Signore dell'anello

Gaia Manzini

Un diamante è per sempre. Ma è quell’oro al dito a fare la differenza. Simbolo di amori, di unioni carnali e di promesse non mantenute

I diamanti sono i migliori amici di una donna. Forse sì, forse no. Ci sono donne che indossano sempre l’anello ricevuto in dono. Altre che lo desiderano come prova d’amore. Alcune che s’inventano amanti e amori perduti, e gli anelli se li comprano da sole. Altre ancora che disprezzano gli anelli regalati, perché simbolo dell’amore borghese e di un’inestirpabile cultura maschilista. Di sicuro l’anello – più di ogni altro gioiello – non ci lascia indifferenti: stimola il nostro immaginario, si trasforma in uno straordinario propulsore di storie. E questo non certo per motivi materialistici, ma per ragioni simboliche che affondano nel passato e sono consustanziali alla nostra cultura.

 

Nel 1948, Mary Frances Gatery lavorava da cinque anni come copywriter per l’agenzia Ayer di New York. Era una delle poche donne a ricoprire un ruolo creativo. Con molta probabilità aveva letto il bestseller di Anita Loos, Gentlemen Prefer Blondes (1925). Da quelle pagine doveva aver preso ispirazione per la frase fulcro della campagna che le era stata commissionata da Harry Oppenheimer, presidente della De Beers Consolidated Mines Ltd., la compagnia che fin dall’Ottocento esercitava un dominio incontrastato sull’industria mondiale dei diamanti.


Lo slogan della De Beers divenne tra i più famosi e longevi della storia della comunicazione, e la campagna ottenne un successo straordinario 


Era notte fonda quando a Mary Frances Gatery venne l’idea giusta. Scarabocchiò una frase su un foglio e il mattino dopo la portò in agenzia. Un diamante è per sempre, c’era scritto. Il direttore creativo si mostrò scettico, ma quella donna di trent’anni con la faccia paffuta e gli occhi dolci, quella donna che non si sarebbe mai sposata, doveva capirne molto più di lui di diamanti e aspirazioni romantiche. Il claim della De Beers divenne tra i più famosi e longevi della storia della comunicazione, e la campagna ottenne un successo straordinario. Tutti volevano un diamante per la propria amata: dall’idraulico al banchiere, dallo scrittore al magnate della finanza. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale giravano più soldi: c’era voglia di ricominciare, voglia di vivere e di sposarsi. Di lasciarsi alle spalle la guerra, per proiettarsi verso un futuro luminoso. Tutti lo volevano, tutti si sentivano in grado di sognare. Un diamante è per sempre. Rappresentava un desiderio, una speranza, era il fulcro scintillante di un rito di passaggio romantico.

Elizabeth Taylor si sbarazzò di tutti i gioielli ricevuti da Richard Burton. Con il ricavato di un diamante costruì un ospedale

 

 

Negli anni Quaranta la De Beers creò così il mito dell’anello di fidanzamento. Però il successo di questo nuovo mito – che le consentì di aumentare in modo vertiginoso il prezzo dei diamanti – non si deve solo all’ingegno di Mary Frances Gatery, ma a qualcosa di ben più potente: alla mitologia che da sempre collega gli anelli al sesso e all’amore. Particolare non trascurabile, secondo la versione aggiornata dalla De Beers, l’anello doveva avere un diamante. D’altronde il diamante può vantare una durezza straordinaria, ed è spesso associato all’idea della purezza. Due qualità – purezza e durevolezza – che si sposano perfettamente con l’ideale di un amore romantico e di un matrimonio longevo. Nel 1997, l’Economist scriveva che la De Beers non vendeva solo gemme, ma simboli, miti e magia. Come creatori di sogni non aveva nulla da invidiare alla Disney. Vengono in mente le parole di Everyman di Philip Roth: “E’ una faccenda impegnativa per un operaio comprare un diamante… per piccolo che sia. La moglie può portarlo per bellezza e può portarlo per ragioni di prestigio. E quando lo porta, quest’uomo non è solo un idraulico: è il marito di una donna con un diamante. Sua moglie porta una cosa che è indistruttibile. Un pezzo della terra che è indistruttibile, e un semplice mortale lo porta al dito”.

 

Wendy Doniger, professoressa all’Università di Chicago, con il suo L’anello delle verità (Adelphi) ci accompagna in un lungo viaggio attraverso storie di amore e tradimento, matrimonio e adulterio. Storie dove c’è sempre di mezzo un anello, o un gioiello circolare, e il suo simbolismo. Storie che dimostrano come all’origine di scelte e fascinazioni non ci sono quasi mai motivazioni personali. È sempre il passato che si stratifica dentro di noi; è il passato a muoverci, la tradizione a indicarci strade e possibilità.

