Contro il metodo Stamina applicato all'economia italiana

Claudio Cerasa

Il caso Conte, il Colle e il rischio della bancarotta istituzionale senza un commissariamento del governo

Il futuro governo barzelletta guidato da un premier tecnico ma non tecnico, apprezzato per essere stato eletto dal popolo senza essere stato mai eletto dal popolo, scelto sulla base di un curriculum-non curriculum, incaricato di formare un governo senza aver ricevuto l’incarico di formare un governo, promette di regalarci un numero indefinito di sorrisi, di allegria, di buon umore, e ci sarebbe da leccarsi i baffi, e verrebbe voglia di acquistare vagonate di mais da popcorn, se le scene del governo barzelletta fossero solo una bella, rocambolesca e geniale sceneggiatura di un film. Purtroppo però non è così e se il presidente della Repubblica non troverà un modo per iniettare una buona dose di principio di realtà nel corpo irreale e surreale del governo populista ci sono buone possibilità di dover aggiornare con urgenza lo storico aforisma dedicato anni fa da Ennio Flaiano al nostro paese: “La situazione politica in Italia è grave ma non è seria”.

 

Ci piacerebbe davvero che fosse così, ma più passano le ore e più aumentano le possibilità che per la prima volta da molto tempo la situazione politica ed economica in Italia sia non solo grave ma anche seria.

 

Ce lo hanno ricordato in questi giorni i mercati, lo spread, le Borse, gli osservatori internazionali, le agenzie di rating, gli investitori stranieri che detengono circa 686 miliardi di titoli di stato e ce lo ha ricordato ieri pomeriggio con un articolo perfetto un importante commentatore inglese del Financial Times, Martin Wolf, che ha sintetizzato in poche righe un rischio che tra una risata e un’altra può far diventare quella che oggi sembra una semplice commedia una chiara sciagura. “Il programma del Movimento 5 stelle e della Lega – ha scritto Wolf – contiene elementi sufficienti per innescare un conflitto con l’Unione europea e con la zona euro. Maggiori spese, minori entrate, aggressione alle regole fiscali e monetarie della zona euro”. I calcoli che ogni investitore con la testa sulle spalle sta facendo immaginando la traiettoria futura dell’Italia sono semplici. Il governo uscente ha negoziato con la Commissione europea un piano fiscale che, sulla base di un trattato europeo firmato nel 2012, implica un rapporto deficit/pil che da qui al 2020 è destinato a passare dall’1,6 per cento del 2018 a una cifra vicina allo zero per cento nel 2020, con conseguente calo del debito pubblico da quota 132 a 124. Sulla base di questa promessa, gli investitori hanno scommesso sull’Italia, acquistando debito pubblico. E anche sulla base di questa promessa, dal 2015 la Banca centrale europea ha cominciato ad acquistare anche i nostri titoli di stato. In base alle stime più ottimistiche, i due azionisti del governo barzelletta hanno firmato un contratto che prevede a regime un impiego di risorse pari a 80 miliardi di euro l’anno: circa il 4,5 per cento del pil. Salvini e Di Maio, in modo più o meno colorito, negli ultimi giorni, per rispondere allo scetticismo registrato sui mercati rispetto alle premesse di governo, hanno fatto sapere di volersene fottere dei mercati e hanno scelto di seguire la linea di Alessandro Di Battista, convinto che sia più importante ascoltare quello che si dice nei bar che nei mercati. Nessuno può obbligare Di Maio e Salvini a considerare quello che pensano coloro che hanno in mano 686 miliardi di titoli di stato italiani più importante di quello che pensano nei bar di Di Battista. Ma qualcuno dovrebbe avere la forza in queste ore di spiegare a Di Maio e Salvini che te ne puoi fottere dei mercati ma non te ne puoi fottere della conseguenza che potrebbe avere sul nostro paese giocare con l’economia con lo stesso stile usato dal professor Conte per giocare con il suo curriculum.

 

Qui siamo contro i catastrofisti e contro gli sfascisti e contro i pessimisti. Ma c’è un dato di fronte al quale essere eccessivamente ottimisti oggi rischia di essere pericoloso. Un dato collegato a tre lettere e un numero che si trovano al centro del più grande rischio che può correre l’Italia: Baa2. Baa2 è l’attuale valutazione fatta da Moody’s sull’affidabilità dei titoli di stato italiani e il rating in cui si trova oggi il nostro paese è appena di due livelli superiore alla valutazione spazzatura: al famoso non-investment grade. Basterebbe dunque un singolo downgrade, come ha minacciato due giorni fa di fare Fitch valutando le promesse contenute nel contratto di governo, per avvicinarsi a uno scenario che forse potrebbe interessare anche il barista di Dibba. Quando un paese entra nel girone del non-investment grade succedono tre cose. Primo: la Bce deve interrompere l’acquisto di obbligazioni italiane. Secondo: la Bce non può rinnovare le obbligazioni italiane nel momento della loro scadenza (sono 340 miliardi di euro i titoli di stato dell’Italia detenuti dalla Bce). Terzo: la Bce non può più accettare obbligazioni italiane come garanzia (significa che circa 200 miliardi di euro di debito collocati da banche italiane a titolo di garanzia, comprese quelle emesse da aziende private, dovrebbero essere ritirati e trasferiti in Banca d’Italia utilizzando lo stesso strumento utilizzato nel 2015 dalla Grecia per finanziare il suo debito pubblico diventato spazzatura: l’Ela, Emergence Liquidity Assistance).

 

In altre parole, se il nuovo governo dovesse infrangere le regole, e appassionarsi più ai bar che ai mercati, entrerebbe in un terreno più che minato all’interno del quale la Banca centrale europea semplicemente non potrebbe più aiutarlo. Il caso Stamina, caso seguito dal professor Conte con attenzione quando ha scelto di sostenere la battaglia di una famiglia italiana desiderosa di curare la propria figlia con il metodo Vannoni, ha dimostrato che la medicina non convenzionale uccide i pazienti. E prima di fare applicare il metodo Stamina all’economia italiana forse, caro presidente Mattarella, conviene pensarci su. E per evitare una bancarotta istituzionale oggi per il Quirinale forse c’è solo una strada possibile: far partire un governo solo a condizione di commissariare i luoghi dove si deciderà il futuro economico del paese. Il modello Stamina applicato all’Italia anche no, grazie.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.