Dux e Puff

La favola del governo votato dal popolo e le differenze con Trump. Guida preventiva sui nazionalpopulisti della mutua

22 Maggio 2018 alle 06:03

Le due cose sbagliate nel governo giusto di Dux e Puff

Foto LaPresse

Ora che tutti, compreso Zagrebelsky, sono arrivati finalmente a spiccicare le parole chiave “partitocrazia” e “extracostituzionale” a proposito delle procedure di formazione del governo Dux e Puff, lasciando alla sola estrema destra manettara di Travaglio il compito di farci degustare l’esecutivo del benecomunismo e del progressismo come una brioche, vale la pena segnalare un paio di fattori passibili di ridefinire come una buggeratura, perfino per chi ha votato Lega e 5 stelle, l’esecutivo che avanza baldante, più o meno.

 

Primo. Non è il governo che volevano gli elettori, non è una rivoluzione democratica all’insegna della combinazione, nella coscienza del paese reale, di nazionalismo padano e di sberleffo antipolitico. Per quanto i suoi capi facciano di tutto per dare questa impressione, con l’aiuto di nugoli di intellettuali e commentatori che già si sbracciano per dare una vistosa mano al nuovo potere, appartiene all’ordine della narrazione mitica e fake invece che ai concetti razionali l’idea che gli italiani abbiano scelto e riscelto, nelle urne, nella piattaforma Rousseau e nei gazebo, il governo del cambiamento (ma che originalità in questa definizione). Infatti al settentrione una quantità di elettori che poi ha fatto media con il 17 per cento nazionale ha dato un mandato a Salvini, demagogo: andate a laurà, via i negher, infrastrutturà, via i tass e abbasso l’euro, padroni a casa nostra, prima gli itagliani, piombo ai lader e altre amenità. E in queste regioni i grillozzi sono entità pressoché irrilevante. Nel Mezzogiorno una quantità di elettori sconsiderata che poi ha fatto media con il 32 per cento nazionale ha dato mandato a Di Maio, demagogo: soldi dello stato a gratis per tutti in nome dell’eguaglianza, blocco parambientalista del lavoro e dell’industria e delle infrastrutture ad essi necessarie, vitalizi out, in galera!, e altre amenità.

 

Che queste due piattaforme, portate da caporioni che si detestavano e deprezzavano senza sosta reciprocamente, e non solo in campagna elettorale, dovessero in questo Parlamento incontrarsi come unica formula per un governo con una maggioranza, ecco, qui questa unica formula l’avevamo individuata come prospettiva per tempo, prima che ci arrivassero anche i contrattisti dell’ultima ora, indicando con una certa precisione la forma e la procedura del premier terzo per quagliare, e rilanciando la raffigurazione simbolica del bacio Salvini-Di Maio come suggello iconico di un’analisi. Ma il dire che questa era l’unica manovra possibile per far nascere nelle Camere un esecutivo e una maggioranza, senza ricorrere a un nuovo voto, non significa legittimare la mitologica astrazione di un governo voluto come tale, con le sue idee, i suoi uomini, la sua piattaforma, dal popolo tutto riunito in assemblea. Questa è una belinata. Se la Le Pen solitaria Giovanna d’Arco avesse conquistato la presidenza francese, con il suo movimento, i suoi programmi, i suoi uomini, allora sì che il popolo avrebbe potuto essere definito titolare di una scelta, e il governo francese fregiarsi di quella “elezione” o “unzione democratica”. Qui da noi non è andata così. E’ andata in un altro modo. Due capipartito, profittando della scomparsa dell’organo in capo al quale starebbe la custodia della Costituzione, delle sue forme e dei suoi criteri, e anche a questo qualche giurista o opinionista volenteroso finalmente ci è arrivato, dopo tanto penare, qui da noi due capipartito hanno fatto un accordo politicista che avrà il suo riverbero – si presume – nella formazione di un ministero parlamentare con un suo programma inteso “contratto” in una Repubblica oggi regolata nel suo sistema istituzionale da una legge elettorale per due terzi proporzionale.

 

Voi direte: e che differenza c’è? C’è. E’ una differenza di carisma, di legittimità in relazione al popolo e ai suoi orientamenti, è il contrario delle pur grottesche aspirazioni di democrazia diretta dei web-addict che hanno votato su Rousseau un governo senza ancora il suo presidente e dei leghisti che ai gazebo padani hanno dato delega per un compromesso parlamentare a un loro leader che vuole far vedere i sorci verdi ai burocrati di Bruxelles alleandosi con una forza geneticamente diversa, votata in maggioranza in parti diverse del paese, per una spartizione di responsabilità e potere. 

 

Anche le soluzioni gestite in modo extracostituzionale e pasticciato, anche le creature ibride che rinverdiscono i riti della Prima Repubblica, ma senza cultura e regole dei partiti riconosciuti dalla Costituzione, possono aspirare alla piena legalità con difetto di legittimità. Ma di questo si tratta. Il governo Dux-Puff è un qualsiasi governo Rumor o Fanfani, non ha il diritto di travestirsi da governo Mussolini o da Consiglio bolscevico dei Commissari del popolo, con un Ami du peuple alla sua testa. Se vogliono cambiare scelte di prospettiva storica e di vita in auge nell’Italia occidentale ed europea da alcuni decenni, possono provarci, ma la base del tentativo è una forzatura di significato. Siano invece modesti e procedano con i piedi di piombo, consapevoli della loro provvisorietà istituzionale e del carattere parlamentare del loro mandato, questi nazionalpopulisti della mutua che hanno spiantato la fragile Roma.

 

E qui interviene il secondo fattore. Il fattore Trump. Non si sa come andrà a finire l’avventura dell’impostore arancione, ché qualunque cosa faccia è invalidata dall’essere lui a farla, ma è certo che a un anno e qualche mese dalla sua elezione il presidente americano ha ottenuto risultati che luccicano, e non solo dal suo punto di vista di uomo del deal. Ha rovesciato la politica estera di Obama, come aveva promesso, verso Israele, verso l’Iran e verso la Corea, con risultati efficienti e non disprezzabili. Con Putin, che dicono suo mentore, e che certo gli ha voluto bene, a volte sembra piuttosto aspretto, chissà. Lo stesso efficientismo ha prevalso per l’ambientalismo onninormativo e paralizzante e per le tasse, che non è poco.

 

Sull’immigrazione è un po’ più dura, ma ci sta provando minacciando la California in quanto santuario di esseri umani che sono “come degli animali, delle bestie”, nota e assai popolare generalizzazione trumpiana di alcuni comportamenti criminali peraltro estensibili all’uomo bianco medio che spara e uccide a casaccio per ogni dove. Comunque, ora c’è l’accordo con i cinesi per il riequilibrio dell’export-import, dopo la minaccia di tariffe doganali che ha stupito e inquietato il mondo, e bisogna dire che il governo del tweet ha mostrato, non so se per nostra comune fortuna o disgrazia, una sua rara efficacia. Dux e Puff possono ambire agli stessi risultati? Dux è già sulla via imitativa, dice ai governanti europei che lo riprendono per gli sforamenti annunciati che lui farà il contrario di quelli di prima, insomma la decostruzione dell’Unione e dei suoi equilibri, tanto gelosamente garantiti dalle insensibili élite di una volta. Hanno considerato, i diarchi del ministero Rumor V travestito da governo del cambiamento rivoluzionario, che la sovranità dei tweet trumpiani è una cosa, quella dei loro annunci è un’altra? Hanno considerato che siamo parte di un patto monetario, politico e normativo con altri paesi di peso in Europa, e che se si vogliono fare deal alla Trump quel patto deve saltare, nonostante sia garantito, in teoria, da Costituzione, trattati e magari anche dalla sorveglianza dello zombi del Quirinale? Hanno fatto i conti con il debito nazionale e con il possibile panico, nel caso estremo che davvero volessero rompere con Bce e soci, anche della maggioranza dei loro elettori, che alla fine sono spesso risparmiatori e investitori? Molti auguri.

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  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    22 Maggio 2018 - 16:04

    A denti stretti, ma con il consueto magnifico stile, emerge, finalmente, il sarcasmo che più ci piace del direttore emerito: quello “liberato” (giusto un po’, per eleganza intellettuale) dalla modalità #NoTrump. Non è un endorsement. Ma l’elefantino che nello stessa pagina associa il concetto di “risultati efficienti non disprezzabili” alla (irrinunciabile) figura dell’ “impostore arancione”, è comunque un inizio. Ecco: fosse solo per aver costretto l’emerito, anche per un sol giorno, ad una valutazione meno acida del new deal USA (dopo - quella si- la peggiore presidenza americana di tutti i tempi), fosse solo per questo, già sarebbe valsa la pena assistere al tentativo in corso della diarchia “Dux e Puff”. Magari poi, vuoi vedere che anche la modalità #NoSalvini possa conoscere delle pause?....

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    22 Maggio 2018 - 15:03

    L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul Programma. Presidente del Consiglio : Giuseppe Programma. Ministro dell’Economia e Finanze: Luigi Programma. Ministro dell’Interno: Matteo Programma. La stragrande maggioranza dei Ministri e Sottosegretari un variegato insieme di nomi propri con lo stesso, identico cognome “Programma”. Poi Programma s’è mutato in Contratto. Fa più fico. Siamo campioni del Mondo di inane creatività astratta. L’architrave è la nostra nativa indole, quella che ci sorregge da millenni: "Tout casse, tout passe, tout lasse, il n'est rien, et tout se remplace"

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  • Chichibio

    22 Maggio 2018 - 12:12

    L'ami du peuple...ma non è quello morto pugnalato nella sua vasca da bagno? E questi non hanno neanche un David per ritrarlo.

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  • Giovanni Attinà

    22 Maggio 2018 - 12:12

    Sicuramente meritoria la campagna de"Il Foglio" sull'alleanza del governo gialloverde, ma l'Italia politica e culturale è troppo conformista per essere controcorrente e tra poco saranno ancora molti a salire sul carro dei vincitori o presunti tali. Del resto il primo partito di opposizione, leggi Pd, all'indomani del voto è arrivato con la frase:" Governino i vincitori", magari aggiungendo sottovoce, "se sono capaci".

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