 

Gli anelli esistono da tantissimo di tempo. Gli antichi greci e gli antichi romani li usavano come pegni d’amore, anche se non come anelli matrimoniali. A volte l’anello porta con sé un segnale indecifrabile, come quello che Brunilde invia a suo fratello Attila (secondo un testo del IX secolo): si trattava di un anello intrecciato con peli di lupo, insomma nulla a che fare con gli anelli di Tiffany. In ogni caso, i fatti stanno come dichiarò Elizabeth Taylor riguardo ai suoi molti gioielli: “Ciascuno di loro mi racconta una storia”. All’inizio, vista la circolarità, la sua forma ininterrotta, l’anello è promessa di un amore infinito, costante ed eterno. L’anello è garante di integrità e fedeltà. (Scrivo e intanto guardo la fede che porto all’anulare sinistro). Ma se di fedeltà si parla, c’è una connessione diretta con il sesso. “Perché mai le donne vogliono i gioielli, quando hanno quello? Che cos’è un rubino a confronto?”, s’infervora lo stesso Philip Roth nel Teatro di Sabbath, parlando del clitoride. L’associazione tra gioielli e parti del corpo è molto frequente. Da Poggio Bracciolini a Shakespeare e Rabelais, è comune in molta letteratura che l’anello sia la rappresentazione dei genitali femminili (in francese gergalmente chiamati bijoux).

 

Ma i miti sono spesso bifronti, possono raccontare una storia e il suo esatto contrario. Se l’anello si collega alla sessualità femminile, due sono i tipi di donna che – secondo Wendy Doniger – gli anelli possono rappresentare: la vergine professionista, alla Doris Day, e la cercatrice d’oro, alla Marilyn Monroe. Alla prima teatrale di Gentlemen Prefer Blondes a New York erano accorsi molti mercanti di diamanti. C’era qualcosa nell’aria. Erano pronti a cavalcare il successo della commedia. Nel film omonimo del 1953, Marilyn (nei panni della protagonista Lorelei), indossa montagne di pietre autentiche. Da quel momento in poi, quei mercanti incoraggiarono sceneggiatori e studios a scrivere trame in cui i diamanti avessero un ruolo centrale. Pubblicità occulta, ma non solo: era l’insediarsi di una nuova visione. D’un tratto, i diamanti non rappresentavano più solo l’amore duraturo del matrimonio, ma anche il fascino di donne indipendenti ed enigmatiche. I diamanti erano diventati sexy.

Gli antichi greci e gli antichi romani li usavano come pegni d’amore, anche se non come anelli matrimoniali

 

 

Da Salomone a Policrate, dal Mahabharata fino a Big Fish gli anelli sono connessi all’identità. Il sigillo che recano non parla solo di autenticità amorosa, ma anche di definizione del sé. D’altra parte chi porta spesso un anello e solo quello, quando si scorda d’indossarlo non si sentirà più lo stesso. Doniger riporta molte storie e leggende che si perdono nella notte dei tempi, in cui gli anelli perduti vengono spesso ritrovati dentro a pesci pescati per caso. Ma, al di là carpe e salmoni, è dove il mito aderisce al mondo reale che il nostro cuore inizia a battere più forte. A Londra nel Foundling Museum (“Museo dei trovatelli”), c’è una struggente collezione di oggetti lasciati insieme ai bambini abbandonati. Rappresentano la speranza che quei bambini perduti non rimangano perduti per sempre, che in futuro sia possibile stabilirne l’identità e il legame con i genitori. Molti di questi pegni sono anelli. Su un cuore di metallo si legge: “Hai il mio cuore anche se dobbiamo separarci. Nat. 6 sett. 1759”. Anche la madre di Oliver Twist aveva al collo un medaglione d’oro che conteneva una fede, due ciocche di capelli e il suo nome: Agnes. Prima di morire avrebbe voluto lasciare quel pegno a suo figlio, perché solo attraverso quel dono sarebbe stato possibile ricongiungerlo al padre. Ma il dato essenziale del romanzo sta proprio nel fatto che quel segno di riconoscimento trova altre strade, molto lunghe e tortuose.

 

Se un anello può riportare un passato rimosso, allora deve esistere per forza anche l’anello dell’oblio. In un episodio del ciclo di Artù, Lancillotto – confuso da un anello – scambia Elaine per Ginevra. Tradisce la sua amata, ma non era in lui: tutta colpa dell’anello e della momentanea amnesia che ha causato! E infatti Ginevra lo perdona. Anche nelle molte versioni di Tristano e Isotta che si susseguono fin dal Medioevo, compaiono molti anelli di diaspro verde che confondono il povero Tristano tra diverse Isotte. Sarà poi Wagner a semplificare le cose. Nel Tristan und Isolde c’è una sola Isotta. Tristano non le è mai infedele e lei evita il letto di suo marito, re Marco. La fedeltà è garantita, ma tra due adulteri.

