Tutte le balle sul reddito di cittadinanza a 5 Stelle

Redazione

Dalle file ai Caf fino alla fake news più grande: quello proposto dal Movimento non è un “reddito di cittadinanza”

Nella selva di notizie post voto – e in particolare nel sottobosco di deliri da vittoria grillina –, c’è un fungo troppo rosso per non nascondere un boccone avvelenato. La storia era talmente ghiotta che avrebbe dovuto sollevare da subito qualche perplessità. Eppure Repubblica Bari ha titolato: “Hanno vinto i Cinque stelle, adesso dateci i moduli per il reddito di cittadinanza”. La “notizia” è stata pubblicata anche sulla Gazzetta del Mezzogiorno, il più importante quotidiano regionale, che a sua volta parlava di un presunto “assedio a comuni e Caf”.

  

Insomma, secondo quanto riportato dai giornali, rimbalzato dai social network e divenuto subito un contenuto virale, “raffiche” di cittadini di Giovinazzo (comune di circa 20mila abitanti dell'area metropolitana di Bari) avrebbero messo in atto un “assalto” per chiedere i moduli e ottenere l'immediato pagamento del reddito di cittadinanza in seguito alla vittoria alle elezioni del Movimento 5 Stelle. Fin qui la storia, e a dimostrare che sia per lo meno gonfiata bastava poco: una telefonata in diretta su Radio 24 a Tommaso Depalma, sindaco di Giovinazzo – citato negli articoli – rimette tutto sotto una luce diversa. “Io posso riferire ciò che ho visto nel nostro comune”, spiega il primo cittadino pugliese: “Solo qualche persona in più rispetto a quelli che normalmente sono davanti ai nostri uffici. Per quale motivo? Perché sono già in piedi una serie di altre misure per sostenere reddito e inclusione, come il Rei di Gentiloni, il Red di Michele Emiliano. Effettivamente qualcuno ci ha chiesto anche i moduli per il reddito di cittadinanza: è venuto da sorridere anche a me. Credo ci sia stata una legittima curiosità anche verso la misura proposta dal M5s. Ma dare l’idea che siamo un territorio di accattoni mi sembra ingeneroso”.

 

 

Repubblica ha intervistato anche una dipendente di un Caf che ha parlato di “poco meno di una cinquantina di persone”. Da lì alla pioggia di richieste, all’“assedio” o alla “raffica” ne passa. La “consulta nazionale dei Caf”, scrive il Fatto Quotidiano “ha smentito categoricamente ogni tipo di ricostruzione, parlando al contrario di casi isolati, di numeri irrilevanti e di nessuna coda ad hoc ai loro sportelli”. E le stesse persone citate nei primi articoli hanno ritrattato. Il sindaco di Giovinazzo ha parlato di solo “4 o 5 persone” che sarebbero passate “lunedì ai servizi sociali”. 

  

La bufala sulle file per richiedere il reddito di cittadinanza si va ad aggiungere alla lista di fake news che hanno saturato una campagna elettorale esasperata. Altrettanto grave, però, è la bufala da cui tutto nasce: il reddito di cittadinanza vero e proprio proposto dal M5s. Che in effetti non è un reddito di cittadinanza. 

  

Malcolm Torry, direttore del Citizen's Basic Income Trust dal 2001 e Visiting Senior Fellow nel Dipartimento di politica sociale della London School of Economics, spiega che il reddito di cittadinanza è un reddito incondizionato, universale e non è revocabile. Cioè è pagato a ciascun individuo. L'importo non dipende dal reddito, dalla struttura familiare, dallo status lavorativo, e non dipenderà da nient'altro. Ogni individuo della stessa età riceverebbe esattamente lo stesso importo, ogni settimana o ogni mese, automaticamente. Ciò che è unico in merito al reddito di base del cittadino, ciò che conta e ciò che lo fa funzionare è che può essere attivato alla nascita e “disattivato” alla morte e in cui non è necessaria alcuna amministrazione attiva.

  

La proposta del M5s contraddice praticamente tutte queste condizioni. Il M5s propone infatti di dare un “reddito di cittadinanza” solo a chi:

1. è maggiorenne

2. è disoccupato o inoccupato

3. percepisce un reddito di lavoro inferiore alla soglia di povertà

4. percepisce una pensione inferiore alla soglia di povertà

 

Non si tratta, quindi, di un reddito “incondizionato” né “universale”. Non solo, per averne diritto, la persona deve:

1. iscriversi presso i centri per l'impiego e rendersi disponibile a lavorare

2. iniziare un percorso per essere accompagnato nella ricerca del lavoro dimostrando la volontà di trovare un impiego

3. offrire la propria disponibilità per progetti comunali utili alla collettività (8 ore settimanali)

4. frequentare percorsi per la qualifica o la riqualificazione professionale

5. effettuare ricerca attiva del lavoro per almeno 2 ore al giorno

6. comunicare tempestivamente qualsiasi variazione del reddito

7. accettare uno dei primi tre lavori che ti verranno offerti

 

Ecco quindi venir meno anche la terza condizione cioè il non essere “revocabile”. Chi rispetta i requisiti, comunque, riceverà 780 euro mensili . Chi invece ha già un reddito, ma sotto i 780 euro, riceverà un’integrazione per l’importo necessario ad arrivare ai 780 euro. Insomma, più che di un “reddito di cittadinanza” si tratta di un sussidio o di un'indennità di disoccupazione

 

I costi

Capitolo tutt'altro che irrilevante è poi quello dei costi. Una nuova ricerca, pubblicata nel dicembre 2017 dall'Istituto di economia del lavoro (IZA) con sede a Bonn, James Browne dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) e Herwig Immervoll, che lavora sia all'IZA sia all'OCSE, hanno analizzato le conseguenze sociali ed economiche che potrebbero verificarsi se si sostituissero alcuni dei social benefit attualmente esistenti con un reddito di base. Lo studio utilizza la tecnica di microsimulazione, un metodo che costruisce un programma per computer basato su input economici (come costi, entrate, spese e risparmi) per vedere quali effetti si verificano su determinati output (come povertà o disuguaglianza) se si decide di cambiare un certo input. In breve, Browne e Immervoll hanno chiarito che l'introduzione di un reddito di cittadinanza al posto della maggior parte degli altri benefici testati, sarebbe costosa e porterebbe a esiti sociali negativi, facendo addirittura aumentare il tasso di povertà. Un’altra ricerca di Malcolm Torry, pubblicata nel maggio 2017 dall'Istituto per la ricerca sociale ed economica, ha analizzato scenari simili a quelli di Browne e Immervoll. Lo studio è arrivato a conclusioni opposte, ammettendo però di aumentare i tassi di imposta sul reddito fino a 3 punti percentuali in modo generalizzato.

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