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Contro una Corte dei Conti sovranista

Il processo dei magistrati contabili sui derivati tra Tesoro e Morgan Stanley mina l’affidabilità del paese. L’ossessione del complotto e la caccia al capro espiatorio paralizzano investitori e funzionari pubblici. Caso scuola di populismo giudiziario

20 Aprile 2018 alle 06:00

Contro una Corte dei Conti sovranista

Il palazzo di Morgan Stanley a New York (foto Alan Wu via Flickr)

Si è aperta con una requisitoria fiume di oltre tre ore del procuratore Massimiliano Minerva la prima udienza del caso dei derivati Morgan Stanley. La procura della Corte dei conti – con l’adesione della Cgil di Susanna Camusso e della Federconsumatori di Rosario Trefiletti – accusa la banca americana e quattro ex funzionari del Tesoro di danno erariale per la chiusura anticipata di contratti derivati. A Morgan Stanley vengono chiesti 2,7 miliardi di euro, a Maria Cannata un miliardo e sette milioni, a Vittorio Grilli 23 milioni, a Vincenzo La Via 122 milioni e 87 a Domenico Siniscalco.

     

Prima di ricostruire la vicenda è utile ricordare che i derivati non sono lo sterco del demonio, ma uno strumento finanziario usato per coprirsi dai rischi. Quando assicuriamo l’automobile e non ci capita alcun incidente, non vuol dire che abbiamo sprecato soldi. Uno dei criteri per una sana gestione del debito pubblico – soprattutto il terzo più grande al mondo come quello italiano – è la prudenza. I funzionari del Tesoro con un’operazione difensiva hanno cercato proprio di coprirsi dal rischio di un rialzo dei tassi. Le cose sono andate diversamente. Ma nessuno all’epoca poteva prevedere che con il fallimento di Lehman Brothers e l’arrivo della grande crisi il mondo si sarebbe capovolto stravolgendo le curve di tassi e rendimenti, i comportamenti delle banche e soprattutto delle banche centrali. Nessuno poteva immaginare l’errore della Bce di Jean-Claude Trichet di alzare i tassi durante la crisi finanziaria, né il successivo abbattimento a zero con Mario Draghi.

 

La chiusura anticipata del contratto, contestata dalla Corte, prevista per legge, è possibile grazie a un decreto del 1994 scritto dall’allora direttore generale del Tesoro, Draghi, e firmato dal presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. La clausola di “early termination”, costata allo stato italiano 3,1 miliardi di euro, era attivabile da diversi anni ma Morgan Stanley l’ha esercitata solo nel 2012 – dopo averla negoziata con Roma – perché era troppo esposta al rischio Italia. Se il contratto fosse arrivato a scadenza sarebbe costato, secondo la difesa del Mef, 5,9 miliardi (quasi 3 in più), ma Morgan Stanley ha chiesto l’uscita anticipata a causa del rischio default.

 

Il Tesoro e i suoi dirigenti potevano impugnare quella clausola, come sostiene l’accusa? A prescindere dall’esito incerto di un tale ricorso, c’è da considerare che all’epoca l’Italia era in una condizione fragilissima e faticava a convincere gli investitori a comprare il suo debito: il rifiuto di rispettare un contratto, nel pieno della crisi del debito sovrano, avrebbe minato la credibilità del paese e rotto quel delicato rapporto di fiducia tra creditori e debitore. Ma ciò che è più rilevante è che su questi aspetti si sono già pronunciati due tribunali, con due archivizioni. In seguito a un’indagine della procura di Trani collegata ai “complotti” (smentiti) delle agenzie di rating, inchiesta poi trasferita a Roma per competenza territoriale, nel 2015 Maria Cannata è stata archiviata per manipolazione del mercato, truffa e abuso d’ufficio. L’archiviazione è stata richiesta dall’accusa, dal pm Nello Rossi e dal procuratore Giuseppe Pignatone, sulla base di una consulenza tecnica che ha rilevato come la clausola “non poteva essere considerata in sé come fonte asimmetrica tra le parti contraenti” e che lo stato italiano non aveva alternative “giuridicamente e razionalmente praticabili” al rispetto del contratto, anche perché in caso di contestazione avrebbe subìto un danno “facilmente intuibile in termini di perdita di reputazione e difficilmente calcolabile nei suoi effetti economici”. Anche a posteriori la stipula e la recessione sono giustificabili. Allo stesso modo, nel 2016 il Tribunale dei ministri ha archiviato le accuse all’ex premier Mario Monti e al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.

  

Circa le accuse della procura della Corte dei conti, c’è da aggiungere che dal 1996 il Tesoro invia ogni sei mesi alla Corte dei conti una relazione sulle sue attività; mai sono stati sollevati dubbi di correttezza o legittimità. Se le richieste del procuratore fossero accolte è lecito chiedersi quali saranno le conseguenze sulla stabilità finanziaria. Il Tesoro potrebbe trovarsi in difficoltà a collocare il debito e a proteggersi dai rischi: i diciannove investitori specialisti in titoli di stato e le banche d’affari potrebbero valutare l’eventualità di tenersi lontani dall’Italia. Morgan Stanley è infatti chiamata a risarcire 2,7 miliardi e viene trattata dalla Corte come se fosse parte integrante dell’amministrazione statale. C’è già un precedente. L’agenzia di rating Standard & Poor’s è stata accusata (poi assolta) sempre dalla procura di Trani per il “complotto dello spread” del 2011 (stesso periodo del derivato Morgan Stanley) e accusata dalla Corte di conti per un danno erariale da centinaia di miliardi (poi archiviata). La tendenza della Corte a far rientrare nella sua giurisdizione soggetti esterni al perimetro pubblico può creare dei problemi alla sostenibilità del debito: se gli specialisti si trovano a dover sopportare, oltre ai propri, anche i rischi e le responsabilità della controparte, sarà difficile convincerli a comprare ogni anno 450-500 miliardi di Btp. Se comincia a mancare la fiducia da parte degli investitori esteri la domanda di titoli di stato si abbassa e lo spread sale, con conseguenze che abbiamo già sperimentato.

  

C’è infine la questione, notata da Federico Fubini sul Corriere della Sera, che riguarda i funzionari pubblici: se ai dirigenti che per anni hanno gestito il debito viene chiesto personalmente un risarcimento fuori scala non c’è da stupirsi se nessun funzionario si azzarderà a firmare una carta se non potrà scaricare la responsabilità su un altro. In Grecia Andreas Georgiou, l’ex presidente dell’Istat ellenico, è stato condannato a due anni in primo grado per avere svelato i conti truccati del paese e ora è costretto a sostenere le spese legali attraverso crowdfunding. A lui è stata addossata la colpa della crisi greca. Dietro questioni giuridiche e finanziarie così complesse, si celano meccanismi psicologici più semplici: l’ossessione del complotto esterno e la ricerca del capro espiatorio. E’ una brutta e pericolosa spirale, in cui il paese rischia di avvitarsi.

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