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I populisti si battono con il modello Acerra

Il buon senso e la follia della politica si misurano con la gestione dei rifiuti. In Campania c’è una fantastica storia di successo che nessuno racconta e che ha permesso di seppellire le balle benecomuniste (e grilline)

26 Febbraio 2018 alle 13:15

I populisti si battono con il modello Acerra

Tutto qui? E’ questo “l’ecomostro che ci hanno imposto”, come gridano i comitati del No Tmv (acronimo di termovalorizzatore)? Qualcuno di loro, impacchettato il presepe, è mai stato nella Ruhr, a Stoccolma o a Copenaghen? Ciò che si scorge uscendo dall’autostrada ed entrando nella zona industriale di Acerra non assomiglia affatto alla sua rappresentazione mediatica. Svettano da lontano i tre camini sottili alti un centinaio di metri, circondati da una struttura metallica elicoidale color blu cobalto. Nessun fumo è visibile a occhio nudo. Nessun cattivo odore all’esterno, anche se accanto si alza la torre, più grande e tradizionale, a strisce bianche e rosse, della centrale termoelettrica alimentata con olio di palma che la società Friel fa venire dall’Indonesia fino al porto di Napoli. Dall’A1 che scende giù verso Pomigliano d’Arco dove la Fiat Chrysler costruisce la Panda, si esce a destra guidati da un cartello non troppo visibile che indica il termovalorizzatore.

   

Ciò che si scorge è lontano dalla rappresentazione mediatica. Nessun cattivo odore, nessun fumo visibile a occhio nudo

Ma, appena scesi lungo la stretta rampa diretti alla zona industriale, sembra di piombare in uno di quei poli di sviluppo sudamericani, con avveniristici stabilimenti, costruiti dalle multinazionali, che si raggiungono solo grazie a un fuoristrada. La carreggiata non è divisa da nessuna linea segnaletica, i camion la occupano per metà, il resto è lasciato al caso, si cerca di indovinare il percorso affinché le ruote non finiscano in ampie pozze fangose o voragini piene di pietraglia nascosta dall’acqua piovana. Così, per circa un chilometro, è tutta una chicane. Viene in mente quel che scriveva oltre cento anni fa il viaggiatore e storico scozzese Charles MacFarlane in un saggio sull’Italia meridionale e il banditismo: piuttosto che mandare generali (o magari insieme a loro) meglio inviare costruttori di strade. Molte cose sono cambiate da allora, è ovvio, se non altro il Regno delle Due Sicilie è stato assorbito dal Regno d’Italia e poi dalla Repubblica italiana, eppure se si pensa alla Salerno-Reggio Calabria e alla ‘ndrangheta o alla camorra e al traffico di rifiuti, l’ammonimento resta quanto mai attuale.

   

Nessuno è mai venuto a protestare per migliorare la via d’accesso, nessuno dei gruppi, gruppuscoli, partitini, partitoni, movimenti sociali e politici che si sono scagliati per quasi dieci anni contro “l’ecomostro” al grido di assassini, inquinatori, speculatori e via via accanendosi, ha mai dedicato le proprie energie a queste paludi chiamate strade. Nemmeno il sindaco di Acerra Raffaele Lettieri il quale, eletto per un secondo mandato, ha incrociato le armi con il presidente della regione Campania, Vincenzo De Luca, contro l’ampliamento del termovalorizzatore. Il fatto è che le buche sul manto sterrato non avrebbero mai inguaiato una grande società industriale come Impregilo, non avrebbero mai messo alle strette un manager star come Cesare Romiti, o esposto alla gogna un politico di primo piano come Antonio Bassolino e con lui un intero partito già di lotta e ora di governo come il Pds, poi Ds ora Pd, insomma gli ex comunisti e i loro figli. Ma meglio non correre troppo avanti.