 

Capita spesso che i mariti si dimentichino delle mogli viceversa. Così a volte un gioiello diventa un buon viatico di scuse. Kobe Bryant acquistò un anello da otto carati per sua moglie Vanessa dopo essere stato accusato di aver stuprato un’altra donna. Scrive Doniger: “Alcuni miti lasciano intendere che l’amore è il fulcro della memoria, che per ricordare chi si era in una vita precedente bisogna ricordare di chi si era innamorati, che conoscere/ricordare i propri amanti dimostra la propria identità, non soltanto la loro”. Pare che in sanscrito una delle parole per dire amore sia proprio smara, “memoria”.


Se l’anello si collega alla sessualità femminile, due sono i tipi di donna che possono rappresentare: la vergine e la cercatrice d’oro 


D’accordo, l’anello. Ma il gioiello circolare può essere di altro tipo. Ed è curioso, anche in questi casi, che i miti e le storie abbiano spesso influenzato la realtà. Come successe nell’affare della collana di diamanti, in parte raccontato da Dumas, prendendo spunto da un fatto di cronaca. 647 diamanti, 2.800 carati: era la collana rivière (creata cioè per scorrere come un fiume sul petto della donna) che Luigi XV commissionò per la sua amante, Madame du Barry. Ma il re morì prima che i gioiellieri riuscissero a finirla. Luigi XVI non la volle comprare: a Maria Antonietta non piaceva, la trovava volgare, e la collana rimase per qualche tempo invenduta. Ed ecco che la realtà diventa romanzo. Un’avventuriera, tal Jeanne, per ottenere la collana di cui tutti parlano, riesce a far credere al cardinale de Rohan, caduto in disgrazia presso la regina, che avrebbe interceduto per lui con Maria Antonietta. Quel che succede è un susseguirsi di colpi di scena, false lettere d’amore, travestimenti, incontri erotici e segreti. Il cardinale acquista la collana e la consegna di notte nel boschetto di Venere a quello che crede essere il valletto della regina, e invece è il complice Jeanne. E’ convinto di aver conquistato Maria Antonietta, in realtà all’oscuro di tutto. Quando l’inganno diventa di dominio pubblico, il re fa incarcerare il cardinale nella Bastiglia. Il punto centrale di questa storia realmente accaduta non sta tanto nel furto della collana, quanto nella simbologia che la collana porta con sé. Il crimine di cui si è macchiato il cardinale è quello di lesa maestà: come poteva solo credere che Maria Antonietta si sarebbe abbassata a tanto, fino a organizzare abboccamenti notturni? Ancora una volta, gioielli e fedeltà. Ancora una volta, i miti e la loro doppia lettura: i timori del re derivavano anche dal fatto che non tutti credevano implausibile quel comportamento da parte della regina. La collana rubata era un simbolo della virtù perduta di Maria Antonietta, già inseguita da voci di tradimento. Torna in mente Kristen Dunst nel film di Sofia Coppola…

 

Gli anelli insomma sono oggetti semiotici significanti. Ci sono anche gli anelli del potere, come quelli di Tolkien, ma non è di quel genere di anelli che tratta questo libro. Il colto e divertente viaggio di Wendy Doniger ci racconta l’atavico desiderio di essere amati e riconosciuti per il proprio valore, insieme alla paura di essere traditi, abbandonati e per sempre dimenticati. E forse indica anche una strada per chi vuole liberarsi di quest’archetipo del legame e dell’incertezza. L’anello in parte continua a indicare una forma di dipendenza delle donne dagli uomini, la diseguaglianza tra i sessi. Ma se i gioielli sono un simbolo, possiamo anche liberarcene con un gesto altrettanto simbolico. Possiamo dimenticare le illusioni di cui sono portatori, le stratificazioni di storie che portano con sé. Elisabeth Taylor ad esempio si sbarazzò di tutti i gioielli ricevuti da Richard Burton. Con il ricavato di un diamante (5 milioni di dollari) costruì un ospedale in Botswana. Il simbolo si rigenera, diventa qualcos’altro. Per chi voglia spezzare l’incantesimo di un anello, raccomanda Doniger, c’è sempre una via di uscita pratica e immediata. Exboyfriendjewelry.com è un modo molto contemporaneo per vendere o scambiare anelli ricevuti in regalo. Un modo per chiudere in fretta con le promesse del passato, prima che il mito dell’anello torni ad affascinarci ancora.

Di più su questi argomenti: