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Louis C. K. e le bigotte

Costantino della Gherardesca

Chi sfoggia indignazione non lo fa per portare avanti una qualche ragion di stato, ma per pura vanità

La sfortuna ha voluto che in questi giorni non fossi a Milano. Da tre settimane, infatti, sono in giro per l’Italia a girare un programma televisivo nel pieno del paese reale. Potrete quindi immaginare il mio leggero rosicamento per non essermi potuto godere la visione dei milanesi che assistevano all’attesissimo spettacolo di Louis C. K. Per fortuna, ho avuto la magra consolazione di leggere un lucido resoconto di quella serata in un articolo di Mattia Carzaniga per Rivista Studio.

 

Forse tra i lettori del Foglio c’è un mistico ortodosso appena uscito da un ritiro spirituale di vent’anni in Ucraina. Per lui, quindi, faccio una piccola spiegazione: Louis C.K. è uno stand-up comedian che, grazie alle sue posizioni progressiste e al suo talento, fino a poco tempo fa era adorato dall’establishment di sinistra americano. L’adorazione incondizionata da cui era circondato, però, è andata in frantumi non appena è scoppiato uno scandalo: il comico, infatti, ha tirato fuori il suo pene davanti a delle signorine, un gesto che ha avuto delle conseguenze catastrofiche sia dal punto di vista dell’immagine sia, ancor peggio, da quello finanziario. In molti sono convinti che Louis C. K. – un maschio bianco, famoso e piuttosto ricco – non abbia pagato a sufficienza per le sue colpe. Le bigotte, mi riferisco anche a quelle di sesso maschile, amano lanciare le monetine. Perché? Hanno forse un “senso della giustizia” verso le “dinamiche di potere” che noi luridi relativisti abbiamo perso la prima volta che abbiamo morso del foie gras?

 

Leggendo l’articolo di Carzaniga sono venuto a sapere che, durante il suo monologo, il comico ha toccato proprio questo argomento. Lo ha fatto ironizzando sulle mille attenzioni che investiamo nell’evitare parole come “retarded”, diventate ormai tabù. Infatti, scrive Matteo nel suo pezzo: “Il punto è un altro. La questione riguarda quel termine preciso, ma vale per tutto. Le nostre crociate, le nostre indignazioni, le nostre sostituzioni lessicali: tutto ciò non lo facciamo per i disabili (o chi per loro). Lo facciamo per noi. It’s for us, diceva Louis ieri sera, smascherandoci tutti”.

 

Non sono contrario al politicamente corretto, a riguardo non ho un pensiero comunemente definito come “liberale”: credo che la xenofobia, l’islamofobia e l’antisemitismo siano problemi non solo concreti, ma vere e proprie deviazioni sempre più gravi e – negli ultimi tempi – addirittura legittimate. Ma di una cosa sono certo: chi sfoggia indignazione non lo fa per portare avanti una qualsivoglia ragion di stato, lo fa per pura vanità. Quando le bigotte (ripeto, anche di sesso maschile) di Milano si sollevarono in coro in difesa delle attrici di Los Angeles senza mai aver proferito parola, per esempio, sulle donne in Yemen (scusate il benaltrismo), non lo fecero per “senso civico”. Fu l’equivalente contemporaneo di un viaggio a Rio de Janeiro per farsi un lifting. Solo che oggi non fumi in aereo e, ovviamente, non tiri cocaina né balli disco music, bensì ti documenti fotograficamente su Instagram mentre vai in bicicletta e bevi acqua da una borraccia di vetro.

 

Fate attenzione agli argomenti che stanno a cuore alle bigotte: sono sempre al centro dell’Impero. Non vorrei sembrare una dog sitter dei Cobas: sono disposto a querelare chiunque non mi giudichi un sicario della globalizzazione. Ma, se ci fate caso, le bigotte si preoccupano sempre dei sentimenti di qualche americano, del caso del giorno secondo le giornaliste del Guardian, e mai e poi mai per qualche omosessuale assassinato in Uganda. Gli argomenti delle bigotte sono sempre alla moda (per loro, s’intende). In questo, ha ragione Louis C. K.: se piangono sul cadavere di un bambino trucidato, lo fanno solo nella speranza che la loro vicina bigotta si fermi a guardarli e dica: “Guarda come piange bene!”.

 

Sia ben chiaro, non è mia intenzione difendere artisticamente Louis C.K.: la stand-up comedy mi annoia a morte. Dietro la sua comicità le bigotte vedono “violenza” e “oppressione”, invece io appena vedo un uomo su un palco che parla al microfono ho l’impressione di vedere il mio ex che soffia in una zampogna. Dove sono i droni e le telecamere di Temptation Island? Ma per quanto della stand-up comedy mi freghi meno di zero, non posso fare a meno di chiedermi: da quando è diventato attraente rivendicare con fierezza e da sinistra delle posizioni moralistiche che fino a pochi anni fa ci avrebbero fatto sghignazzare (o inorridire, a seconda dei casi)? Da quando ci siamo lasciati sedurre dalla tentazione del rigore? Da quando la tonaca di Girolamo Savonarola è diventata più allettante di un négligé di Francesca Dellera? E, soprattutto, perché?

 

Perché dovrei credere che i pareri dei piagnoni e degli indignati di professione (pareri non richiesti, ma sempre più frequenti) possano “alzare il livello del dibattito”? Perché chi ogni giorno ci chiede di cospargerci il capo di cenere dovrebbe essere più interessante di noi irredente che vogliamo solo cospargerci di talco il décolleté?

 

Io nella vita non ho tante certezze, ma di una cosa sono e sarò sempre sicuro. Se il mondo adora Savonarola, io vado nella direzione opposta: ora e sempre, tendenza Dellera.