    

    

Senza queste 713 mila tonnellate macinate, bruciate, riciclate in un anno, ’a munnezza coprirebbe le vie di Napoli

I giornali hanno annunciato che verrà Silvio Berlusconi per proclamare che si deve a lui se Napoli è uscita dall’emergenza rifiuti: è stato il suo governo a sbloccare il termovalorizzatore mandando i soldati per proteggerlo e difendere i tecnici lombardi della A2A che lo gestiscono. Senza queste 713 mila tonnellate macinate, bruciate, riciclate in un anno, ‘a munnezza ricoprirebbe ancora le vie e le piazze partenopee dal Vomero a Capodichino. Berlusconi farà pure propaganda, però non ha torto. Luigi De Magistris dice che la crisi è finita dopo la sua conquista di palazzo San Giacomo nel 2011, ma guarda caso il mandato del sindaco coincide proprio con il periodo in cui l’impianto di Acerra ha cominciato a funzionare a pieno ritmo. Dunque, diamo a Silvio quel che è di Silvio. Il fatto è che tacciono anche i dirigenti del Pd per una delle tante ipocrisie delle quali, nonostante la rottamazione, non sono riusciti ancora a liberarsi. Quanto a Luigi Di Maio, che ha proprio qui il suo collegio elettorale, per ora glissa, preferisce cavalcare l’ultima carica dei dragoni mediatico-giudiziari che colpisce De Luca & family. In ogni caso, si sa che i pentastellati sono contro tutte queste diavolerie industriali che a loro parere allontanano la meta dei rifiuti zero, del chilometro zero, dell’energia zero, della crescita zero. A forza di deliri futuristici, il pattume romano ha sporcato, eccome, l’immagine patinata di Virginia Raggi, indecisa a tutto, eppure nettissima nel rifiutare l’idea di trattare l’immondizia come si fa in tutte le grandi città europee, per non parlare delle capitali del nord.

  

Il termovalorizzatore di Acerra (foto LaPresse)

    

A Copenaghen mostrano con orgoglio Amager Bakke, il più grande e moderno impianto europeo: sorge sul canale a poche braccia marine dalla statua che celebra la sirenetta di Andersen, nel bel mezzo di un’area verde e d’inverno si trasforma addirittura in pista da sci. Lo ammirano anche, stando ai loro siti, gli ecologisti italiani che si sono battuti contro i termovalorizzatori in Italia. La Danimarca dista duemila chilometri ed è meglio che resti lontana. Nimby, not in my backyard, non nel mio, meglio nel cortile di casa altrui.

   

Il tmv di Acerra, spiegano i tecnici, è costituito da tre linee indipendenti di termovalorizzazione e depurazione fumi, operanti in parallelo, da una sezione comune di produzione energia elettrica, nonché dai sottosistemi funzionali al processo, distinto nelle sue fasi principali (combustione, generazione di energia elettrica, depurazione fumi).

   

Come si vince la guerra dei rifiuti

Pochi impianti industriali in Italia hanno una storia politica così ricca e così folle. Risale indietro nel tempo, addirittura alla prima grande emergenza rifiuti del 1994 dalla quale nasce un mega piano per ben 24 inceneritori e 61 discariche. Facile capire che verrà ridimensionato

Quando arriviamo, ci sono quelli dell’Arpa campana per una delle loro visite settimanali (ci sono state 53 ispezioni lo scorso anno), tabelline alla mano, i guardiani dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale controllano le emissioni di tutti i gas prodotti dalla combustione e dalla lavorazione. Lo spazio, la strutture, i macchinari per quasi due terzi sono dedicati alla depurazione e i valori sono tra i più bassi in assoluto. Per consentire di accendere i forni, l’Aia (Autorizzazione integrata ambientale che fa capo al ministero dell’ambiente) ha imposto limiti alle emissioni inferiori in media del 50 per cento a quelli stabiliti dall’Unione europea. “Guardi qua”: i manager della A2A, l’azienda di Milano e Brescia, la società municipalizzata più grande d’Italia, squadernano soddisfatti grafici e numeri impressionanti. Val la pena davvero citarli: ossido di carbonio meno 85 per cento, ossidi di zolfo meno 97 per cento, acido cloridrico meno 79 per cento, acido fluoridrico meno 60 per cento, ossidi di azoto meno 39 per cento, polveri meno 90 per cento, mercurio meno 95 per cento, ammoniaca meno 97 per cento. Effetti miracolosi? No, attenzione meticolosa ed efficienza dei materiali che filtrano i sottoprodotti della combustione. I residui vengono a loro volta lavorati e inviati ad altre aziende specializzate: i metalli finiscono nelle fonderie, le polveri e i materiali inerti nei cementifici e nell’edilizia. Ad Acerra arriva solo la frazione secca dei rifiuti, imballati nello stabilimento di Caivano, a sei chilometri di distanza (anch’esso gestito da A2A) che li tritura e li impacchetta nei grandi cubi ricoperti di plastica bianca. I camion li scaricano nella vasca di ricezione, poi giganteschi artigli metallici guidati da due operatori seduti dietro una vetrata, li scompongono, li mescolano, li selezionano per prelevarli e depositarli nei tre forni dove scivolano lungo una griglia inclinata e mobile, mentre la corrente d’aria invia l’ossigeno necessario a consentire una combustione continua. L’acqua di raffreddamento si trasforma in vapore ad alta pressione che alimenta una turbina collegata a un generatore di elettricità che serve oltre duecentomila famiglie. Tutto il resto viene depurato. E proprio di quest’ultimo processo sono particolarmente orgogliosi i tecnici. “A Brescia abbiamo messo cinque alveari sotto la ciminiera per dimostrare la buona qualità dell’aria”, racconta Lorenzo Zaniboni che dirige la produzione dell’intero gruppo. Sarà più difficile ripetere l’esperimento, ma non per colpa del tmv. Secondo uno studio del Cnr pubblicato nell’aprile 2016, il contributo delle ricadute al suolo sul territorio degli ossidi di azoto è minimo per quel che riguarda il termovalorizzatore, massimo per gli effetti del traffico che si snoda lungo le autostrade che attraversano l’area: quella che scende verso Napoli e quella che prosegue per Salerno.

     

“Su di noi si sa tutto, siamo super-controllati ed è un bene – dicono i manager – A parte le visite periodiche, all’Arpa è consentito penetrare nel nostro sistema computerizzato per osservare momento dopo momento le emissioni”. In alto, nella plancia di comando, si apre una sala multimediale con computer e grandi schermi, attraverso i quali si può vedere ogni fase della lavorazione. Quando entriamo in questa sorta di war room, è già arrivata anche la task force dell’Arpa che guarda, chiede, annota. “Vede? – dice il nostro accompagnatore – siamo controllati e aperti, tutti possono visitare l’impianto, vengono scolaresche e vengono giornalisti”. Sono scesi a frotte quando c’erano i gruppi vocianti e minaccianti e hanno riempito pagine e pagine di invettive e luoghi comuni. Adesso, le manifestazioni continuano, ma a passo ridotto e fanno notizia solo sui media locali. “Noi siamo contenti così – dicono con senso pratico lombardo – Vogliamo lavorare e basta”. Il fatto è che loro credono ancora a Benedetto Croce secondo il quale “l’avanzamento civile di un popolo dipende, in ultima analisi, dal moltiplicarsi in esso degli uomini che sanno e che sanno fare”, e non ha nulla a che vedere con la dittatura della tecnica e altre astrusità da distruzione della ragione. Ma c’è da chiedersi chi la pensa così nel luogo in cui fiorisce la mitologia della terra dei fuochi.

     

La tecnica, la tocchiamo con mano entrando nell’impianto dove l’azzurro è il colore dominante e una sorta di gabbia metallica dipinta di blu copre, come fosse il dorso di un grande coleottero, lo spazio in cui arrivano i camion pieni di rifiuti. Pochi impianti industriali in Italia hanno una storia politica così ricca e così folle. Risale indietro nel tempo, addirittura alla prima grande emergenza rifiuti del 1994 dalla quale nasce un mega piano per ben 24 inceneritori e 61 discariche. Facile capire che verrà ridimensionato, ma è incredibile, pur tenendo conto delle difficoltà ambientali (per così dire), che di tanti ne sia rimasto solo uno. Alla gara si presentano l’Enel e la Fibe, un consorzio di più imprese guidato dalla Fisia del gruppo Impregilo che si aggiudica l’appalto offrendo condizioni migliori. L’impianto, costato 360 milioni, sorge su un terreno del ministero della Difesa e doveva essere pronto per il 31 dicembre 2000. Nuovo millennio, nuova èra. Alla regione Campania arriva intanto Antonio Bassolino, già apprezzato sindaco di Napoli, ministro del Lavoro nell’effimero governo guidato da Massimo D’Alema, nonché storico esponente della sinistra ingraiana del Partito comunista. E si trova a gestire una situazione eternamente emergenziale, con le elezioni politiche alla porte (saranno stravinte da Berlusconi). Il neo governatore si mette all’opera per sbloccare le autorizzazioni impantanate al ministero dell’Ambiente guidato da Willer Bordon. In attesa di essere trattate e bruciate, si accumulano le ecoballe stoccate a Giugliano, Villa Literno e Marcianise (oggi ci sono ancora 5 milioni di tonnellate), ma la costruzione e la messa in opera dell’impianto s’allunga anno dopo anno.

     

Nel 2003 era prevista la costruzione di un secondo termovalorizzatore a S. Maria La Fossa, ma la canea sollevata dal fronte del no mette paura a tutti, a cominciare dalle imprese. Blocchi, proteste. L’area dove sorge l’impianto viene occupata fino all’agosto 2004 quando intervengono cinquecento agenti

L’Impregilo (primo gruppo italiano di costruzioni frutto della fusione tra la Impresit della Fiat, la Lodigiani e la Girola, poi passato sotto il controllo della Gemina, la finanziaria che faceva capo a Romiti) non manca certo di esperienza in questo campo, visto che ha già costruito circa 500 impianti simili in giro per il mondo. Si trova però a corto di capitali e in difficoltà finanziarie durante la crisi dei tango bond, le obbligazioni emesse dall’Argentina. Nel 2003 si aprono i cantieri e spuntano come funghi i comitati del No, frutto di una paradossale alleanza multicolore. C’è l’azzurro, con il sindaco Michelangelo Riemma, esponente del Polo delle Libertà che pure è al governo a Roma, c’è il porpora con il vescovo Giovanni Rinaldi, c’è il rosso di Rifondazione comunista con il suo senatore Tommaso Sodano, c’é il verde di Alfonso Pecoraro Scanio. “L’inceneritore – dicono – genera diossina, quindi crea problemi ambientali e noi qui ne abbiamo già tanti”. La stampa osserva, registra, rilancia, sia quella locale sia quella nazionale. Il Corriere della Sera, soprattutto nel suo inserto campano, parla di beffa, lo chiama “cosiddetto termovalorizzatore” e compagnia cantando. Acerra insieme a Nola e Marigliano forma quel triangolo del grande inquinamento, sul quale si sono cimentati tutti, anche Gomorra e le Iene. Ma nessuno dei No Tmv è pronto ad ammettere che l’impianto può contribuire a risolvere il problema.

   

I commissari ai rifiuti, una trojka imposta dal governo, intendono andare avanti, e l’apertura è prevista dopo 18 mesi. Con questa scadenza in mente, vengono raccolte le ecoballe e ammonticchiate davanti al sito del termovalorizzatore, è il cibo per il mostro, o meglio il carburante per questa macchina ecologica. Il fatto è che l’impianto entra in funzione sette anni dopo, così che si accumulano sette anni di balle. Le collinette ricoperte di plastica nera sono ancora là e ci resteranno a lungo. “Ce la facciamo ad assorbire a mala pena il giorno per giorno – spiegano i tecnici – figuriamoci se possiamo smaltire il passato”. Nel 2003 era prevista la costruzione di un secondo tmv a S. Maria La Fossa, ma la canea sollevata dal fronte del no mette paura a tutti, a cominciare dalle imprese. Blocchi, proteste, lotta dura senza paura. L’area dove sorge l’impianto viene occupata fino all’agosto 2004 quando intervengono cinquecento agenti, una prova di forza concepita come un oltraggio, anzi, peggio ancora, “un golpe”.

     

Protesta al termovalorizzatore di Acerra (LaPresse)


  

Berlusconi taglia il nastro nel 2009, dal 2010 l’impianto lavora a pieno regime e smaltisce la metà dei rifiuti della regione. La condanna senza appello del vescovo, il sindaco alla testa dei malmostosi. Ma il malaffare s’annida nei rifiuti che non vengono trattati ad Acerra e che non si sa come smaltire

Un fronte trasversale, in realtà, si era creato anche tra i sostenitori del sì: il governo guidato da Berlusconi voleva tener fede agli impegni, ma a favore era anche una parte del Pd, a cominciare da Bassolino. E proprio contro di lui s’abbattono gli strali gauchiste (soprattutto di Rifondazione e Verdi) e il malcontento locale. Le strade sono coperte d’immondizia, s’accendono i fuochi sui quali soffiano i padroni delle discariche e delle terre sulle quali sorgono, affittate a prezzo d’oro. Bassolino viene nominato commissario straordinario per affrontare l’emergenza che sta mettendo sottosopra Napoli e l’intera Campania. La situazione impone che si muova con rude decisionismo, invece resta impigliato nei lacci e lacciuoli che ben presto formano una soffocante camicia di Nesso. Istituisce un call center per informare i cittadini sulla situazione e la Corte dei Conti sentenzia che è uno spreco di risorse pubbliche, un danno erariale stimato in tre milioni e duecentomila euro. Nel febbraio 2008 viene rinviato a giudizio su richiesta della procura di Napoli con accuse pesanti: frode, truffa ai danni dello stato, abuso d’ufficio, falso, reati ambientali. L’inchiesta ha molti filoni, vengono coinvolti anche il prefetto di Napoli Alessandro Pansa e la stessa Impregilo la quale sta subendo pesanti ricadute sui bilanci a causa del blocco dei lavori, perché le proteste sono riprese su vasta scala, tanto che il governo si vede costretto a mandare l’esercito per piantonare i cantieri. L’impianto è completato, ma i No Tmv giurano che non lo faranno mai funzionare.

     

Acerra tratta in media duemila tonnellate al giorno di rifiuti urbani e genera ricavi dalla riscossione della tariffa regionale di conferimento e dalla cessione dell’energia elettrica netta. A Roma la monnezza resta per terra, in assenza del termovalorizzatore e di alternative

Bassolino è costretto a dimettersi, contro di lui tuonano Antonio Di Pietro, Fausto Bertinotti, Pecoraro Scanio, e lo stesso Walter Veltroni, sia pure a malincuore, durante la campagna elettorale per le politiche del 2008. L’ex governatore si è sempre proclamato innocente. Nel 2010 subisce un nuovo rinvio a giudizio per peculato. La Corte dei Conti vuole che versi mezzo milione al comune di Napoli. Trafitto come san Sebastiano, Bassolino resiste e insiste, non chiede sconti né prescrizioni, vuole l’assoluzione con formula piena che arriva il 4 novembre 2013. “Il fatto non sussiste”, sentenzia infine la Cassazione e dove sussista non costituisce reato. Bassolino, però, ha pagato comunque, la sua parabola politica si estingue, quella dei magistrati no. Ha pagato duramente anche la Impregilo. L’impianto viene sottoposto a sequestro preventivo e l’azienda deve congelare 750 milioni di euro scesi poi a 266; ciò crea un buco finanziario notevole e mette in discussione il futuro del gruppo. Il titolo in Borsa crolla rispetto a quattro anni prima e gli azionisti (Gemina nel frattempo si è ritirata lasciando campo libero alla famiglia Gavio, ai Benetton con Atlantia e a Ligresti con Fonsai) si chiedono addirittura se val la pena continuare. I vertici verranno anch’essi pienamente assolti, ma nulla sarà più come prima.

     

Berlusconi, tornato nel frattempo al governo, nel 2009 taglia il nastro che era diventato un nodo gordiano. Guido Bertolaso alla protezione civile prende in mano la situazione, dichiara il sito di interesse strategico nazionale e l’impianto entra finalmente in funzione. La proprietà viene acquisita dalla regione Campania, la gestione affidata per 15 anni alla A2A che vince la gara internazionale battendo il colosso francese Veolia, e dimostra subito la sua efficienza già provata a Brescia con il termovalorizzatore più grande e moderno d’Europa (primato ora insidiato da Copenaghen). L’appalto consiste nella gestione in esclusiva dei rifiuti “che residuano a valle della raccolta differenziata indipendentemente dalla percentuale raggiunta da quest’ultima”. L’affidatario dovrà corrispondere un canone complessivo per l’utilizzazione degli impianti. Inoltre, potrà vendere energia elettrica al gestore di rete nazionale. Acerra tratta in media duemila tonnellate al giorno di rifiuti urbani provenienti dagli impianti di tritovagliatura e imballaggio della Campania, genera ricavi dalla riscossione della tariffa regionale di conferimento e dalla cessione dell’energia elettrica netta. Per quest’ultima, il 49,9 per cento è destinato a remunerare A2A per le attività di gestione e manutenzione degli impianti di Acerra e Caivano, nonché gli stipendi delle circa 220 persone assunte in Campania. I ricavi derivanti dal restante 50,1 per cento dell’energia elettrica immessa in rete e dalla tariffa di conferimento sono di competenza della regione che, dunque, ne trae un buon profitto. Anche se i costi sono elevati, a pieno regime l’impianto genera un sovrappiù. Nel 2010 comincia già a operare al 100 per cento della propria capacità. E l’emergenza rifiuti a Napoli prende a scemare. Il tmv di Acerra smaltisce gran parte dell’immondizia prodotta dai napoletani e nell’insieme la metà dei rifiuti della regione, il resto va altrove, a Brescia o nel nord Europa, a riempire le miniere di sale della Germania, con costi elevati per i contribuenti.

    

Berlusconi al termovalorizzatore di Acerra con il sottosegretario alla Protezione Civile Guido Bertolaso (LaPresse)

     

L’impianto non basta, è chiaro, ma funziona perfettamente. Dunque, il fronte del No fa autocritica? Nemmeno per sogno. Il vescovo ha passato la torcia al suo successore e lo stesso ha fatto il sindaco. Raffaele Lettieri, anche lui del centrodestra, si mette alla testa dei malmostosi. Di tanto in tanto, viene convocata qualche manifestazione davanti ai cancelli al grido di “assassini, assassini” che fa ribollire il sangue ai tecnici e ai lavoratori che ogni giorno cercano di sbarazzarsi dei rifiuti lasciati anche dai contestatori. Rancore e furore non danno retta a nessuno. Il Centro nazionale ricerche ha passato in rassegna tutte le fonti di inquinamento atmosferico e ha concluso che la colpa principale viene dal traffico automobilistico, quello urbano e quello extra, in un’area diventata ormai una gigantesca edge city, come gli americani chiamano quella concentrazione di attività economiche, centri commerciali, luoghi d’intrattenimento, abitazioni, diffusa nel territorio alla periferia delle città, dove le autostrade funzionano come arterie urbane. “E chi ha pagato quella ricerca?” tuona il vescovo Antonio Di Donna, che ha preso in mano la diocesi cinque anni fa e da allora non ha mai cessato la sua polemica. Una condanna senza appello che apre la porta alla più vieta tradizione complottarda. Il Cnr è un ente pubblico al quale ci si rivolge proprio perché rappresenta una istituzione terza, non l’espressione di interessi partigiani. Ma così non è secondo il monsignore al quale non piace il matrimonio tra fede e scienza auspicato da Teilhard de Chardin. “Questa città non può diventare il polo dei rifiuti”, contrattacca, e “scongiura” la regione e il parlamento affinché blocchino la costruzione di una quarta linea che potrebbe aumentare la capacità produttiva del tmv. “Dio non voglia questo ulteriore gravissimo danno alla città”, implora, se la prende direttamente con De Luca e ricorda che lo scorso Natale ha scritto una lettera invitando i cittadini a pregare contro l’ampliamento. Gli fanno eco politica, stampa, televisione, mentre la magistratura si è messa di nuovo all’opera.

     

Il gran rifiuto


Qual è l’alternativa? La raccolta differenziata, si ripete come un mantra, mentre in realtà essa rappresenta la precondizione per avviare un ciclo completo di trattamento dei rifiuti che ha numerosi anelli, tra i quali la trasformazione in energia e in cenere. La Campania è la regione più virtuosa del mezzogiorno con il 51 per cento di raccolta differenziata, ma nel comune di Napoli, di gran lunga il più popoloso nonché maggior produttore di immondizia, la quota scende al 31 per cento. I rifiuti ammontano a due milioni e mezzo di tonnellate l’anno, quelli non riciclabili arrivano a un milione e duecentomila tonnellate, 700 mila vengono trattate ad Acerra, il resto, attorno a mezzo milione, viaggia, e qui s’annida il traffico illecito. Non sono sufficienti i siti di compostaggio per i residui umidi, mancano gran parte degli altri tasselli per completare il ciclo di trattamento, però l’unico pezzo che funziona è sotto l’attacco di un blocco sanfedista nel quale la fede non ha nulla di santo, piuttosto rappresenta una variante del grande pregiudizio contro la scienza e la tecnica. Dietro questa quinta ideologica si nascondono interessi oscuri quanto concreti.

    

Gli echi di quella che i No tmv chiamano “la battaglia di Acerra” si erano affievoliti, ma non spenti; adesso il nuovo scandalo monnezzaro riaccende gli animi. Vedremo quali esiti avrà l’operazione Fanpage e se l’attacco a De Luca finirà come quello a Bassolino, in ogni caso il malaffare s’annida nei rifiuti che non si sa come smaltire, nel traffico tra discariche italiane e straniere, nelle ecoballe senza sbocco. Se ci fossero stati più tmv, se la Campania avesse gli stessi impianti della Lombardia, se i residui urbani fossero davvero una risorsa industriale, che fine farebbe la rendita parassitaria che fermenta sulla monnezza?

    

In Italia lavorano a pieno ritmo cinquantasei impianti, due terzi al nord (13 in Lombardia), tre nel Lazio, nessuno in Sicilia. Nel resto dell’Europa sono poco meno di 500. Nei paesi più virtuosi (Danimarca e Olanda) la quantità di energia prodotta dai rifiuti è sei volte superiore. Brescia e Milano con una mano pagano tariffe agevolate per lo smaltimento e con l’altra incassano dividendi dalla spa nata dalla fusione delle municipalizzate. Al Campidoglio costa 40 euro a tonnellata trasportare i rifiuti fino a Brescia e altri 90 farli bruciare. La discarica di Malagrotta è stata chiusa senza che venisse individuato un sito alternativo per le emergenze. Il Lazio ha un fabbisogno attuale di incenerimento di 773 mila tonnellate e la capacità degli impianti di Colleferro e San Vittore arriva a 480 mila tonnellate: un deficit, dunque, di 280 mila tonnellate. Così, a Roma la monnezza resta per terra, in assenza del termovalorizzatore e di alternative. Nel migliore dei casi le balle capitoline continueranno a viaggiare, a caro prezzo, verso il nord. Nella capitale una famiglia di tre persone in un appartamento di settanta metri quadri paga 300 euro all’anno di tassa sui rifiuti. A Brescia 238. Nella capitale sono bravi a progettare il passato, avrebbe commentato Ennio Flaiano. Il fatto è che il futuro non è di questo piccolo mondo antico.

    

Qual è l’alternativa? La raccolta differenziata, si ripete come un mantra, mentre in realtà essa rappresenta la precondizione per avviare un ciclo completo di trattamento dei rifiuti che ha numerosi anelli, tra i quali la trasformazione in energia e in cenere

I lettori non traggano l’impressione che stiamo facendo l’elegia delle macchine o che ci siamo innamorati di forni a mille gradi, filtri e ciminiere. No, al contrario: potremmo dire, parafrasando Bertolt Brecht, beati i popoli che non hanno bisogno di termovalorizzatori. Quel giorno verrà, l’ingegner Zaniboni ne è sicuro, crede nell’economia circolare, nel risparmio, nel riciclaggio, ma per questo ci vogliono comportamenti corretti, ma ci vuole ricerca, scienza, tecnica, industria, ecco perché quel giorno verrà prima nei paesi avanzati, quelli ricchi, industrialmente maturi, da qui partirà l’impulso anche per le periferie del mondo dove l’emergenza è drammatica. Basta guardare la mappa dell’Europa: la Svizzera e la Germania guidano il drappello dei paesi dove le discariche per i propri rifiuti sono quasi scomparse, tanto da poter riempire il ventre vuoto delle miniere di sale che hanno bisogno di essere stabilizzate. Al polo opposto ci sono Malta, Cipro, la Grecia e l’intera Europa dell’est. L’Italia, secondo i dati Eurostat, si trova al quindicesimo posto su 31 paesi, con il 30 per cento del pattume nelle discariche, il 21 per cento trasformato in energia e il 49 per cento riciclato. Molto è stato fatto in questi anni, dunque, ma non è abbastanza. Colpa di chi? Della camorra, della politica, della crisi, dell’industria?

   

Sono andato a visitare Hammarby Sjöstad, una vecchia area industriale trasformata nel quartiere modello di Stoccolma considerato il più ecologico d’Europa. La prima cosa che appare, scendendo dalla strada lungo il canale è il camino di un termovalorizzatore. Ai suoi piedi si apre la città autosufficiente, modello per il futuro, dove vivono trentamila persone: tutto dipende dai rifiuti bruciati, trattati, riciclati, l’acqua calda, l’elettricità, ogni cosa. Nell’economia circolare tanto sbandierata dai pentastellati, bisogna applicare la scienza e la tecnica. Non basta separare l’immondizia occorre riciclarla e questo non si fa a mani nude, tocca alle macchine guidate dall’uomo. Il prezzo delle case a Hammarby è altissimo, gli affitti alle stelle, qui è uno status symbol abitare all’ombra del camino. E’ un particolare sul quale glissano gli ecologisti, non si trova nel fiume di articoli, di post, di elogi che è possibile consultare negli archivi o sul web. “Nessuno in Italia comprerebbe una casa sotto un impianto del genere – dico all’amico che mi accompagna – Perché voi sì?”. Mi guarda meravigliato, quasi incredulo: “E perché no? Le regole sono rispettate, le autorità hanno detto che non c’è inquinamento, non escono fumi venefici, tutti i valori sono più che a norma e non sarebbe possibile altrimenti avere luce, acqua e riscaldamento”. Già, le regole, le autorità. C’è qualcuno ad Acerra disposto a credere a quegli uomini “che sanno e che sanno fare”? E c’è qualcuno che ancora legge Benedetto Croce?

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