The Morgan Stanley Building (Wikimedia Commons)

Il sovranismo e i suoi derivati

Redazione

La Corte dei Conti boccia le accuse contro Morgan Stanley e funzionari del ministero dell'Economia e delle Finanze 

Sul caso dei derivati la Corte dei Conti dichiara “il difetto di giurisdizione nei confronti di tutti i chiamati”. Sembra quasi che il procedimento sia stato chiuso per una specie di vizio di forma, ma in realtà si tratta di una bocciatura completa dell’impianto accusatorio della procura. Tradotto dal linguaggio giuridico, vuol dire che, ancor prima di entrare nel merito, questo procedimento non doveva neppure iniziare.

  

La procura laziale contestava, per la chiusura anticipata nel 2011 di alcuni derivati stipulati dal Tesoro con Morgan Stanley, un danno erariale di circa 4 miliardi di euro alla banca americana (2,7 miliardi), e ai funzionari del Tesoro Maria Cannata (982 milioni), Vincenzo La Via (96 milioni), Domenico Siniscalco (85 milioni) e Vittorio Grilli (20 milioni). Secondo l’accusa – avviata a suo tempo dal procuratore De Dominicis (assessore per un giorno di Virginia Raggi), che aveva già aperto una simile inchiesta, poi archiviata, su Standard & Poor’s nata in sintonia con la procura di Trani – Morgan Stanley avrebbe violato i suoi doveri “di servizio” con lo stato e i funzionari sarebbero colpevoli di “mala gestio”. Come il Foglio aveva scritto il 20 aprile 2018, è surreale pensare che Morgan Stanley sia giudicabile dalla Corte dei conti e cioè che rientri nel perimetro della Pubblica amministrazione. Ed è impossibile attribuire ex post colpe che rientravano in una gestione prudente del debito pubblico. La Corte, in una sentenza cristallina, afferma che Morgan Stanley era ovviamente una “controparte contrattuale” e non un’emanazione dello stato e che le decisioni del Tesoro erano pienamente legittime (“la valutazione della congruità non deve essere fatta ex post, ma ex ante”). In tribunale buon senso e stato di diritto battono sovranismo e complottismo.

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